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26 Marzo 2020

Quando è grande un ‘grande evento’? Una riflessione fuori tempo sui festival diffusi

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ll 19 marzo, in piena crisi da Corona Virus, la Fondazione Milano Scuole Civiche, in collaborazione con il Politecnico di Milano, ha organizzato, completamente online, un interessante workshop sui grandi eventi e sull’impatto che hanno sui nostri territori, con uno sguardo specifico rivolto alle prossime Olimpiadi invernali del 2026.

Poteva sembrare surreale discutere online di sviluppo culturale, sostenibilità e ed economie del tempo libero mentre fuori arrivavano bollettini ogni ora più drammatici, ma il senso di interrogarsi sui grandi eventi, in un dramma cosi globale come questo, forse cadeva proprio a fagiolo.

Quando mi è stato chiesto di portare il mio contributo (rispetto al mio ruolo attuale in Assessorato Cultura e al mio passato professionale) mi sono interrogato molto se avesse senso partecipare. Ora ringrazio doppiamente il Presidente Stefano Mirti e la Direttrice Monica Gattini per l’invito, non solo perché l’elenco dei relatori era di 
ottimo livello (Paolo Verri, Anna Gastel, Daniele Fanzini, Michele Napoli,..) ma perché le riflessioni che si sono sviluppate avevano ancora più senso in un momento sospeso come questo che stiamo vivendo.


Essere fuori luogo era un rischio molto alto, ma credo che oltre la tenacia di portare avanti le attività istituzionali dei rispettivi promotori, ci sia stata una necessità positiva e propositiva di guardare avanti, di approfittare di questi momenti di riflessione collettiva su tanti temi per imbastire finalmente un ragionamento a lungo termine che che non sia basato su qualche trend topic attuale o qualcosa di contingente da risolvere.

Del resto “MicroMACRO”, il titolo del workshop è un po’ come la dimensione  ineludibile di questi giorni, che ci catapulta dentro un grande evento planetario, una tragedia di dimensioni enormi con delle storie e degli stravolgimenti davvero macroscopici che toccano però contemporaneamente sfere private del nostro micro quotidiano di ogni singola vita. E, al contrario, il micro delle nostre scelte ordinarie, se decidiamo o meno di uscire di casa o avere comportamenti egoisticamente poco 
rispettosi verso gli altri, rischia di avere parallelamente ripercussioni enormi sul macro, ad esempio nella moltiplicazione esponenziale degli infetti in tutto il resto della collettività.

Il Corona virus, se vogliamo vederlo molto dall’esterno, è di fatto e a tutti gli effetti un grande evento, con le logiche e dinamiche emotive, organizzative e narrative estremamente simili ai grandi eventi più tradizionali che tutti noi conosciamo meglio e siamo coinvolti.

Ogni evento, che sia sanitario, sportivo, politico o di spettacolo, è di per se “grande” nella definizione… perché unico,particolare, perché sempre diverso e dirompente… altrimenti non sarebbe un “evento”.
La sua grandezza e particolarità però non è data solo dall’irripetibilità temporale e fisica dell’evento stesso ma anche e soprattutto, se lo vediamo sotto un’altra luce, dall’esclusività del portato emotivo che genera e ricade in una comunità di persone. Una comunità ovviamente che può essere intesa come una città, un territorio, o anche una specifica platea di un “evento riservato”.

Il punto che voglio sottolineare nel rapporto con una comunità di riferimento è infatti  esattamente questo: se c’è qualcosa che può aiutarci a stabilire che cosa sono i “grandi eventi” è esattamente il lascito emotivo che la comunità ne trae, il coinvolgimento e la partecipazione più profonda, e non solo fisica, di un territorio e di un gruppo di persone, spettatori e non, a qualcosa che per loro è stato unico ed emozionante, cioè un evento.

I Festival Diffusi come un grande evento

In questa dinamica e sotto quest’ottica, a Milano negli ultimi anni è successo qualcosa di estremamente particolare e innovativo.
Oltre alla sfera della straordinarietà il significato di “grande evento” si è arricchito di una declinazione nuova, di un formato inedito, di un precipitato milanese del tutto originale e originario di questo contesto.

