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27 Febbraio 2018

Fine della Terra, buon viaggio verso il pianeta Marte

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I viaggi statici dell’internauta si arricchiscono di una nuova destinazione. Marte è vicino ma è siderale, ambiente elettrico che compare sullo schermo, ologrammatico. Curiosity il robot sonda, l’uomo che verrà, esplora il paesaggio assolato eppure niente è nuovo, il Sahara, le Ande o il deserto dei Tartari e Dubai si sovrappongono, una qualsiasi montagna brulla, tutto qui, viste mille, e dove siamo senza muoverci?

Su Marte no, non ci siamo, non in poltrona. Dispersi, esternalizzati, siamo supernove spente nei buchi neri del senso, tra nuove dimensioni, ridimensionati. La mente non controlla il flusso, vi si immerge. Intelligenza artificiale. L’uomo ne è immune? Non ne ha la forza. La tecnologia creata è sempre come estensione dell’uomo, estensione di arti, di sensi, di sistema nervoso, e se è efficace al punto di imporsi generando un salto in avanti evolutivo, determina le azioni umane sempre e non solo, diviene fattore scatenante di nuovi statuti psichici e comportamentali. È subdola, ma ferrea. Sembra sia governata e intanto governa.

Il computer milluplica la capacità informativa cui si può accedere e genera, soprattutto, una velocità nell’elaborazione delle informazioni di poco inferiore a quella della luce. È un’estensione della mente enorme e potentissima, ma segreta, magica.
Il risultato? Un’implosione, un’autentica implosione. Fine della consequenzialità, della gradualità, dei processi leggibili, dell’istinto feroce, fine dello sguardo dell’uomo su se stesso, fine del ragionamento e delle tendenza del pensiero a organizzare sistemi di interpretazione della realtà lineari, complessi e strutturati. O nel peggiore dei casi, l’opposto: l’autopsia perenne, i nessi causa effetto meccanici, la ragioneria del reale, altrettanto semplicistica. Dualità e irreversibilità degli opposti. Ma sempre un filo sommerso: fine del mondo governato dai segni pesanti, fine degli impianti ideologici, per molti aspetti una liberazione, un progresso.

Nuovo inizio, ma di cosa?

La mente si stanzia direttamente nel campo elettrico con l’illusione del movimento, che non è più navigare in un flusso che scorre, ma è apparire e scomparire, zero e uno intermittenti, lucebuio, in un universo simultaneo in cui tutti gli individui sono a loro volta semplice informazione, inizio della polverizzazione dell’identità in informazione, e così sono informazione i desideri, le soddisfazioni, le aspirazioni.

Informazione vaporosa, inconsistente. Una sorta di spirito collettivo, un oceano-coscienza dove ogni goccia è diversa ma indistinguibile dalle altre, immensa sinestesia sinfonica e spontanea: l’uomo in azione nell’universo elettronico, da somma d’atomi ha la sua metamorfosi in cortocircuito di elettroni.

È tutto ciò indolore?

No di certo, ma l’effetto è duplice. Bipolare. Sindrome e magnetismo. Soddisfazioni contro insoddisfazioni che si manifestano simultaneamente, sempiterne. Adattamento alla polifonia, potenziamento di una nuova coscienza presente in più luoghi e di nuove capacità cibernetiche del sistema nervoso svincolato dal corpo, per millenni legato a una sola dimensione spaziotemporale. Da equivoco secolare a secolare equivoco, fino a un equivoco nuovo di zecca.

Nuove reti nasceranno, capacità connettive.

Abitudine a sentirsi parte di un tutto collettivo, in simbiosi con l’altro medium divino, il denaro. Siamo informazione di mercato, consumatori e produttori, sempre in simultaneo. Consumo in potenza, consumo, perenne, attraverso il continuo tracciamento, dati su dati, fantastiliardi di dati, tracimazione, dati scambiati e assorbiti, dati, valore monetario elettronico inestimabile elargito dagli individui stessi a pochi, grandi, immensi totem, come un tempo si sacrificava sangue. La più grande servitù spontanea mai esistita, il plusvalore più straripante mai così docilmente elargito, in cambio di un’illusione perdurante di espressività finalmente libera. Ma libera?

