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22 marzo 2016

Con questo primo testo tratto dall'antologia olivettiana Il mondo che nasce, avviamo la collaborazione tra Edizioni di Comunità e cheFare, con l'obiettivo di divulgare il pensiero di Adriano Olivetti anche nel mondo dell’innovazione culturale italiana

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Con questo primo testo tratto dall’antologia olivettiana Il mondo che nasce, avviamo la collaborazione tra Edizioni di Comunità e cheFare, con l’obiettivo di divulgare il pensiero di Adriano Olivetti anche nel mondo dell’innovazione culturale italiana che molto deve alla pratica e alle teorie da lui elaborate. I percorsi olivettiani che proporremo su cheFare non sono che il primo momento di una partnership che pone il proprio sguardo proprio sull’innovazione culturale e sociale e sugli strumenti necessari per costruire nuove pratiche di comunità.


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Nelle esperienze tecniche dei primi tempi, quando studiavo problemi di organizzazione scientifica e di cronometraggio, sapevo che l’uomo e la macchina erano due domini ostili l’uno all’altro, che occorreva conciliare. Conoscevo la monotonia terribile e il peso dei gesti ripetuti all’infinito davanti a un trapano o a una pressa, e sapevo che era necessario togliere l’uomo da questa degradante schiavitù. Ma il cammino era tremendamente lungo e difficile. Mi dovetti accontentare in principio a volere l’optimum e non il maximum delle energie umane, a perfezionare gli strumenti di assistenza, le condizioni di lavoro.

Ma mi resi a poco a poco ben conto che tutto questo non bastava. Bisognava dare consapevolezza di fini al lavoro. E l’ottenerlo non era più compito di un padrone illuminato, ma della società.

Tecnico, ingegnere, direttore generale e, molti anni dopo, presidente, percorsi rapidamente, in virtù del privilegio di essere il primo figlio del principale, una carriera che altri, sebbene più dotati di me, non avrebbero mai percorsa.

Ma imparai il valore della gerarchia, i pericoli degli avanzamenti troppo rapidi, l’assurdo delle posizioni provenienti dall’alto. Capii che solo dopo dieci, quindici anni potevo dire di conoscere i veri problemi, la vera natura del mio compito.

Dal 1919 al 1924, nei lunghi anni del Politecnico, assistei allo svolgersi della tragedia del fallimento della rivoluzione socialista. Vedo ancora il grande corteo del 1° maggio 1922 a Torino: 200.000 persone; sapevo che i tempi non erano ancora maturi, intuivo soprattutto che la complicazione dei problemi era tremenda e non vedevo nessuna voce levarsi a dominare con l’intelligenza la situazione e indicare una via perché il socialismo diventasse realtà.

Mi domandavo sin da allora perché la società avesse saputo trovare in molti campi forme di organizzazione di sorprendente efficienza e perché invece la struttura politica apparisse così poco adatta ad assolvere i suoi compiti.

Quando partii per l’America nel 1925 mi proposi di studiare il segreto dell’organizzazione, per poi vederne i riflessi nel campo amministrativo e politico. Imparai la tecnica dell’organizzazione industriale, seppi capire che per trasferirla nel mio paese doveva essere adattata e trasformata; ma i riferimenti intorno all’azione e al metodo della politica rimanevano, come dovevano rimanere, di modesta importanza.

L’ambiente in cui mi trovai, a 25 anni, ad affrontare il problema difficile e complesso di trasformare una industria fondata su sistemi semi-artigianali in una impresa di più grandi dimensioni e modernamente intesa, era largamente dominato dalla figura originalissima di mio padre e della piccola città dove eravamo nati.

Mio padre era dotato di un geniale talento economico, disprezzava la struttura capitalista, il sistema bancario, la finanza, la borsa, i titoli. Perciò volle essere ingegnere contro la sua stessa più profonda vocazione.

Poiché era intelligente e tenace, fu un buon ingegnere. Molti dei capi alla cui coraggiosa iniziativa si deve il nascere dell’industria moderna furono del suo tipo: dominatore, accentratore, scarsamente capace di utilizzare le altrui esperienze. Mio padre era dominato dall’idea dell’indipendenza, del non dover niente a nessuno, di non essere soggetto a controlli o a legami di qualsiasi sorta. Perciò procedeva con estrema cautela e prudenza, adeguando lo sviluppo dell’azienda alle proprie risorse finanziarie e alla personale attività organizzativa. Quando entrai nella fabbrica, la direzione tecnica della produzione era il dominio di un self-made man, di un capo proveniente dalle file operaie, versatile, attivissimo, eclettico, di uno stampo difficilmente riproducibile.

Più tardi compresi ancor meglio il valore umano di quell’antico collaboratore che insieme a mio padre governava la fabbrica con dei principi insoliti: la bontà e la tolleranza. In quel tempo regnava nella fabbrica una atmosfera di pace e di armonia fra capi e personale. Molti anni più tardi, compresi quanto era difficile riprodurre quell’atmosfera in mutate circostanze storiche e in dimensioni dieci volte più grandi.

