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27 Dicembre 2018

Il fallimento del singolo può diventare un’opportunità per la collettività

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Tutto ciò che è scritto, è scritto da un osservatore. In questo caso un osservatore del proprio interiore e del mondo che lo circonda.

Sono passate ormai diverse settimane da quando ho rinunciato al mio dottorato, settimane di novità pacate, rimpianti, speranze, riflessioni e dibattiti solitari.

Arrivo da un anno di stallo creativo, gran parte di quello che ho imparato l’ho appreso in maniera forzata, senza il piacere della conoscenza, anzi, subendo una certa costrizione. Ho scoperto i miei pregiudizi e l’incapacità di superarli anche nel momento in cui si erano palesati come tali dentro me. Un anno fa ho accettato una borsa di dottorato in un ambito a me totalmente nuovo, non avevo nessuna certezza di riuscita, ma ho voluto provare.“Tentar non nuoce” mi dicevo, “male che va imparerò qualcosa di nuovo”, ma questa volta per me come essere umano la posta in gioco era più alta di quanto potessi immaginare.

La possibilità di entrare in un’istituzione universitaria, da esterno, senza spinte di alcun genere e senza aver fatto un percorso canonico, mi riempiva di orgoglio. Ero tra i pochi che ce l’avevano fatta e dopo anni da autodidatta sul campo anche io avevo la possibilità di suggellare la mia esperienza con un titolo riconosciuto.

I 10 anni precedenti sono stati una crescita continua, ho iniziato con il design di prodotto, passando per la sostenibilitá, sono approdato nel digitale e di nuovo sui territori, lavorando con persone speciali che mi hanno portato ad approfondire i loro mondi fatti di processi, relazioni e progettazione delle organizzazioni, innovazione sociale e culturale. Ho mixato tutto quello che avidamente raccoglievo per la mia strada, costruendo percorsi di ricerca ai confini delle materie, percorsi di professionalità multipotenziali, mantenendo sullo sfondo la profonda ammirazione per un approccio olistico alla vita.

Pensando che il migliore investimento fosse sulla conoscenza sono andato avanti, studiando, partecipando a eventi, workshop, divorando libri e articoli.

Proprio oggi (18 dicembre 2018) torno a Roma con una sconfitta che a differenza delle altre non mi ha lasciato quell’energia nel presente (ormai passato) per poter imparare dai miei errori e migliorare la mia condizione. Ho provato con tutte le mie energie ad adattarmi al contesto, ad essere qualcun altro. Solo da poco ho capito (nuovamente) che ogni volta che fallisco nell’essere un altra persona capisco meglio chi sono veramente io.

Finalmente dopo mesi passati nei panni del fallito, con addosso l’aura totalizzante di chi ha perso il suo posto nel mondo (delle merci) e quindi anche il suo posto nel mondo sociale, dopo mesi nei panni della mia ombra, dopo mesi a subire i punti di vista dei professoroni di vita, chiudo un capitolo per aprirmi nuovamente, sperando che il mio punto di vista possa essere di conforto per qualcun altro.

Perché racconto questo?

È ovvio dire che tutto ciò che ho vissuto interiormente quest’anno non rappresenti un caso isolato. Disagi simili sono molto diffusi, ma spesso etichettati come fenomeni di cui non tener conto, fenomeni da nascondere nel proprio guscio, perché c’è troppo da perdere per il singolo nel palesarli. È pieno di articoli che raccontano il pessimo stato di salute mentale dei dottorandi e dei ricercatori, come ad esempio potete leggere qui, qui, o ancora qui, potrei andare avanti per molto.

In generale non solo questa fascia di lavoratori, ma tutti i lavori sono o possono essere soggetti a certe ondate di malessere. La neurosostenibilità è un tema di cui ci si comincia a interessare, soprattutto in un mondo dove la velocità tecnologica impone la costante spada di Damocle del doversi reinventare a livello professionale a ritmi sempre più elevati, con tutti i rischi psicologici che questo comporta .

Ma non si tratta solo di lavoro, si parla di relazione fra l’essere umano, il lavoratore e il suo contesto.

Nell’ultimo periodo, gran parte delle mie relazioni sociali si sono basate su incontri casuali con persone ricorrenti con le quali condividevo qualche interesse, avvenute durante eventi tematici. Spesso non si andava oltre questa frequentazione frammentaria, alle volte qualcuno chiedeva un “appuntamento” più serio (il tempo di una birra da dedicare alla conoscenza minimamente approfondita dell’essere umano dietro la maschera) che si risolveva con un “guardo l’agenda e ti dico”, che rimaneva sospeso nel tempo.

Altre volte invece, dopo aver perso il mio status lavorativo non ho nemmeno più ricevuto risposta a messaggi o conversazioni, sparito nell’oblio, lavoratore rimpiazzabile con altri lavoratori (umani o meno), essere umano rimpiazzato con altri esseri umani. In certi contesti si tende sempre più a identificare l’altro a seconda del lavoro che fa o dell’organizzazione della quale fa parte piuttosto che a partire dalla persona.

È necessaria una socializzazione dei nostri limiti e delle nostre sofferenze, c’è chi ha affrontato il tema prima di me toccando problemi sicuramente più gravi, dimostrando grandissima creatività e capacità di aggregare, ma la visione polarizzata delle nostre vite perfette che emerge da certi social (soprattutto quelli che privilegiano la comunicazione visuale) credo che non corrisponda al nostro reale stato interiore come popolazione umana. Se le cose vanno male in certi momenti ce lo possiamo dire, a livello statistico è impossibile che vada sempre tutto bene.

Non auspico a nessuno di passare periodi come quello che ho vissuto, ma forse le mie parole potranno essere di conforto a chiunque come me si sia trovato/a in una situazione del genere, non sentirsi soli è fondamentale! Spero anche che, dopo questa lettura, le persone che vivono periodi stabili, idilliaci e totalmente sereni riescano a porre un po’ di attenzione in più al proprio vicino: ristabilire il contatto tra esseri umani attraverso dei piccoli gesti può avere risultati enormemente positivi.

Siamo fortunati noi qui, in questo spazio e in questo tempo, a poterci permettere di parlare di problemi che per altre etnie, generi, generazioni o in altri territori sono il male minore. Questa consapevolezza sicuramente non farà sparire il nostro problema, in quanto reale, ma forse ci aiuterà a spostare il nostro punto di vista soggettivo.

Per quanto possa essere poco rilevante l’esperienza di un singolo in un mondo popolato da 7 miliardi di persone, sono convinto che il fallimento temporaneo di un individuo, se ben comunicato, possa dare forza ad altri, compreso il sé stesso futuro.


Le illustrazioni in questa pagina
Sono molto contento di aver ricevuto le illustrazioni di due tra le persone che in questo periodo mi sono state più vicine anche senza condividere direttamente il mio contesto territoriale. Attraverso il loro punto di vista e il differente medium utilizzato, credo che ci si possa immedesimare ancora di più in certi stati d’animo ed esplorare ancora più da vicino certe emozioni che non sono emerse con le parole scritte.
Grazie davvero a: Valeria Loreti, per l’illustrazione di copertina;

Sebastiano Pirisi, per l’illustrazione interna al testo.

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