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24 Gennaio 2018

Il quartiere Adriano di Milano è il teatro di Civic Media Art, il progetto editoriale a cielo aperto guidato da Kevin van Braak che fa parte del programma Lacittàintorno di Fondazione Cariplo ed è a cura di cheFare, con il sostegno dell'Ambasciata e Consolato generale dei Paesi Bassi e di Mondriaan Fonds.

Ensi: il mondo è di tutti

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Incontriamo Ensi un pomeriggio di gennaio al grande tavolo della pasticceria «Rossella». Di fronte, oltre la vetrina, scorre il traffico di via Adriano. Accanto alla cassa un volantino annuncia l’inaugurazione del nuovo manto in erba sintetica per il campo del Real Crescenzago. Una signora col velo entra a comprare un pasticcino e il titolare, marito di Rossella, comincia a scherzare. Per qualche ragione tira fuori il nome di un regista spagnolo di moda ormai qualche anno fa: Bigas Luna. Ensi abita a pochi passi da qui. Quest’estate è uscito il suo ultimo disco, che si chiama «V»: V come Vincent, il piccolo figlio di Ensi e della compagna; V come «Vendetta», titolo del suo primo album, uscito ormai nel lontano 2008; V come la lettera iniziale del cognome di Ensi (Vella) e V anche perché questo è il quinto album di una carriera iniziata nel 1999, all’epoca in cui aveva più o meno quattordici anni. Ensi è un nome importante della scena hip hop ed è un artista che gode di grande rispetto e prestigio, specie da quando è diventato tra i talenti più leggendari nel freestyle. Dici «Ensi» e subito pensi a quella capacità micidiale di creare cascate di «barre» e rime una dopo l’altra. Cercate il video dove sfida Nitro a freestyle nella finale di MTV Spit: oltre due milioni e mezzo di visualizzazioni e più di 1.500 commenti. In effetti è uno spettacolo esaltante. Oggi siamo qui per parlare del quartiere Adriano, dove Ensi vive da qualche anno.

Da quanto vivi a Milano?

Sono arrivato intorno al 2009, ma per un anno circa ho preso casa a Niguarda. All’epoca facevo ancora il mio vecchio mestiere, ovvero il tecnico formatore per macchinari laser, e spesso ero fuori per lavoro. A Milano mi sono trasferito per vari motivi, a partire dal fatto che la mia compagna è di qua, anche se la sua famiglia, come la mia, è di origini catanesi.

Tu sei nato e cresciuto a Torino. Dove esattamente?

Vengo da Alpignano, il primo paese della Val Susa, appena esci da Torino, dopo Collegno, superato il carcere delle Vallette e lo stadio della Juve. Come dire Rozzano per Milano. Se non avessi vissuto lì non avrei fatto quello che ho fatto.

Toro o Juventus?

Juventino. Come tanti meridionali tifo la squadra del padrone (ride, Nda).

Che mi dici di Torino?

Ti dico quello che dice un verso di Guido Catalano, il poeta: «A Torino non si scherza un cazzo».

Ovvero?

Significa che Torino è una città cruda, dove nessuno ti si fila. Prima di dirti che hai spaccato, devi camminare bendato con una mano dietro la schiena e in equilibrio su una gamba sola. A nessuno gliene frega un cazzo di quello che fai e prima che qualcuno si accorga di te, ci vuole tempo, tanto tempo. Ho conosciuto diversi calciatori e pure loro ti dicono che a Torino ci vivono volentieri proprio perché nessuno se li fila.

Quindi a Torino non si scherza un cazzo…

Ma non è una questione di aggressività, non fraintendermi. Torino è una città complessa, con una lunga storia alle spalle. A Torino, per dire, c’è una comunità islamica molto antica e molto numerosa. Mangiamo il kebab da quando a Milano c’era ancora la salamella. Abbiamo avuto l’immigrazione meridionale e il boom economico.

Come mai la tua famiglia si trasferì da Catania a Torino? Per la FIAT?

