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25 Maggio 2015

La velocità e la radicalità della trasformazione sono tali che facciamo fatica a riconoscerle e ad aggiornare i criteri di lettura per valutarle. Esempi di situazioni simili a questa si possono trovare ovunque: da come si affrontano le questioni più generali, ai modi in cui si organizza la quotidianità.

Ezio Manzini: design per l’innovazione sociale

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Ezio Manzini è uno dei maggiori studiosi italiani e mondiali di design per la sostenibilità, campo nel quale lavora da più di 20 anni. È fondatore di DESIS, un network internazionale su design per l’innovazione sociale e per la sostenibilità. È Honorary Professor al Politecnico di Milano, Chair Professor alla University of the Arts London e attualmente è Guest Professor alla Tongji University – Shanghai e alla Jiangnan University – Wuxi. Il suo ultimo libro è Design, When Everybody Designs. An Introductin to Design for Social Innovation (MIT 2015)

Partiamo dalla domanda più ovvia: di cosa parla questo libro?

La considerazione di partenza è che, in un mondo in rapida e profonda trasformazione, tutti progettano. Dove “tutti” significa le singole persone, i gruppi, le comunità, le imprese le associazioni, ma anche le istituzioni, le città e intere regioni. E “progettano” significa che tutti questi soggetti individuali e collettivi, volenti o nolenti, sono spinti a mettere in campo delle capacità progettuali per definire e realizzare le loro strategie di vita.

Il risultato di questo design diffuso è che tutta la società può essere vista come un grande laboratorio in cui si producono forme sociali, soluzioni e significati inediti. In cui si crea cioè innovazione sociale.

Il libro parte da qui, da questo mondo in cui tutti progettano e tutto si progetta, per discutere casa fa, e cosa potrebbe fare, il design esperto. Cioè la comunità di quelli che sono stati formati, e si propongono, come attori sociali capaci di promuovere e supportare processi progettuali di diverso tipo e a diverse scale.

Francamente, la prima parte della tua risposta mi pare un po’ troppo ottimistica: credi davvero che la società attuale possa essere vista come un laboratorio di sperimentazione sociale?

Ovviamente sì, visto che ho preso quest’idea come punto di partenza per farci un libro! Ma capisco la perplessità: il fatto è che l’innovazione sociale di cui parlo è assai radicale. Proprio, per questo spesso non la si riconosce: non emerge là dove stiamo guardando e, spesso, per vederla, dobbiamo cambiare il punto di vista e criteri di lettura.

Per esempio: è fuor di dubbio che tutto il sistema politico sta cambiando e con esso la nozione stessa di democrazia. Ed è altrettanto chiaro che, in questo quadro, nuove forme di politica e di democrazia stanno emergendo (nel bene e nel male). Ma la velocità e la radicalità della trasformazione sono tali che facciamo fatica a riconoscerle e ad aggiornare i criteri di lettura per valutarle. Esempi di situazioni simili a questa si possono trovare ovunque: da come si affrontano le questioni più generali, ai modi in cui si organizza la quotidianità.

Questo mi permette di introdurre un’altra considerazione importante: dire che la società è un laboratorio di sperimentazione sociale non significa che i risultati cui porta siano positivi. Intendo dire che c’è innovazione sociale anche in fenomeni che possono essere detestabili, come le modalità di comunicazione e reclutamento dell’Isis; oppure in fatti quotidiani discutibili, come la iper-precarizzazione del lavoro portata dalla diffusione della platform economy (il modello Uber, per intenderci) o la trasformazione della scuola con la penetrazione in essa di inedite tecnologie e comportamenti (come, per fare un esempio recente, il modo in cui alcuni studenti usano Periscope in aula).

Detto ciò, occorre aggiungere che, nella pentola in ebollizione della società contemporanea, ci sono anche, e stanno crescendo, casi interessanti e promettenti: quelli cui nel libro faccio riferimento indicandoli come innovazione sociale per la sostenibilità. Credo che questi casi vadano riconosciuti e aiutati a crescere ed esprimere al meglio le loro potenzialità di cambiamento. E’ proprio di questo che il libro si occupa, mettendo a fuoco in particolare cosa fa e potrebbe fare il design esperto.

Potresti chiarire a cosa precisamente ti riferisci quando parli di innovazione sociale per la sostenibilità?

Mi riferisco a tutte quelle nuove idee che sono emerse nella società negli ultimi 10-20 anni e che hanno portato a introdurre nella vita quotidiana di un numero crescente di persone modi di essere e di fare promettenti in termini di sostenibilità sociale e ambientale. Un terreno su cui queste innovazioni hanno portato a risultati particolarmente evidenti è quello del cibo e della relazione tra la città e campagna. Qui abbiamo visto, in tutto il mondo, la creazione di nuove reti alimentari basate su produzioni biologiche e consumi stagionali e di prossimità.

Altri esempi possono essere: forme di mobilità alternativa all’uso dell’auto individuale; servizi sociali ri-pensati come attività collaborative; modelli di residenziali e di vicinato più adatti alla realtà attuale delle famiglie; iniziative di ricostruzione della qualità ambientale e sociale delle città. La lista potrebbe continuare.