E a che prezzo poi? Nullo, in apparenza. Viene meno la conoscenza diretta con la natura, che non è più parte integrante della vita, è dissolto il connubio uomo natura, così ambiguo nella storia, candido e tremendo, viene meno come simbiosi naturale, come osmosi. E se l’uomo, sebbene polverizzato in massa, non fosse fatto per alienarsi dall’ambiente fisico e percepirlo solo come magazzino da saccheggiare? Se non fosse ancora pronto per trovarsi proiettato perennemente in un altrove elettronico fatto di continue introiezioni di dati, sempre dati, dati in luogo di suoni, dati in aggiunta ai suoni, stimoli informatici di ogni tipo, altre immagini, altri suoni, altre routine di dati, ulteriori testualità e sensazioni tattili, con il risultato di un raddoppiamento sdoppiamento, di una scissione tra corpo, costretto in un luogo statico e sedentario, e mente, che invece spazia e fluttua internauta nell’immenso spazio elettronico maturando comportamenti ciclotimici, in dentroefuori frenetico tra euforia e schizofrenia?

Ma c’è un’altra controindicazione: l’uomo disincarnato è come l’astronauta, e il suo dialogo attivo con la realtà non virtuale consiste in una vera e propria perdita di gravità sul piano psichico. Identità labile nello pseudo ambiente.

Troppi stimoli, troppa competizione, troppe maschere felici, troppo marketing. Perduto nell’immensità dell’universo elettronico subisce una perentoria perdita di identità interiore, che è come assorbita dall’energia ibrida che fuoriesce dallo schermo. Sei mio, vivi in funzione di me. Sei me. Ma da me resti fuori. Usami, immergiti nel mondo infinito, già finito, ma alle mie condizioni. L’ampiezza del mondo lo rimpicciolisce, la prospettiva del sé si fa sempre più ologrammatica, mentre l’ambiente circostante infinito diventa vicino e chimerico. Soddisfazione e frustrazione incalzanti È come essere catapultati in un mondo parallelo in cui si abitano a intermittenza fantasia e sogno, laddove il sogno è il temporaneo ancoramento alla realtà psichica abituale, succedanea e razionale comandata dall’emisfero sinistro del cervello, e la fantasia è il viaggio infinito nell’immensità dei dati senza legami a servizio dell’emisfero destro, che è acustico e ubiquo, ma debole.

Questo è il momento in cui la tecnologia fa esplodere i suoi effetti critici.

Nel virtuale si depotenziano i limiti comportamentali che i filtri fisici attivano nella vita reale. Il pudore. Il rispetto per l’altro da sé. Nel virtuale, viene meno il ventaglio di attività di freno che regola la vita fisica, dove a causa dei segni reciproci scambiati attraverso la prossemica e la presenza corporea, le energie contrarie e in circolo si tengono a bada vicendevolmente. Tutto concorre a generare una perdita di individualismo, cui si reagisce attraverso un miscuglio di atteggiamenti tribali, narcisismo schizoide e ricerca di conferme. Quando lo sfondo si muove troppo velocemente, rimane solo la figura: l’uomo elettronico sceglie dunque se stesso come sfondo.

Cos’è Facebook se non una piattaforma in cui trasfigurare se stessi da figura in sfondo?

Cos’è se non un meccanismo perfettamente oliato che consente di offrirsi agli altri sottoforma di dati e informazioni manipolate secondo un principio di marketing totale e totalizzante, messo in atto in modo più o meno rudimentale?

Lo diceva Debord: per via tecnologica e spettacolare ciò che prima era vissuto direttamente, ora si è allontanato in una rappresentazione, che tuttavia è scambiata per la realtà. Lo pseudo-ambiente condensa e assorbe l’universo intero, l’intero scibile: lo semplifica. La vista incamera il corporeo e lascia l’universo all’immaginazione, o all’inesplicabile. Lo complica. Inversione pericolosa. È il sottosopra. Svuotato di complessità, altro non è il mondo che rappresentazione, vissuto come se fosse reale. Aberrazione totale. Le credenze collettive si formano sul falso anziché sul vero, e il vero non è altro che un momento del falso.