Se c’è una cosa che ha cambiato la percezione emotiva della città e che ha rappresentato plasticamente la narrazione partecipativa della città da EXPO in avanti sono stati proprio quegli eventi che abbiamo imparato a chiamare FESTIVAL DIFFUSI.

PianoCity, BookCity e ovviamente il loro padre inconsapevole del “Fuorisalone”, con tutta la sequenza di week tematiche che si sono generate, hanno cambiato radicalmente la percezione di ciò che vuol dire grande evento per la città.

È “grande” infatti non solo per parametri tradizionali come lo sfarzo o il budget o la risonanza mediatica dell’evento, ma anzi, all’opposto, sono “grandi” per la capacità di coinvolgimento enorme e trasversale di un intero territorio, con un pubblico popolare di grandi numeri ottenuto incredibilmente con un sforzo organizzativo e produttivo decisamente minore rispetto ad altri tipi di grandi eventi più conosciuti.

Pianocity e BookCity, solo per fare alcuni esempi che conosco bene perché ci ho lavorato e ci lavoro ogni giorno, non solo riescono a mobilitare oltre 100mila persone nell’arco di un weekend ma sono grandi perché estesi, diffusi, ed estremamente pervasivi nel coinvolgimento di soggetti produttivi del territorio, ottenuto attraverso un rapporto fortemente paritario tra Istituzioni pubbliche e privati.

Questa collaborazione spirituale e fattiva alla stesso tempo tra soggetti del territorio e grandi istituzioni o sponsor produce come un effetto di riverbero in in un orgoglio e senso di appartenenza fortissimo dell’intera comunità, la quale magari non partecipa certo tutta ma tutta conosce e sa benissimo cos’è il Fuorisalone o Pianocity.

Attraverso la consapevolezza di questo nuovo meccanismo virtuoso cercherò di dirvi perché secondo me sono importanti nell’ecosistema odierno degli eventi e soprattutto perché studiare per affiancare un formato diffuso di festival culturale durante le Olimpiadi può essere un’ulteriore e non marginale vittoria dell’esperienza che tutto il mondo farà tra Milano e Cortina nel 2026.

Per fare questo e meglio definire le specificità dei Festival diffusi ci vengono in aiuto anche altre due manifestazioni di successo che rappresentano due esempi di volano per il territorio incredibili: Expoincittà, il palinsesto culturale e non solo che affiancava fuori dai padiglioni i sei mesi di Expo e Prima Diffusa, il ricco calendario di proiezioni ed eventi diffusi creato addirittura per celebrare e diffondere ancora di più un altro grande evento stesso come la Prima Scaligera del 7 dicembre.

Il senso dell’essere “diffuso” come dicevo può essere inteso in tanti modi, non solo territorialmente certo ma soprattutto di coinvolgimento di pubblico,di produttori e di offerta ed è nato grazie alla coincidenza di tre componenti ambientali e di contesto che hanno attraversato la città un po di anni fa tutti contemporaneamente:

  1. la crisi di risorse pubbliche per la cultura (che ormai non p più una crisi ma che preferisco definire come una vera e propria “nuova condizione strutturale”
  2. la voglia e il bisogno di partecipazione “dal basso” della società o pezzi di cittadinanza attiva
  3. i limiti sempre più evidenti dei festival tradizionali di tipo top down.

Il primo tema innanzitutto è quello più specifico per noi professionisti e ci aiuta meglio ad entrare nella particolarità di questo formato e a capire perché sono importanti al pari dei grandi eventi “one shot”.

I festival diffusi infatti ci fanno interrogare prioritariamente su un nuovo modo di concepire il rapporto pubblico e privato, in un momento di scarsità risorse economiche gravissimo e completamente diverso rispetto al passato.

