Almanacco > Inediti
21 Gennaio 2019

Cultura, che fare? Abbandonare la logica dei modelli e sperimentare ancora

Scarica l'inedito in PDF!

Per scaricare l’articolo in pdf bisogna essere iscritti alla newsletter di cheFare, completando il campo qui sotto l’iscrizione è automatica.

Inserisci i dati richiesti anche se sei già iscritto e usa un indirizzo email corretto e funzionante: ti manderemo una mail con il link per scaricare il PDF.

Se inserisci il tuo indirizzo mail riceverai la nostra newsletter. Questa è la nostra informativa privacy

[recaptcha size:compact]

Concentriamoci su alcuni dei nodi che attraversano alcuni settori culturali.

Il primo. Ereditiamo un modello di governance del sistema culturale imperniato sullo Stato. Per difendere questo modello si è forzata l’interpretazione dell’art.9 della Costituzione, identificando la Repubblica (che promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica, tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione) con lo Stato. Ma l’art.114 della Costituzione recita: “La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato”.

Ignorando questo articolo si è difeso a spada tratta un modello imperniato sulle strutture ministeriali statali, soprattutto quelle periferiche, ignorando tutti gli altri livelli istituzionali ai quali spesso non è stato riconosciuto il ruolo svolto nella buona amministrazione del patrimonio pubblico. Questa divisione manichea, in cui lo Stato rappresentava per lo più il “bene” (in quanto soggetto garante ed attuatore dei principi di tutela e conservazione del patrimonio) e Comuni, privati e associazioni rappresentavano il “male” (in quanto soggetti prevalentemente interessati alla valorizzazione e gestione a fini economici del patrimonio), è all’origine di molti dei problemi in cui ci dibattiamo. Ampi settori dell’amministrazione pubblica si sono accomodati sulla scia di queste posizioni favorendo un processo di progressiva autoreferenzialità. Proprio nelle stagioni segnate da scelte riformatrici, con tutte le contraddizioni che a volte accompagnano le innovazioni, è stato offerto al Paese una visione apocalittica delle riforme che prescindeva totalmente dal merito e dalle competenze per rifugiarsi in una sorta di guerra ideologica.

In questo contesto ogni tentativo di riforma, dalla legge quadro del 1998 a quelle più recenti del Ministro Franceschini, sono stati aspramente criticati come tentativi di ridimensionare le funzioni dello Stato a beneficio di Comuni e Regioni, impegnate ad assicurarsi potere e discrezionalità per meglio gestire politiche “per lo più clientelari”, o di un ipotetico privato animato da intenti speculativi. La prospettiva denunciata era quindi la mercificazione del patrimonio culturale. Tutto questo ha impedito o rallentato qualunque ragionamento di merito, le “riforme” sono state in parte inapplicate, si è indebolito il rapporto fra patrimonio culturale e comunità, fino a forme di estraneità e disinteresse. La soluzione alternativa prospettata finiva sempre con due richieste: incrementare la spesa pubblica nel settore a gestione statale, incrementare gli organici nel sistema statale (non pubblico) senza indicare obiettivi, priorità, settori, sulla base di dati accertati e verificati. Con più soldi allo Stato e con più personale, si è detto, si risolverebbero tutti i problemi. Di tutto questo dibattito si sono perse le tracce e chi ha denunciato i limiti del processo riformatore, oggi tace o propone di tornare indietro (separiamo di nuovo le Soprintendenze!).

Il secondo. Per qualche decennio il dibattito fra gli addetti ai lavori si è concentrato sul rapporto pubblico/privato. Dibattito di nuovo di tipo ideologico che ha impedito di verificare fino in fondo in che misura le imprese avrebbero potuto partecipare allo sviluppo della filiera della cultura, produrre valore, migliorare la promozione e fruizione del patrimonio culturale. Al contrario avremmo potuto di nuovo prendere ispirazione dalla Costituzione e darle concreta attuazione a partire dall’art. 118 che, all’ultimo comma, recita: “Stato, Regioni, Province, Città Metropolitane e Comuni favoriscono l’iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”.

Ed ora? Due brevi considerazioni per chiudere questo punto.

La prima: la fase che stiamo attraversando, segna un punto di crisi dei modelli gestionali che abbiamo conosciuto e realizzato. Questo non vuol dire che dobbiamo buttare tutto (solito vizio italiano per cui ogni volta si butta l’acqua sporca ma anche il bambino) quanto piuttosto avere il coraggio di sperimentare, di mettere in conto qualche fallimento e di avere la pazienza di cercare le soluzioni possibili non solo attraverso una collaborazione vera (che non si riduce ai tavoli..) fra le diverse istituzioni, ma soprattutto con il coinvolgimento delle nostre comunità.

La seconda: ci serve costruire un nuovo equilibrio fra soggetti e modelli diversi per la gestione e la promozione del patrimonio culturale. Il metro di misura delle nuove politiche pubbliche per la cultura va ritrovato alla scala urbana, in una concezione che colloca le politiche per il patrimonio all’interno dei contesti e quindi delle politiche di rigenerazione urbana, della lotta al consumo dei suoli, della riorganizzazione delle periferie, della democrazia partecipativa, contribuendo alla costruzione di un nuovo welfare community. L’esperienza delle città candidate a Capitale Europea della Cultura testimonia il successo di questo approccio. E in questa direzione sono andate le città che hanno ricevuto il riconoscimento di Capitale Italiana della Cultura.