No, non per la FIAT. Facevano i mercati. Dovevano arrivare in Germania e poi si sono fermati a Torino. Mio padre è un meccanico. È uno che con un mazzo di brugole ti smonta il Titanic bullone per bullone. Nella mia famiglia ci sono anche muratori, pizzaioli e panettieri.

Pizzaioli e panettieri… mi viene in mente il tuo pezzo, «Tutto il mondo è quartiere», dove citi tutta una serie di cibi esotici di strada: «succo di mango» e poi «Sushi, kebab, giro, pizza, gyros pita, greco\Scendi per strada, pendejo».

Quei versi sono nati da queste strade, dove vivo oggi. Mio figlio andrà scuola qui da qualche parte e forse sarà uno dei pochi italiani in senso stretto. Il mondo è di tutti.

Di Adriano si dice spesso che è un quartiere dormitorio.

In realtà io lo vivo molto, specialmente adesso che ho un bambino e mi trovo più spesso a socializzare per strada, nei negozi o in posti come questo di Rossella. È un quartiere servitissimo (su questo punto non tutti sono d’accordo nel quartiere, Nda), verde, vivibile e a misura d’uomo. Magari, ecco, non ci sono club e bar blasonati.

Ti faccio una domanda un po’ da tv del pomeriggio. Ora che hai un figlio, ti sei mai chiesto se questo è il luogo più giusto per la sua crescita?

Me lo sono chiesto al punto tale che ora sto cercando casa da comprare proprio qua. Ti spiego anche perché. I famigliari della mia compagna storicamente vivono da queste parti, in una casa di ringhiera in via Tanaro, anche se via Tanaro non è esattamente quartiere Adriano. Faccio un inciso: molti ci tengono a delimitare bene i confini del quartiere, ma tanti ragazzi tendono a considerare una cosa sola quartiere Adriano e Crescenzago, infatti parlano di «Quartiago» e includono anche Cimiano. Detto questo, se dovessi scegliere un posto bello dove far crescere mio figlio, probabilmente me ne dovrei andar via da Milano e forse dall’Italia, ma la mia vita e il mio lavoro sono qua e di conseguenza mi adatto. Molte persone che vivono qui da quarant’anni hanno visto il quartiere cambiare, specialmente a causa dell’arrivo di tanti cittadini stranieri. Io posso pure capire tante loro perplessità e paure, ma il mondo è di tutti e le grandi città come Londra, New York o Milano, sono di tutti.

Il rap è storicamente considerato anche come una forma di poesia e linguaggio incaricato di raccontare la strada e il quartiere. Sei affezionato a questa idea? Ti appartiene?

In realtà il rap non è nato solo per raccontare la strada, i conflitti e le tensioni sociali. The message, il famoso pezzo di Grandmaster Flash and the Furious Five (uscito nel 1982, Nda), raccontava quello che dici tu, ma arrivava dopo una decade di rap in cui si celebravano il ballo, la parola, le rime e la socialità di strada in senso più ampio. Sono molto legato al rap che dice qualcosa, perché credo faccia parte della storia di questa cultura, ma l’idea che debba solo parlare del quartiere e salvare il mondo mi sembra pretenziosa. Se il mondo non l’ha salvato Bob Marley, non ci riuscirà certo il rap.

Se un quartiere è pacificato, tranquillo, privo di tensioni, perde d’interesse per un linguaggio e un’attitudine come quella incarnata dal rap oppure il rap è in grado anche di raccontare la normalità?

Ti faccio un esempio: gli NWA, gruppo storico di Los Angeles, protagonisti del «gangsta rap» e autori di un brano come Fuck the police, in Straight outta Compton (album del 1988, Nda) hanno raccontato uno dei quartieri all’epoca più pericolosi del mondo. Però credo che l’abilità della scrittura sia quella di saper sviscerare e raccontare anche quando apparentemente c’è poco da raccontare. Personalmente cerco sempre di sporcarmi con quello che ho intorno, anche perché se non ti sporchi non ti puoi pulire. E comunque tra chi fa rap in Italia quelli di strada e veramente bravi sono davvero pochi. Le canne, il quartiere gli sbirri… boh, sarà che ho trent’anni and i’m too old for this shit (è una citazione dal film Arma letale, Nda), ma a volte mi sembrano tutti argomenti buoni per marciarci su. Alla fine mi sembrano problemi più da consultorio che altro. Tutto già visto, già fatto, già detto.