Lo spettacolo inteso come tecnologia di rappresentazione è tutto iscritto fenomenicamente nella campagna elettorale.
Ancora segni, solo segni. Ancora marketing. Solo marketing. Influsso generalizzato e ormai altrettanto sommerso dell’altro medium subdolo divino, sempre la tecnologia evolutissima e digilitaliazzata, il denaro, attraverso la sua ingegneria, attraverso una delle sue manifestazioni ideologiche generative: l’economia politica.

In che modo tecnologia elettronica e sistema economico si comprimono e si determinano vicendevolmente? Un big-bang. In Realismo Capitalista (Not, 2017) Mark Fischer analizza con assoluta efficacia il passaggio da fordismo a post-fordismo, rivoluzione delineata dall’affermarsi di principi di fondo agli antipodi. Nel fordismo l’ambiente reale, occlusivo, ristretto e rigido, aveva un ruolo decisivo per determinare il piano psichico del lavoratore, costretto ad aderire a una rigidità operativa che poi si rifletteva anche in tutti gli aspetti della vita sociale, i valori pesanti dell’istruzione, del lavoro, della politica, della famiglia. Con il post-fordismo, la situazione cambia, e la data simbolica che sancisce e determina questo passaggio è il 6 ottobre 1979, giorno in cui la Federal Reserve portò i tassi di interesse al 20% generando la supply-side economy.

È il passaggio da rigidità a flessibilità, una vera e propria riorganizzazione del sistema produttivo globale che si arricchisce del fattore cibernetico, e lo sviluppa, portando all’estinzione i valori pesanti, destituiti nel nome dell’edonia e dell’acustico. La cibernizzazione del sistema produttivo è il fattore di maggior cambiamento, e in breve, man mano che la potenza di calcolo dei computer e l’efficienza delle macchine aumenta, il post-fordismo diviene un sistema produttivo basato interamente sullo scambio di comunicazione.

Il lavoratore, flessibile così come aveva giustamente richiesto, ritrova il principio di indeterminatezza e di flessibilità/precarietà: e non solo, come sognava utopisticamente, nella possibilità di non essere legato per decenni alla stessa mansione o allo stesso luogo di lavoro, ma è catapultato in una società cangiante e basata sulle risonanze, accettando una rinuncia surrettizia soprattutto di quelli che aveva creduto suoi diritti acquisiti. Errore materico di Baumann. Non è il liquido a impadronirsi della società, ma l’elettronico e l’acustico. Secondo Richard Crump, analista amministrativo della Northon Bell, nei luoghi di lavoro informativi, cioè quelli in cui la maggior parte di lavoro arriva sottoforma di informazione (quasi tutti) ci sono tre tipi di lavoratori, i processori, i concentratori, gli interattivi. Dati. Elettronici.

Di nuovo, il big-bang. Siamo scissi in dati, manipolatori di dati transustanziati in dati, l’ambiente reale è abolito dal suo scopo solo economico, e la ricostituzione dell’io è possibile solo attraverso i segni.

Proiettati nella vita sociale bisogna cedere una volta per tutte all’idea che esistono solo segni.

Segni che possono produrre azioni, estemporanee. Azioni reali solo mentre accadono, e che fuori dal sincronismo subiscono la metempsicosi in segni, segni che rimandano a retoriche, le quali a loro volta forniscono all’individuo l’alfabeto di segni possibili. Circuito elettrico chiuso, dal quale l’umano tradizionale, storico, è abolito perché troppo lento, come il pensiero, come la conoscenza. Espedienti antichi, privi di valore di scambio, poiché l’unica moneta scambiabile fuori dal circuito economico sono sempre i segni, sotto l’egida delle banche universali che detengono le retoriche. Retoriche più pericolose in quanto vaporose, leggere, prive di sostanza, acustiche, strumentali, accessorie. Di tanto in tanto qualcuno scambia le retoriche, nostalgicamente, per ideologie, strumenti identitari più potenti, ottenendo un effetto demodé. Solo farsesco.

La tecnologia domina il sistema produttivo adattando a sé l’uomo come sua funzione, suo bullone, suo ingranaggio. La computazione avviene a una velocità che l’uomo non può permettersi. Velocità e galassia in luogo di sosta e verticalità, che sono più difficili e quindi abolite.

