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15 marzo 2018

Pubblichiamo un estratto da Politiche del quotidiano di Ezio Manzini, un progetto cheFare.

Politiche del quotidiano in un mondo fluido

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Vicino al paese dove abito c’è un leccio secolare in mezzo a una bella radura tra boschi e vigneti. Una sera d’estate, verso il tramonto, un centinaio di persone, molto diverse tra loro, gli sta attorno, sotto la volta dei grandi rami che ricadono fin quasi a terra, definendo un magnifico spazio vegetale. Al centro, vicino al tronco ci sono degli attori che recitano, in questo caso, dei brani dell’Odissea. Tre musicisti suonano delle musiche contemporanee. Poi ci sarà del vino e del cibo. Il sole sta tramontando. Un momento di felicità condivisa. Anche se…

Anche se tutti sanno che in quello stesso momento, altrove, altre persone stanno fuggendo, altri sono sotto il fuoco dei cecchini, altri stanno morendo di fame.

Altri non hanno più alberi attorno ai quali riunirsi. Altri, molti altri, non sono in condizioni tanto drammatiche, ma ugualmente non hanno la possibilità di vivere un momento così: perché quel grande albero non lo hanno, o non lo sanno riconoscere. Perché invece qui, invece, tutto questo (ancora) c’è?

Quello di cui vorrei parlare è di come si creino questi momenti particolari in cui ciascuno sta bene proprio perché ha la sensazione che tutti attorno a lui stiano bene, tra loro e con il mondo.

comunità

Pubblichiamo un estratto da Politiche del quotidiano (Edizioni di Comunità) di Ezio Manzini da oggi in libreria. Un progetto cheFare

Mi pare che questa condizione di felicità condivisa non significhi indifferenza o inconsapevolezza della vita di altri meno fortunati. Non cancelli l’orrore per l’indifferenza, l’egoismo, la violenza che proliferano nel mondo. Ma, con la sua semplice e delicata esistenza, indichi in concreto che le cose possono anche essere diverse da ciò che troppo spesso viene suggerito. E cioè che la felicità sia il portato del successo nella competizione e dei benefici che ne deriverebbero.

Il circolo di persone attorno a un albero, che sentono parole e musica e che cenano assieme, dice che un altro scenario è possibile. E questo può dare una direzione per l’azione. Sto esagerando? Sto dando troppe responsabilità a un gruppetto di persone attorno a un albero? Forse. Ma credo che dovremmo saper riconoscere in esso un seme di una nuova civilizzazione e un’immagine di un futuro possibile, che in luoghi e momenti come questo vediamo emergere.

Dunque, continuando su questo esempio, chi sono quelle persone? Perché sono lì? Come hanno fatto a essere lì?

Le persone attorno al leccio sono un variegato pezzo di mondo: alcuni vivono in quell’area da generazioni. Altri hanno scelto di abitarci. Altri sono in rappresentanza dei nuovi nomadi, turisti o migranti che siano. Ciascuno di loro ha una rete di relazioni che include alcuni dei presenti ma che li connette anche, e soprattutto, con altre persone locali e non, disperse nel mondo fisico e digitale. In questo momento, in questo luogo, queste diverse reti si intrecceranno tra loro e produrranno un tessuto più fitto di relazioni tra persone, cose e luoghi. Esprimeranno e produrranno una comunità. Una nuova e contemporanea forma di comunità che non è stata data loro in eredità, come succedeva con le comunità del passato. Una comunità che esiste per scelta e che è stata coscientemente, o incosciente- mente, progettata e costruita.

In questo libro, parlando di comunità, mi riferirò a questo tipo di comunità. Delle comunità volontarie, leggere, aperte, in cui si bilancia l’individualità di ciascuno con il desiderio di stare e di fare qualcosa assieme. Comunità fluide, senza le quali c’è solo la solitudine dell’individualità connessa, o il tentativo reazionario di riproporre le comunità chiuse e identitarie del passato che, posto pure che in passato fossero così belle, di certo sono un passato che non potrà tornare.

Perché dunque quelle persone sono lì, e non chiuse a casa loro? La risposta più breve è quella già data: perché riconoscono il valore di un momento di felicità condivisa, intesa come un bene comune. Provando a sbrogliare la matassa di cosa quest’espressione possa significare troviamo diversi fili: l’interesse per lo spettacolo teatrale e musicale e quello per il cibo e il vino; piacere di ritrovare gli amici di sempre o di incontrare qualche persona nuova. Ma anche: la bellezza del posto. La magia dell’albero secolare.

Le motivazioni sono dunque diverse per sostanza e per natura. Si riferiscono all’insieme di qualcosa che si può produrre e comprare o regalare, e qualcosa che nessuno individualmente può produrre, ma che si fa insieme, nel tempo: la bellezza di quell’albero nella radura e la capacità di riconoscerla, il ritrovare una radice comune nei testi dell’Odissea, che quasi tutti qui hanno studiato o almeno sentito nella loro vita; il senso di fiducia e l’empatia che questo momento produce. La felicità condivisa si basa sul riconoscimento di questi beni comuni.

Come tutto questo è potuto avvenire? Ovviamente, tutto ciò che ho descritto non è un fenomeno naturale. Se esiste è perché qualcuno lo ha fatto succedere.

È sempre stato così. Se, in questi stessi luoghi, andiamo indietro nel tempo, possiamo trovare un gran numero di situazioni analoghe: molti e diversi circoli di persone attorno a un albero o attorno al fuoco. Qualcuno che suona e qualcuno che recita in ottava rima. Certamente c’era del cibo e del vino. Ma qui l’analogia con il nostro attuale cerchio di persone attorno al leccio finisce.

Le persone che, nei tempi andati, erano lì a formare quei gruppi, non avevano veramente scelto di esserci: nelle comunità del passato, per i più, le cose erano così perché si era sempre fatto così: il luogo, il cibo, le musiche, il teatro, c’erano perché c’erano sempre state (o, almeno, così pareva loro). E le persone c’erano perché così si doveva fare. Questo sistema di tradizioni, e il modo convenzionale di pensare e di fare che esso implicava, oggi non c’è più. O quasi. Certamente non sta alla base della scena che ho descritto. In questo caso, tutto poteva essere fatto anche in un modo diverso (o, semplicemente, non essere fatto). Tutti avrebbero anche potuto essere altrove. Nessuno ha obbligato nessuno. Le cose sono così perché ciascuno, con ruoli diversi, ha fatto la sua parte.

Prima di abbandonare quest’immagine iniziale, vorrei anche indicare quanto la comunità che ci propone, e quindi il senso di felicità condivisa che produce, sia fragile: basterebbe che il padrone del terreno decidesse che non vuole gente “sul suo”. Che il comune, a fronte dei tagli in bilancio, non desse più il supporto che oggi, in modo lungimirante, ancora offre. Che, per una miopia economica, chi organizza l’evento ne favorisse la promozione unicamente verso i turisti, riducendo la presenza del gruppo di chi, essendo residente, ne dà la necessaria continuità. Che crescesse il numero di persone maleducate che non sanno stare in un luogo senza rovinarlo, riempiendolo di rifiuti o di mozziconi di sigarette.

La lista dei possibili agenti di un cambiamento in peggio potrebbe continuare. Ricordarla qui serve per mettere in chiaro che quando ci capita di vivere un’esperienza come questa, dobbiamo aver ben presente che ci troviamo nel mezzo di qualcosa la cui esistenza è tanto preziosa quanto fragile. E che pertanto occorre averne cura. Una cura che deve essere messa in atto da tutti gli interessati.

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