Che cosa significa fare parte della mid-school dell’hip hop? Significa non avere chiaro il senso della propria posizione nel mondo, vivere in una sorta di terra di mezzo?

Qui si apre il vaso di Pandora. Io mi ritengo fortunato per aver vissuto quello che ho vissuto, cioè la magia dell’hip hop, qualcosa di genuino che all’epoca era condiviso tra poche persone e non era ancora così popolare. Quando ho iniziato io, non avrei mai immaginato di fare della mia musica il mio vero mestiere. Non mi sembrava una cosa possibile. Non era possibile, come accade oggi, di fare la gavetta davanti a mille persone o di fare il disco d’oro con il tuo primo disco. Per me la massima soddisfazione non erano le visualizzazioni, ma la telefonata di uno come Tormento che mi diceva «bravo, spacchi, vienmi a trovare in Liguria». Però mi prendo anche tutto il bello di quello che accade nell’hip hop di oggi, che io rispetto. Io il pugno e il rispetto della scena me li sono presi con i miei successi nel freestyle a 2thebeat (evento hip hop annuale che si è tenuto fino al 2006, Nda). Mi sento un collante generazionale tra due scene.

Ci sono B-boys nel quartiere Adriano?

Hai usato una parola talmente demodè… I B-boys non esistono più. Io appartengo all’ultima generazione dei B-boys. Quand’ero ragazzino io c’erano i b-boys col pantalone largo e il cappello storto, poi c’erano i metallari, i truzzi, i discotecari. Oggi i ragazzini di strada non hanno un codice preciso. Possono ascoltare hip hop ma non avere più un codice esteriore riferibile all’hip hop. E comunque sì, in quartiere esistono ragazzi che fanno musica, ma pure ballerini, come Roman in arte Froz, che è una celebrità e uno dei più grandi B-boys italiani (nel video Bandits cammina sotto la pensilina della metro fermata Cimiano, a due passi dai luoghi di cui stiamo parlando, Nda).

Parlando di quartiere e delle persone che lo vivono, mi viene in mente una parola spesso usata anche nel rap: comunità. Come descriveresti la comunità di Adriano?

È una comunità dove esiste un certo grado di melting pot, senza ombra di dubbio, anche se la presenza italiana è ancora molto forte, rispetto per esempio a via Padova. La mia impressione è che qui nessuno si sente in pericolo. Qualche mese fa, in casa, la mia compagna alza il volume della tv su uno di questi programmi derelitti della tv, tipo Barbara D’Urso, e viene fuori che parlano di un quartiere a rischio. Vuoi vedere che parlano proprio di Adriano? Detto, fatto. E il lunedì dopo ecco che spunta il presidio dei vecchietti. Ma sono tutte minchiate. Io abito qui da otto anni e l’unica cosa che mi è successa è che mi hanno aperto la macchina. Ma è perché avevo lasciato il Tom Tom in vista. Sarebbe successo anche in Duomo. Un’altra volta un pazzo si è tirato giù le mutande davanti alla mia ragazza. Ma succede qui come in campagna o in altri posti. Poi, chiaro, qui se vuoi trovi tutto, a qualsiasi ora del giorno e della notte. Ma è normale, è Milano. Sei sei un bravo cristiano, fai la tua vita tranquillo .

E questo quartiere ti sembra un posto giusto per scrivere, pensare, avere idee?