La transizione, la transazione, è ormai questa. L’aumento di velocità di calcolo è sempre aumentata progressivamente nei decenni, milionesimi di secondo, poi bilionesimi di secondo, per l’uomo intervalli impercepibili.
L’impercepibile.
Spazio nuovo per la creazione. Spazio nuovo da indagare. Spazio.
E invece?
Invece è l’ipnosi.

L’uomo crede che il computer dinanzi a sé, con l’interfaccia schermo, sia una macchina perfetta come la sua mente, ma in realtà il computer è un gigantesco ampliamento di un solo livello di ragionamento, zero e uno, “sì” e “no”. Peccato originale della macchina, semplificazione sacra a cui ci si sottomette. Pena la marginalità, e poiché si è tutti marginali, pena l’assenza dalla rappresentazione della centralità.

“Sì” e “no”. “Vero” e “falso”, ma senza giudizio di valore, senza che la scelta ultima, responsabile, sia possibile. Solo gioco combinatorio, operazione computazionale. Estremi nitidi, livello inscindibile di computazione che è linfa per la velocità di esecuzione: e questo livello unico di ragionamento, questa velocità, sembrano il morbo, il piano d’azione che il mezzo tecnico impone all’umano. Ma in totale complicità con cosa? Ancora, con lo spettacolo, forma tecnologica in progresso in luogo del corpo, che funge simultaneamente come estensione dell’ego e sua umiliazione costante; ha il suo duplice senso, il “sì” e “no”: come viagra e come cleptoparassita, lo spettacolo paga in fama e si fa pagare in dignità umana. Dilatandolo l’ego e assorbendolo. Schizofrenia.

Siamo ancora nel vicolo cieco. Rappresentazione. Segni. Recita. Simulazione. È questa la vita umana governata dallo pseudo-ambiente.

Posizionamento identitario in competizione con la piazza, con il visibile, esiste solo lo spettacolo e chi riesce a farne parte. In Italia, più che altrove. Il corpo perde peso, perde atomi e identità reale e si rigenera sotto forma di elettroni. Ancora una volta, nell’illusione perdurante di espressività finalmente libera. Ma libera?

Svanisce la realtà, l’intervento sulla realtà diretto, del fattore umano, il dibattito profondo che potrebbe supportarlo: e lascia il posto al letamaio di “sì” e “no”, di pro e contro, di tribalismo e futilità. Meccanica dell’agenda setting, morti illustri e giornate della memoria, perenne operazione nostalgia, milioni di menti che ottemperano a un riflesso pavloviano, dello schierarsi sul tema del giorno, e patetica imitazione malriuscita della luce, senza pensiero mediato, senza verticalità, senza poesia, senza scopo sostanziale, ma al solo scopo identitario. L’unico che c’è, nella farsa e nella tragedia.

Esprimersi e connotarsi, diviene sopravvivenza svuotata di necessità. Se si è personaggi dello spettacolo, ologrammi futili del nulla che è in gioco, si può al massimo monetizzare sulla pelle dei creduli e degli aspirazionali, maschere in bilico tra il parlamento e il reality show (nel reality show), l’ultima mise en abyme di impostori che sanno di esserlo. Millantatori di segni.

Pubblicità occulte di sé stessi, propagatori di identità nullipare, sterili, a orologeria. Sicari di ogni valore sacrificato al gioco simulato. È per loro marketing la luce quotidiana. Più depistano più sono premiati. Più contribuiscono al gioco della simulazione, più sono premiati. Da massonerie? Da sette? Da gruppi di potere? No, non serve più. La computazione la fanno ormai le macchine, gli ambienti umani automatizzati. Gattopardo meccanico. Perenne vendita sul mercato del lavoro. Perenne vendita si sé stessi come pusher di segni sul mercato delle identità sociali. Narcisismo obbligato, come zeitgeist, pena l’horror vacui.

La macchina tecnologica mondiale è troppo mastodontica per essere smantellata dal suo interno, pezzo per pezzo. Qualsiasi parte si attacchi, o si scardini, non frena il suo procedere. Si può solo oliarla, subirla o aspettare l’avaria.


Immagine di copertina: ph. David Clode da Unsplash

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