L’idea fondamentale che guidò la trasformazione tecnica fu l’introduzione nell’attività industriale, in tutti i suoi rami, di uomini di elevato livello di preparazione scientifica.

I vecchi capi, provenienti dalla gavetta cui la fabbrica doveva l’inizio, lo sviluppo, i maggiori sacrifici degli anni difficili, si dovettero mettere in disparte; entrarono in offi- cina i 100 e lode della scuola politecnica. Io avevo dovuto giudicare le cose e gli uomini sotto un profilo razionale: se servivano o non servivano alla trasformazione che ritenevo indispensabile.

Oggi il dissidio fra il pratico e il teorico è finalmente composto, in una valutazione obiettiva dei reali meriti degli uni e degli altri. Provveduto a organizzare nuovi uffici tecnici e di ricerca, uffici tempi, uffici produzione, servizi di controllo e via dicendo; raddoppiato il personale (da 580 dipendenti nel 1927 si era arrivati a 1200 nel 1934 e oggi sono circa 5000) mancava a tutta l’organizzazione una componente, quella sociale.

Mio padre e il suo braccio destro tecnico avevano dunque guidato prima di me l’officina con un occhio all’intelligenza e una mano sul cuore. Erano i tempi in cui il direttore, con infaticabile energia, con paziente umanità assumeva lui i ragazzi che avevano fama, nella parrocchia, di essere volenterosi e capaci. Egli soleva dedicare almeno un’ora al giorno ad ascoltare l’operaio che chiedeva l’assunzione della moglie o della cognata, che chiedeva un prestito per comperarsi la mobilia o pagare un piccolo debito, che si riteneva trascurato dal proprio capo-reparto, che chiedeva di essere cambiato di posto per motivi di salute, che chiedeva una licenza per rimettersi.

Per tutti egli trovava, quando poteva, un rimedio, una soluzione, un provvedimento.

Questo tocco personale, introdotto da un uomo di cuore, era andato in parte inevitabilmente perduto con l’ingrandirsi della fabbrica. Mio padre lo comprese assai prima di me e quando nel 1932 venne a mancare il Burzio (questo era il nome del suo primo direttore tecnico), creò per sua memoria e per continuare l’opera il fondo che ancora porta il suo nome. Questo sarebbe servito, come infatti servì, come serve tuttora, a garantire all’operaio una sicurezza sociale al di là del limite delle assicurazioni, in Italia ancor troppo ristretto.

Così nessuno fu costretto a indebitarsi per pagare il funerale del padre o della sorella, nessuno dovette più rinunziare, per mancanza di denaro, a dare l’estremo saluto alla madre lontana e morente, le madri ebbero lettini, materassi, mantelli, scarpe, per i loro bambini, a nessuno mancò la legna nell’inverno: gli orfani e le vedove vennero largamente assistiti, nessun convalescente fu chiamato a lavorare ancor debole.

Imparai organizzando questi servizi (non sempre perfetti) a conoscere l’intimo nesso tra l’assistenza sanitaria e l’assistenza sociale. Imparai a conoscere quanto scarsa sia la sensibilità a questi problemi da parte di coloro che non li soffrono, o che sono distratti da obiettivi concreti, verso la tragica marcia per l’efficienza e il profitto, e che infine solo una parte di tali problemi può essere affidata a un piano anche se generoso e ben congegnato, poiché l’azione volontaria, come l’ha definita Beveridge, non può essere sottovalutata (…)

In questi anni la fabbrica è cresciuta, le dimensioni dello stabilimento di Ivrea si sono praticamente raddoppiate con la costruzione della nuova ICO e con l’assunzione di qualche migliaio di nuovi operai; la vecchia, gloriosa OMO, la cui creazione era stata personale fatica dell’ingegner Camillo, ha trovato sede più ampia e degna nel medesimo stabilimento di San Bernardo; ad Agliè i locali di una fabbrica tessile costretta al silenzio dei suoi telai da una grave crisi economica si sono riaperti alla fervida vita del lavoro con il trasferimento di una nostra officina, ove a un gruppo di attente e capaci ma-estranze venute da Ivrea si sono aggiunte alcune centinaia di operai di altre zone, flagellate e impoverite dalla disoccupazione: né la nostra Società ha voluto rimanere estranea al secolare bisogno di lavoro e di industrie del Mezzogiorno d’Italia, e oggi a Pozzuoli, di fronte al golfo più singolare del mondo, si elevano le strutture della nostra fabbrica, che, nel rigore razionalista della sua architettura, nella sua organizza- zione, nella ripetizione esatta dei servizi culturali e assistenziali già creati a Ivrea, ricorda e conferma il nostro impegno di porre la tecnica al servizio dell’uomo.