Assolutamente. Ed è uno dei motivi per cui vivo qui. Non hai il locale cool sotto casa, chiaro. Se abitavo sui Navigli, magari ero sempre buttato in quei due bar aperti. Qua è diverso. Esci, ti prendi giaccate di freddo e al massimo ti vai a bere un caffè. Ciò non toglie che sei comunque a Milano, tecnicamente a «NoNoLo», cioè «North of North of Loreto» (ride. Nda). Io da Alpignano per arrivare a Torino prendevo otto pullman.

Ti faccio un po’ di domande veloci, prese da un questionario che abbiamo già fatto girare tra altre persone del quartiere. Partiamo: quale edificio salveresti in caso di apocalisse? 

Casa mia o l’UFO, cioè la torre della cisterna.

Nel quartiere Adriano ci sono strade intitolate a Ugo Tognazzi, Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman e Totò. Dimmi chi di questi quattro grandi attori è il tuo preferito e perché.

Totò perché è quello che conosco meglio dei quattro e come figlio di meridionali a casa mia abbiamo sempre visto i film di Totò.

A quale altro attore o attrice intitoleresti il pezzo di terra destinato a parco di fronte ai giardini Franca Rame?

Bud Spencer. Largo Bud Spencer. Anzi: Largo a Bud Spencer.

Che cosa ne pensi del Matitone?

Lo uso per raccontare storie a mio figlio, tipo che il matitone è la matita di un gigante.

Come suggerisci di riutilizzare la vecchia Torre della cisterna?

Non saprei. Forse ristorante panoramico?

Che cosa sai della vecchia Magneti Marelli?

Poco e niente.

Che cosa manca in questo quartiere?

Una piscina.

Una domanda che non c’entra niente. Qual è la paura che ti sveglia la notte? 

Non vivo ingabbiato dalle paure e direi che da quando ho un figlio il mio sonno è molto più leggero.

Un’altra domanda che non c’entra niente. Qual è il progetto a cui tieni di più e che culli nei sogni?

Un sogno molto terra terra, cioè avere più stabilità nella vita, comprare casa ecc.

Chi potrebbe essere un buon sindaco, anzi un king o una queen di Adriano?

Gandalf. Un tizio dalla barba lunghissima che tutti chiamano Gandalf, ma in realtà a me ricorda Rick Rubin.

A chi ti piacerebbe intitolare un monumento qui ad Adriano?

A Bruce Lee.

Proponi un gemellaggio con una città straniera.

Alpignano.

C’è un ricordo, una storia, un fatto a cui hai assistito che ti piacerebbe raccontarci della tua vita qui ad Adriano?

Un capodanno di qualche anno fa, quando ancora abitavo da queste parti ma in una casa di ringhiera in via Ponte Nuovo. Mai visto e sentito tanto bordello concentrato tutto insieme di una volta. Fuochi, botti, gente che buttava cose fuori dalla finestra. Tutto il palazzo unito nel bordello.

Qual è la cosa che vorresti gridare un giorno affacciandoti dal tuo balcone? 

Adrianaaaaaa.

Qual è un animale, esotico o meno, con cui ti piacerebbe arricchire la fauna locale?

Qui c’è pieno di pappagalli nei palazzi, poi c’è un tizio con un lucertolone. E poi ci sono le nutrie. Più esotiche di quelle… Comunque, le scimmie. Mi piacerebbe vedere le scimmie in giro per Adriano.

Chi è il tuo essere umano preferito del quartiere?

Mio figlio e tra l’altro glielo dico sempre: sei il mio essere umano preferito nel mondo.

Chi è invece che non puoi vedere? Qualcuno che ti sta sulle scatole…

Forse certi personaggi da bar, brutti e un po’ malacarne. Alcuni hanno storie tristi alle spalle, altri avrebbero ancora l’occasione di darsi una chance, ma si lasciano vivere.

Che cosa vorresti dire in un orecchio al tuo vicino di casa? 

«Il sale» (lo dice sussurrando, Nda). Oppure: «scusa».

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*Ensi pronuncia il primo «real» all’inglese, giocando sul significato che il termine ha nell’hip hop e nello slang. La persona «real» è chi non finge ed è per davvero.

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