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14 novembre 2017

Fare fundraising funziona? L’esempio di FARM

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Quando si affronta il tema del fundraising nei corsi di formazione basta in genere meno di un’ora, perché almeno uno dei corsisti volga la sua espressione da entusiastica a perplessa e se ne esca con un “ma funziona davvero?”

Ma cosa si intende con il verbo “funzionare”? Nella mia esperienza, questa frase può sottendere tre significati.

Il primo modo di intendere il verbo “funzionare” serve a definire se è facile o meno il raccogliere donazioni, identificando coloro che confondono il fundraising come l’insieme di tecniche pensando invece che sia semplicemente l’atto del mettere insieme più risorse economiche possibili.

La seconda accezione è utilizzata da chi si interroga se davvero esiste una cultura del dono in Italia e intende comprendere il posto che ha il fundraising nel nostro contesto culturale.

Il terzo gruppo di persone attribuisce a questo verbo il desiderio di capire se il fundraising può essere effettivamente una delle gambe che contribuisce alla sostenibilità di un progetto di rigenerazione. E se sì, quali sono gli esempi di progetti di rigenerazione urbana che hanno adottato strategie di fundraising in Italia.

Il dono e la rigenerazione

Partiamo dai fondamentali: il termine fundraising non coincide con l’insieme di tecniche o di strumenti di raccolta fondi, soprattutto in un progetto di rigenerazione urbana, dove parlare di fundraising ha senso come modalità di attivazione comunitaria.

Nei progetti di rigenerazione urbana, infatti, la “ri-appropriazione” di un bene o di più beni – tangibili o intangibili – funziona quando la comunità se ne assume la responsabilità fino al punto di considerare il donare tempo e risorse al progetto come modo per prendervi parte e esserne protagonista.

La questione è, però, se queste belle parole trovano concretezza nella realtà. Di solito, è questo il quesito che trasforma le facce dei corsisti portandole al limite dello sgomento. La miglior risposta da dare è raccontare l’esperienza di chi, oramai da qualche anno, lavora su progetti di rigenerazione e si impegna a far “funzionare” il fundraising per cercare di trasformarlo in partecipazione.

Uno degli esempi più calzanti, in Italia, è senza dubbio il Farm Cultural Park, un caso di rigenerazione tra i più noti: un “parco culturale”, diventato un luogo di ‘produzione’ e fruizione di cultura e di creazione di un nuovo senso di comunità.

Ecco perché l’esperienza di Andrea e Florinda, fondatori di questo progetto che si sviluppa da oramai otto anni, è particolarmente interessante per osservare la capacità e le difficoltà incontrate per sostenersi.

Per voi è stato chiaro dall’inizio che Farm sarebbe diventato un progetto di rigenerazione e innovazione sociale?

Nel 2008 quando abbiamo iniziato a lavorare al progetto, i termini “rigenerazione urbana” e “innovazione sociale” non erano ancora di moda, come lo sono oggi. Eppure avevamo esattamente in mente quello che poi è accaduto.

Volevamo rendere Favara, la città nella quale avevamo deciso di vivere, più bella per noi e più stimolante per le nostre bambine e al tempo stesso una grande attrazione per turisti e visitatori.

Siete considerati dal mondo culturale, e non solo, una best practice di rigenerazione urbana. Quanto effettivamente siete riusciti a rigenerare il territorio?

Chi viene un week end a Favara se ne rende conto personalmente e chi conosce Favara da sempre fa fatica a riconoscerla.
Oggi il centro storico di Favara, nonostante sia grande e abbia ancora tantissime porzioni in rovina, mostra la rinascita della piazza Cavour da luogo dove si bivaccava senza aver nulla da fare a vera e propria piazza di ritrovo che ospita alberghetti, pizzerie, bar e osterie. E in più ci sono diversi comparti del centro storico oggi riqualificati in modo sorprendente.

Come “misurate” la riuscita del progetto? Avete in mente di fare un’analisi dell’impatto sociale di FARM?