Il nuovo formato sperimentato qui a Milano, un po’ consapevolmente e un po’ per necessità, ribalta contemporaneamente due modelli: il primo quello dello sponsor che solitamente non è coinvolto nella creazione dei contenuti (come succede spesso nei grandi eventi come le olimpiadi, i mondiali di calcio o i grandi festival musicali anglosassoni dove i contenuti sono scelti a priori o si svolgono indipendentemente dallo sponsor)e il secondo quello dell’Istituzione pubblica passiva che vede arrivare o si sforza per avere sul proprio territorio un contenuto con cui in realtà può interagire in maniera molto limitata o addirittura per garantire stringenti obblighi e servizi.

Nei diffusi invece si crea in maniera più naturale un rapporto a tre (il famoso triangolo!) dove Istituzione, sponsor e organizzatore in maniera praticamente paritetica, elaborano strategie e organizzazione, in particolar modo infrastrutture agevolative e comunicative se vogliamo entrare nello specifico, per produrre il grande evento.

Anche il secondo e terzo tema ribaltano in qualche modo un modello assodato, cioè quello che i contenuti sono scelti da una direzione artistica dall’alto e fruiti in basso più o meno passivamente dal pubblico che limita la sua partecipazione e coinvolgimento alla scelta binaria tra il fruire o meno di qualcosa esclusivamente all’interno delle proposte date da qualcun altro.

Il modello diffuso si apre invece sia in termini di soggetti partecipanti (molti tipi diversi) che di presenza geografica (più ampia e inclusiva) , attivando attraverso il meccanismo della “call pubblica” la partecipazione dal basso e l’auto costruzione o messa a disposizione dei contenuti.

In questo modo il desiderio e bisogno di partecipazione del territorio trova naturale sfogo e ascolto in maniera doppia: proponendo e organizzando in maniera attiva contenuti specifici e successivamente fruendo e vivendo in prima persona l’evento nella sua globalità e diffusione, con un effetto moltiplicativo di coinvolgimento della comunità a livello emozionale molto più forte che la singola somma delle due componenti separate.

Per finire con un spunto

Per concludere lo spunto di riflessione guardando al futuro si ricollega quindi al tema iniziale, cioè quello del lascito non solo concreto, infrastrutturale e contenutistico ma emotivo e di racconto.

E in quest’ottica, per chi si occupa di formazione possiamo aggiungere anche quello ulteriore delle competenze e professionalità acquisite e formate sul campo. Come un grande patrimonio non non solo fisico e non solo emotivo ma anche esperienziale di una comunità che HA FATTO e ha costruito IN PRIMA PERSONA l’evento stesso a cui HA PARTECIPATO e INVITATO A PARTECIPARE una platea molto più grande della propria comunità. E’ un modo di costruire valore fortissimo e molto solido che non dobbiamo sottovalutare.

Se penso ad esempi del recente passato infatti, ai professionisti che si son formati ad Expo o nelle prime edizioni pionieristiche di MiTo (altro grande evento se vogliamo intenderlo sia in termini politici che artistici), sono tutti lavoratori che formatosi in contesti da “grande evento” continuano a produrre quotidianamente attraverso le loro competenze acquisite, ricchezza e attratività simbolica in decine e decide di agenzie, festival e strutture culturali di italiane.

Credo quindi che una sfida comune possa essere quella di capire da un lato come rafforzare le nostre competenze professionali e i nostri modelli formativi e dall’altro, sopratutto in vista del grande evento olimpico del 2026 studiare quale sia il formato migliore e lo strumento più adatto non tanto per fare qualcosa di bello o per fare la solita serie di eventi più o meno collaterali “very impressive”, ma per offrire contenuti di qualità che siano veicoli simbolici e concreti di un SAPER FARE tipico della nostra città, tipico del nostro mondo artigianale che è fatto di cose micro (la musica giusta, le luci affascinanti, i gesti puliti di un attore o i budget anche complessi con i conti in ordine per esempio) ma anche al tempo stesso di cose ed emozioni meravigliosamente grandi e riconosciute in tutto il mondo.


Immagine di copertina: ph. Marco Pieri

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