Dobbiamo quindi aprire una fase di innovazione e sperimentazione. Che fare quindi. Innanzitutto le istituzioni della Repubblica potrebbero non ostacolare il coinvolgimento delle comunità, l’impegno dei cittadini associati. Sembra poca cosa, ma sarebbe un passo avanti importante. Se vogliamo ricostruire il rapporto fra comunità e patrimonio culturale dobbiamo aprirci alle forme di partecipazione che in ambito sociale e culturale animano le “comunità operose”. La riappropriazione condivisa di un bene comune come la cultura è un percorso che richiede e promuove la territorializzazione dei processi: il riavvicinamento tra produzione e consumo, tra gestione e utenza. La gestione condivisa è tanto più forte quanto più è basata su rapporti diretti e relazioni di prossimità. Questo vuol dire che non ci possono essere “modelli di gestione standardizzati”, quanto effetti dimostrativi che contengono una forza trasformatrice, che la pluralità e la diffusione del patrimonio culturale richiedono sistemi di relazioni istituzionali improntati alla leale collaborazione, che i soggetti privati profit e no profit devono poter svolgere un ruolo attivo nella promozione e gestione dei beni culturali e, infine, che le comunità devono essere messe in grado di tornare ad essere i principali custodi del patrimonio per costruire uno sviluppo locale a base culturale. Il terzo nodo riguarda il ruolo del Terzo settore. Le istituzioni no profit e gli addetti, secondo il censimento Istat del 2011, sono rispettivamente poco meno di 200.000 (su oltre 300.000 totali), divisi quasi al 50% fra attività culturali, artistiche e ricreative e attività sportive, con circa 3.000.000 di volontari, su circa 5 milioni in totale. Danno occupazione a 681.000 dipendenti, più di 270 mila lavoratori esterni (collaboratori a progetto, occasionali ecc) e più di 5.000 lavoratori temporanei. Nel settore attività culturali, artistiche e ricreative gli addetti sono più di 180.000.

Un mondo fatto da associazioni, cooperative sociali e culturali, fondazioni e così via che hanno generato negli ultimi anni “organismi ibridi” che comprendono forme e assetti organizzativi mutuati da diversi istituti giuridici propri del terzo settore. Sono esperienze, luoghi, in cui il capitale umano, il capitale economico si fanno pazienti perché si misurano con l’analisi degli impatti più che con le analisi dei risultati. Sono esperienze di innovazione che si sono sviluppate “a cavallo” fra il sociale e il culturale,nati come esito della crisi per rispondere a bisogni sociali emergenti ma anche per creare opportunità di auto impiego che, soprattutto nel mezzogiorno, hanno declinato una nuova stagione dei diritti e dei doveri verso i beni comuni, aprendo una nuova prospettiva alla democrazia partecipativa.

Faccio solo un esempio: nelle ultime due competizioni per il Premio del Paesaggio del Consiglio d’Europa, l’Italia, attraverso il Ministero dei beni e delle attività culturali, ha candidato in Europa due esperienze promosse da associazioni che hanno sviluppato progetti di intervento sul paesaggio, coniugando la partecipazione con la valorizzazione del patrimonio culturale e produttivo. Molti dei vituperati (almeno da alcuni) festival o eventi organizzati dalle Amministrazioni comunali, con la partecipazione di centinaia di migliaia di cittadini, sono promossi, gestiti e realizzati da associazioni, cooperative, volontari.

Ultimo nodo: come possiamo procedere. Ho già scritto che sarebbe un errore ricondurre la ricchezza delle esperienze ad un modello. Se queste iniziative oggi rappresentano una risorsa dell’Italia, in presenza di una progressiva contrazione dell’intervento pubblico, lo si deve al fatto che esse sono strettamente connesse con la storia, la cultura, le condizioni sociali, economiche e culturali delle loro comunità di riferimento. Non sono un modello e non ambiscono a diventarlo.

Dobbiamo quindi darci un metodo e sperimentarlo pazientemente nelle nostre città, coinvolgendo e valorizzando le energie, le risorse del terzo settore a seconda delle situazioni e delle circostanze. Si potrebbe cominciare avviando una sperimentazione in alcune città in cui fare il “tagliando” al modello di gestione del patrimonio culturale, realizzare un censimento degli spazi culturali inutilizzati, chiusi o abbandonati e aprire un cantiere con il terzo settore per condividere le modalità attraverso le quali avviare un processo di partecipazione dei cittadini che porti a siglare un nuovo patto, un’alleanza fra le amministrazioni pubbliche e i cittadini. Si chiama co-progettazione, co-pianificazione, così come prevede il Codice del Terzo settore. Ma questo potrebbe essere insufficiente se Governo e Parlamento non dessero piena e rapida attuazione alla riforma del Terzo settore. Così come potrebbe essere di grande utilità una iniziativa del Mibac che, a partire dai luoghi culturali abbandonati, chiusi o difficilmente gestibili direttamente, preveda di affidarne la gestione al terzo settore. Non possiamo aspettare in attesa che si possa disporre di nuove misure legislative.

Concludo con un invito. Abbandoniamo la stagione dei lamenti. Non servono e fanno perdere tempo. Ha detto Albert Einstein: “Lavoriamo duro. Finiamola una volta per tutte con l’unica crisi pericolosa che è la tragedia di non voler lottare per superarla”. Perciò la nostra scommessa deve essere trasformare i bei gesti in buone esperienze, in buone politiche, in un buon futuro.


Immagine di copertina: ph. Sam Poullain da Unsplash

La newsletter di cheFare

Le attività e gli articoli di cheFare nella tua mail

Ti piace cheFare?

Seguici su Facebook!

Potrebbero interessarti anche questi articoli

Sputiamo su… Rosetta non è un genere

5 Novembre 2018

‘Arte, tecnologia e scienza’ di Marco Mancuso per ritrovare un campo d’azione collettivo

28 Febbraio 2019
economia creativa

Il paradosso dell’economia creativa

22 Giugno 2017