La Facoltà di Economia dell’Università di Palermo sta lavorando a un documento scientifico che possa misurare l’impatto economico di FARM. Sulla dimensione dell’impatto sociale, speriamo di poter coinvolgere presto dei professionisti che possano restituirci una fotografia fedele.
Dal nostro punto di vista, molto è stato fatto ma la vera sfida sono i bambini.
Poter accompagnare i bambini di Favara in un percorso continuativo di esposizione alla bellezza e a persone di valore.

Quanto tempo serve per avere dei risultati?  

Dipende. Favara non è più quella che era prima già da più di tre anni, almeno.
L’entusiasmo e la voglia di diventare protagonisti del cambiamento hanno fatto tanto, ma se vogliamo effetti importanti sul lungo periodo l’unica strada percorribile è quella dell’educazione, che richiede moltissimo tempo e perseveranza.

Qual è stato il ruolo del fundraising in questo processo?

Ancora, purtroppo, marginale. Noi crediamo fortemente nel fundraising ma farlo con efficacia richiede competenze specifiche e risorse umane dedicate. Speriamo prima o poi di poter dare a Farm la struttura organizzativa che oggi necessita e quindi di avere una o più risorse totalmente dedicate alla raccolta fondi.

Per Farm Cultural Park il fundraising è una leva per la sostenibilità o piuttosto uno strumento di coinvolgimento?

È sia l’uno che l’altro: chi dona mette un pizzico di se stesso e si affeziona al progetto.
In qualche modo, anche se a distanza, entra a far parte della piccola ma preziosa Comunità di Farm.

Quale leva avete utilizzato per coinvolgere i donatori? Perché decidono di donare?

La nostra buona causa più importante è raccogliere fondi da destinare alla realizzazione di Farm Children’s Museum, un luogo per il futuro dove i bambini di tutte le età, possano giocare, imparare e sognare, per coltivare pensiero critico, responsabilità sociale e consapevolezza globale e per aiutarli a rendere il mondo migliore.

Spesso le persone, visitatori, turisti o amici donano perché capiscono l’importanza di questo progetto e intravedono in Farm un dispositivo di costruzione di futuro.

Qual è la risposta dei donatori individuali?

Abbiamo circa un centinaio di donatori individuali di piccole somme. La maggior parte risponde alla sollecitazione più debole, una call sui social. Abbiamo anche qualche major donor per i quali abbiamo messo in campo una sollecitazione più efficace con la richiesta specifica di una data somma di denaro.

Un totale fallimento, invece, si sono rivelate le richieste a grosse istituzioni (banche) a cui erano state chieste somme importanti. Addirittura, il Presidente nazionale di un importantissimo istituto bancario è di Favara e nonostante ciò non siamo riusciti ad ottenere nessun tipo di supporto.

Le imprese che vi sostengono cercano visibilità o chiedono di essere coinvolte nel progetto?

Le imprese che ad oggi hanno sostenuto Farm, il più delle volte con donazioni in kind ma non solo, sono delle grandi imprese nazionali e internazionali. A mio parere hanno dato una risposta a una esigenza di responsabilità sociale più che di ricerca di visibilità.

Il progetto nasce da una vostra intuizione e da un vostro investimento finanziario. Il fatto di essere coinvolti in prima persona nel finanziamento di FARM come ha cambiato il fundraising?

La prima regola del fundraising è: “Quando chiedi soldi fai parlare la buona causa”.
Noi, peraltro, essendo i primi super grandi donatori di Farm, dovremmo essere i primi a chiedere. Leggerlo nei testi sacri è facile, farlo decisamente meno.

Un progetto come FARM avrebbe successo anche in un luogo diverso? Per esempio in una cittadina della bassa padana.

Il mondo si divide tra chi ritiene che FARM possa esistere solo a Favara e chi, come noi, ritiene che il processo sia replicabile in qualunque parte del mondo.