Osservando questi casi si può riconoscere che, nella loro grande diversità, essi hanno un fondamentale tratto comune: sono soluzioni a specifici problemi che, nella loro realizzazione, producono anche socialità (e quindi contribuiscono alla ricostruzione del tessuto sociale) e nuove qualità (e quindi partecipano alla produzione di nuovi sistemi di valore). In breve, essi possono essere considerati come sperimentazioni di nuovi modi di fare e di pensare: prototipi funzionanti di una quotidianità sostenibile.

Bello e interessante. Ma cosa c’entra tutto questo con il design?

C’entra, e c’entra molto! Prima di tutto, come ho già detto, l’innovazione sociale di cui parliamo è descrivibile come un intreccio di attività di co-progettazione. Quindi tutti quelli che, in modi molto diversi e diversamente apprezzabili, sono promotori di innovazione sociale sono anche attori di processi, spesso assai complessi e contraddittori, di co-progettazione. In effetti, è facile constatare che, in questi ultimi anni, la consapevolezza della necessità di adottare un approccio progettuale, e quindi anche alcuni strumenti progettuali, si è molto diffusa (per esempio: l’espressione design thinking ha avuto negli ultimi anni un successo planetario, investendo anche le imprese sociali e le istituzioni; il design dei servizi è un’altra area in rapida ascesa che sta contribuendo a ri-progettare molteplici attività sia nel settore pubblico che privato).

Ma non solo. Il design c’entra anche nella sua seconda accezione, che è, appunto, quella di “design esperto”: proprio perché tutti progettano, diventa utile e necessario che ci sia qualcuno che li aiuti a farlo. Che disponga cioè di strumenti culturali e pratici che possano integrare e promuovere le capacità progettuali degli altri, cioè dei non-esperti. Il che significa: qualcuno che sia esperto in come stimolare e in vario modo supportare più ampi e articolati processi di co-progettazione.

Non mi pare che il design esperto di cui parli assomigli molto a quello che normalmente le persone pensano che sia il design. Come mai?

Il fatto è che, in questo mondo in rapida e profonda trasformazione è cambiata anche quell’attività che, tradizionalmente, è stata chiamata “design”. E, come tutto il resto, è cambiata molto di più di quanto siano evolute le categorie culturali con cui normalmente la si legge.

Potresti spiegarti meglio?

Per fare una lunga storia breve, possiamo dire che il design come disciplina e professione, che qui chiamo design esperto, è emerso all’inizio del secolo scorso in relazione ai cambiamenti portati dall’industria. Il risultato è stato che ha legato la sua iniziale definizione a ciò che, in quel momento, ne stava creando la necessità: l’industria di quel tempo e i prodotti che generava.

Così il design è stato visto principalmente come design industriale e associato alla produzione di serie di prodotti industriali. Ora però, come ho già detto anche troppe volte in quest’intervista, il cambiamento si è esteso e investe non solo i prodotti, ma anche i servizi, le organizzazioni e un numero crescente di attività quotidiane.

Ne deriva che tutte queste entità non possono più essere riprodotte in modo convenzionale (cioè attraverso la replica e l’adattamento di “come si è sempre fatto”), ma richiedono di essere progettate. E quini, in linea di principio, richiedono anche un intervento da parte di chi si propone come esperto in design.

Quello di cui ora stai parlando è un cambiamento che investe solo il design per l’innovazione sociale, cui il tuo libro si riferisce, o il design in generale?

Il cambiamento di cui sto parlando è del tutto generale e, secondo me, quello che sta emergendo è il design del XXI secolo: un design esperto che si propone come un insieme di competenze, sensibilità e strumenti culturali (gli strumenti e la cultura del progetto) applicabili ad ogni tipo di problema: dalla tradizionale concezione di un prodotto, alla co-creazione di un servizio sociale, alla proposta di nuove forme di rappresentazione democratica.

Manzini, design

È chiaro che i primi che dovrebbero capire la natura di questo design emergente, e adottare un modo di fare e di proporsi coerente con esso sono gli esperti di design, (cioè i designer e le scuole in cui sono formati). Il che sta succedendo, ma troppo lentamente rispetto a come, a mio parere, sarebbe necessario.

Qual è dunque la relazione tra questo design emergente e il design per l’innovazione sociale?

Risponderò con due considerazioni. La prima è che il design per l’innovazione sociale non è una nuova disciplina del design. E’ invece una nuova capacità estendibile tutto il design esperto: la capacità di riconoscere le dinamiche sociali più promettenti e operare con esse. In altre parole: il design per l’innovazione sociale è tutto ciò che il design può fare per promuovere e supportare l’innovazione sociale, per renderne i risultati più accessibili e diffusi, e per arricchirne e approfondirne il significato.

La seconda considerazione che vorrei proporre è che il design per l’innovazione sociale richiede, come precondizione, l’adozione di una teoria e di una pratica più coerenti con quelle che il design emergente propone. Infatti, se si resta ancorati alla definizione del design del XX Secolo, come troppo spesso ancora avviene, non si può sperare che il design svolga un ruolo significativo su questo terreno. E, tanto meno, che con la sua azione possa arricchire la conversazione sociale, contribuendo ad orientarla nella prospettiva di un futuro sostenibile. Detto questo, temo che, per saperne di più, occorra proprio leggere il libro …

Immagine di copertina: ph. Sam Ellis da Unsplash

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