E intanto, ad accompagnare il coraggioso sviluppo della nostra produzione, un vasto e massiccio sforzo veniva compiuto nella nostra organizzazione commerciale nel mondo intero: la rete distributiva esistente veniva potenziata e affinata, nuove società consociate venivano create, nuovi stabilimenti progettati e avviati al lavoro in lontani continenti, sì da recare in ogni parte del mondo, in una virile competizione, i prodotti della nostra organizzazione, alla quale oggi si trovano a collaborare, nei diversi settori, oltre 24.000 persone. Né l’ingegno creativo dei nostri progettisti e dei nostri tecnici è mancato alla prova in questi anni: nuovi modelli di macchine si sono sostituiti o si sono aggiunti ai precedenti, in un superamento continuo come senza soste batte il suo ritmo la vita; nuovi perfezionamenti li accompagnano, mentre in nuovi campi di attività, come quello delle macchine elettroniche, si è già valicata la lunga e delicata fase degli studi e delle ricerche per affrontare i problemi della produzione.

E infine, mi avvedo che anche taluni degli elementi che sommariamente indicavo tra le tappe del nostro sforzo per il progresso sociale della fabbrica e della comunità sono ormai superati: nel 1956 e nel 1957 nel Canavese, per la prima volta in Italia, si sono operate riduzioni d’orario a parità di salario che hanno permesso da tempo una settimana lavorativa di cinque giorni; è stato recentemente possibile assicurare il 100 per cento del loro salario alle donne che entrano in maternità per i nove mesi e mezzo del loro congedo; per ciò che riguarda la parte aziendale della retribuzione le donne sono state equiparate agli uomini così come esige la loro dignità di lavoratrici.

I bilanci delle famiglie numerose sono stati alleviati da un’integrazione sensibile degli assegni familiari nazionali ancora troppo lontani dal risolvere le reali necessità per i quali la legge li istituì; ancorché non sancito da un preciso regolamento, un dispositivo del Servizio Sociale scatta allorché l’operaio anziano lascia la fabbrica e la sua pensione gli consente di affrontare con la serenità cui ha diritto gli anni del suo riposo, che sono anche, talvolta, gli anni della solitudine e della nostalgia; un Centro Relazioni Sociali provvede ai bisogni più urgenti ed elementari di coloro che, insieme con i loro bambini e i loro vecchi, versano nell’indigenza e nella disperazione, spesso affluiti qui da lontane regioni, affascinati da un miraggio di lavoro che non è umanamente prevedibile la fabbrica possa offrire loro.

Noi sappiamo bene che nessuno sforzo sarà valido e durerà nel tempo se non saprà educare, elevare l’animo umano

E quando questo volume uscirà dalla tipografia, gli uffici e servizi di questo complesso sistema assistenziale avranno trovato una sede unitaria e organica nella nuova serie di edifici che qui ad Ivrea chiamiamo la Fascia dei Servizi Sociali, posta di fronte alla fabbrica a testimoniare visibilmente, con la diligente efficienza dei suoi molteplici strumenti di azione culturale e sociale, che l’uomo che vive la lunga giornata nell’officina non sigilla la sua umanità nella sua tuta di lavoro. In questi anni, dunque, noi abbiamo lavorato nella stessa direzione lungo la quale per primo si era incamminato mio padre, e di cui era toccato a me il compito di individuare e non abbandonare il tracciato tra le difficoltà spesso ardue di un mondo e di una società che si rinnovavano attraverso prove sanguinose e terribili, dove lo spirito di potenza contrastava il passo alla fratellanza e alla libertà, ove il disordine minacciava di prevalere sulla ragione e sulle forze spirituali. (…)

Il tentativo sociale della fabbrica di Ivrea, tentativo che non esito a dire ancora del tutto incompiuto, risponde dunque a una semplice idea: creare un’impresa di tipo nuovo al di là del socialismo e del capitalismo, giacché i tempi avvertono con urgenza che nelle forme estreme in cui i due termini della questione sociale sono posti, l’uno contro l’altro, non riescono a risolvere i problemi dell’uomo e della società moderna.

Noi sappiamo bene che nessuno sforzo sarà valido e durerà nel tempo se non saprà educare, elevare l’animo umano, e che tutto sarà inutile se il tesoro insostituibile della verità e della cultura, luce dell’intelletto e lume dell’intelligenza, non sarà dato a ognuno con generosa abbondanza, con amorosa sollecitudine.

Sia ben chiaro tuttavia che per noi queste mete importanti non sostituiscono né il pane, né il vino, né il combustibile e non ci sottraggono quindi al dovere di lottare strenuamente alla ricerca di un livello salariale più alto, di una condizione economica che vada bene al di là del minimo di sussistenza vitale e consenta finalmente una vera libertà.

Questa duplice lotta nel campo materiale e nella sfera spirituale – per la fabbrica che amiamo – è l’impegno più alto e la ragione della mia vita. La luce della verità, usava dirmi mio padre, risplende soltanto negli atti, non nelle parole.


Estratto da Adriano Olivetti, Prime esperienze in una fabbrica, in Il mondo che nasce (Edizioni di Comunità, 2013 a cura di Alberto Saibene)

Immagine: particolare da poster di Giovanni Pintori sulle fabbriche Olivetti nel mondo 1960 Archivio Storico Olivetti

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