È chiaro che non ha senso fare un clone di Farm, né sarebbe possibile. Ogni luogo richiede un progetto specifico anche perché il valore più importante di Farm è la comunità che riesce a generare.

Per la riuscita di un progetto di rigenerazione, quanto conta il senso di appartenenza dei cittadini coinvolti al luogo in cui si opera?

Conta tantissimo. Farm ha restituito ai cittadini di Favara un rinnovato orgoglio di appartenenza, un senso di fierezza che prima non esisteva.

Tutti i giorni qualcuno ci ferma per strada, ci scrive e ci ringrazia per quello che sta accadendo in questa città.

Mi piacerebbe un confronto tra il progetto PLAN di Torpignattara – in cui gli immigrati sono tutti di recente arrivo – e Farm Cultural Park a Favara. Il vostro intervento a Roma è diverso da quello siciliano, ma vorrei conoscere se, sempre in merito al senso di appartenenza a un luogo, avete utilizzato lo stesso approccio o avete affrontato il tema della rigenerazione in modo differente.

Non è possibile fare un confronto tra l’esperienza quotidiana di otto anni di Favara e una settimana seppur intensissima a Torpignattara con gli amici di PLAN.

Quello che posso dire è che siamo rimasti impressionati dalla bellezza di questi bambini provenienti da 24 Paesi del mondo e dal livello di coinvolgimento emotivo che ha travolto noi e loro in una sola settimana.

Ovviamente abbiamo condiviso con loro i nostri valori e i nostri strumenti e insieme abbiamo ragionato su cos’è e cosa vorrebbero che diventasse Torpignattara e soprattutto sul come trasformare i loro sogni in realtà.

Ci hanno sbalordito con la loro sensibilità e la totale libertà da qualsiasi pregiudizio. E poi hanno progettato uno straordinario parco pubblico con una gigantesca pigna colorata che di notte si illumina e che diventerà il landmark di questo quartiere internazionale della Capitale.

Buona causa e non solo

Le parole e l’esperienza dei due ideatori, promotori e sostenitori di FARM mettono in luce con notevole chiarezza le risposte ai quesiti di partenza.

Fare fundraising significa raccogliere facilmente denaro? No, tutt’altro.

Fare fundraising è possibile in Italia? È possibile contare su una cultura del dono? Sì, ma deve essere attivata con un lavoro e un atteggiamento specifico.

Fare fundraising è possibile in un progetto di rigenerazione? Certamente, ma bisogna lavorare con metodo e con le professionalità giuste.

Il progetto FARM ha una “causa” che coinvolge e affascina, considerata importante ed urgente al punto che basta una sollecitazione debole come una call sui social network per avere delle risposte dagli utenti. Non solo, i visitatori contribuiscono a FARM come atto di fiducia nel progetto e come volontà di contribuire alla prosecuzione. Altrettanto fanno i soggetti internazionali, come ricordano gli ideatori del progetto, partecipando come atto di “responsabilità sociale più che di ricerca di visibilità”.

Gli ingredienti ci sono tutti, quindi. Nonostante ciò, in queste parole emerge con evidenza la difficoltà riscontrata nel fare fundraising, perché alla luce dei fatti, funziona quando diventa un modus operandi che richiede preparazione e continuità.


Questo contributo rientra in una serie di approfondimenti in collaborazione con il Master U-RISE dell’Università Iuav di Venezia sul rapporto tra rigenerazione urbana e innovazione sociale. Vuole discuterne gli impatti socio-spaziali, raccontare pratiche virtuose e allo stesso tempo imparare da ciò che non ha funzionato. I docenti del Master U-RISE Marcello Balbo, Adriano Cancellieri, Ezio Micelli e Elena Ostanel (Università Iuav di Venezia), Martina Bacigalupi (The Fund Raising School), Paolo Venturi (AICCON) e Flaviano Zandonai (Euricse) ci accompagneranno in queste settimane con le loro analisi e riflessioni. Buona lettura. Iscrizioni aperte fino al21 novembre

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