Sull’utilità e il danno dei festival letterari per la cultura contemporanea

Questo saggio è stato pubblicato sul numero 6 della rivista “Pretext. Libri & periodici, del loro passato e del loro futuro”, novembre 2017.

Il dibattito sull’utilità e il danno dei festival per la cultura contemporanea è un ingrediente indispensabile delle polemiche chic, soprattutto quelle estive. C’è chi li accusa di ridurre l’esperienza culturale a evento, di sprecare risorse per l’effimero penalizzando gli indispensabili investimenti strutturali. Privilegiano la spettacolarizzazione e l’evasione festiva rispetto all’impegno feriale, all’interno della polis, più faticoso ma più produttivo. Invece per i fan il loro successo risponde a un bisogno diffuso di conoscenza, incontro e approfondimento che le tradizionali agenzie e i mass media non soddisfano più. Rilanciano il valore della cultura e la promuovono, occupando le pagine dei giornali e garantendo persino qualche briciola di visibilità radiotelevisiva agli autori. Mettono in primo piano il valore della liveness e della socialità, magari intrecciandola con quel che accade nei social media. Riescono così ad attrarre fasce di utenti che in genere evitano con cura i luoghi deputati della cultura, che molti considerano esclusivi e noiosi. Senza dimenticare che i festival sono un grimaldello per il marketing territoriale: nella sua inchiesta sulle potenzialità economiche del paese, Dario Di Vico osserva che, per quanto riguarda il turismo, “la Grande Crisi non ha intaccato la forza delle nostre tre grandi porte d’ingresso (Roma, Firenze, Venezia) e anzi ne ha visto aggiungersi una quarta (Milano) (…) Ma in parallelo abbiamo assistito alla valorizzazione di città intermedie che hanno saputo costruire una attrattività di territorio: un museo, un festival sono riusciti a modificare i flussi e alla rendita turistica storica hanno affiancato una creazione di valore contemporaneo” (Dario Di Vico, Italia in Movimento, “Corriere della Sera”, 17 settembre 2017).

Il dibattito potrebbe continuare all’infinito, opponendo esempi e controesempi. Forse sarebbe meglio entrare nel merito: non tutti i festival sono uguali, non tutti hanno gli stessi obiettivi, non tutti li raggiungono. Per andare oltre l’impressionismo, sarebbe necessario disporre di una mappa completa e ragionata, con le tipologie di ciascun progetto. Finora non esisteva un censimento dei festival culturali italiani. In rete erano disponibili liste parziali all’interno di alcuni generi, settori o territori. Nel febbraio 2017 abbiamo lanciato il progetto trovafestival.com, un portale che ha censito nell’arco di sei mesi oltre 570 manifestazioni culturali in vari ambiti (arti visive, cinema, danza, libri e approfondimento culturale, musica, teatro…) in Italia e nel Canton Ticino. Tra queste, Trovafestival.com ha intercettato finora circa 200 manifestazioni dedicate al libro, alla lettura e all’approfondimento culturale. Ciascuno di questi eventi ha le proprie caratteristiche.

La mappa di trovafestival: oltre 700 festival culturali in tutta Italia (e nel Canton Ticino).

Fiere e saloni
Una prima distinzione l’ha ribadita Giovanni Peresson nella recente inchiesta sui festival letterari (Una mappa per trovare i lettori, “Giornale della Libreria”, 4-7/2017, luglio agosto, in uno speciale che utilizza i dati di Trovafestival.com): è quella tra le fiere e i festival. I due format hanno modalità e obiettivi diversi, ma in parte lo stesso pubblico


Foto: Flickr

Altri titoli di interesse