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29 Marzo 2019

La piattaforma Fiverr nasce per delegare piccoli lavori creativi ma l’effetto è spaesante

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Un estratto da Entreprecariat. Siamo tutti imprenditori. Nessuno è al sicuro di Silvio Lorusso. È il quinto della serie di estratti dallo stesso libro dedicati a Fiverr e ai cosiddetti ‘gig’: piccoli lavori una tantum intorno ai quali sta fiorendo un intero sistema economico legato alle piattaforme digitali


«Quando ti tocca delegare, fallo» scrive Adam Dachis su LifeHacker a proposito di Fiverr. Delegare quando possibile, ovvero quando conviene spendere una modica somma in denaro piuttosto che il proprio tempo prezioso. Delegare compiti tediosi, stressanti o ingrati. Ma quando è così facile, fino a che punto ci si può spingere?

A tale riguardo vorrei raccontare un aneddoto: uno studente di graphic design, poco interessato al corso di programmazione, mi ha confessato di aver delegato la scrittura del codice necessaria a passare l’esame. «Ciò che conta è l’idea da sviluppare, non lo sviluppo», mi ha detto.

Pubblichiamo, su concessione dell’autore, un estratto da Entreprecariat. Siamo tutti imprenditori. Nessuno è al sicuro di Silvio Lorusso (Krisis, 2018)

Fiverr non ha certo dato avvio allo scaricabarile (chi scrive tesi per conto terzi lo fa dall’alba dei tempi), eppure l’immediatezza fornita dalla rete acuisce il fenomeno, ponendo degli interrogativi. Nelle società affluenti, ci si limiterà tutti a essere art director che creano visioni e idee realizzate poi altrove da qualcun altro? Nel fare ciò, cosa ne sarà dell’identità professionale e delle competenze… del mestiere (parola che già suona desueta)?

Sintetizzando crudamente gli effetti della popolarizzazione delle tecnologie digitali, si potrebbero individuare tre rivoluzioni.

La prima riguarda l’avvento dei personal computer, che ha garantito l’accesso agli strumenti. La seconda, quella del web, ha garantito l’accesso ai canali di distribuzione. Infine, la terza, quella della gig economy (tuttora in corso di svolgimento), garantisce l’accesso alla manodopera.

Fiverr, come molti altri mediatori di servizi online, incorpora tutte e tre queste rivoluzioni in quella che si potrebbe definire democratizzazione della delega. Fiverr stessa ci scherza su, pubblicando su Instagram un meme che ritrae un giovane in pigiama costretto a fare outsourcing di tutti i suoi impiegati poiché abita ancora in casa dei genitori.

Se tutti delegano, chi fa? In un episodio della serie Silicon Valley (capolavoro di Mike Judge, autore di Beavis and Butt-Head) alcuni personaggi visitano un supermercato dove non è rimasto nessuno che la spesa la fa per sé, bensì soltanto addetti di varie startup che la spesa la fanno per altri, consegnandola poi a domicilio. Si tratta di un’immagine comica che rischia di non farci ridere.

Non è per pigrizia che la società della delega scarica i propri fardelli altrove, ma piuttosto perché è troppo indaffarata. Un nuovo servizio di Amazon sembra confermarlo. Amazon Key controlla elettronicamente la serratura di casa garantendo l’accesso a manodopera di vario tipo quando il proprietario è assente.

In vista di una visita imminente dei suoi genitori, la protagonista dello spot introduttivo si fa recapitare un pacco e pulire casa perché è bloccata in ufficio.  Da lì, grazie a una telecamera può controllare – o meglio microsorvegliare –  gli addetti, assicurandosi che lavorino per bene.

Secondo il filosofo André Gorz, che sul finire degli anni ‘80 criticava i limiti della ragione economica, tra le conseguenze del delegare c’è lo spaesamento, l’erosione del senso di appartenenza agli ambienti che si abitano, una sensazione che si rafforza quando vengono a mancare la cura e la partecipazione attiva: la casa cessa di appartenere a chi la abita nello stesso modo in cui un’auto guidata da un autista appartiene più a quest’ultimo che al suo legittimo proprietario.

Eppure lo chaffeur non è completamente padrone del mezzo e, chissà, magari gli tocca chiamare un Uber per tornare a casa.

Ora che abbiamo analizzato il punto di vista di chi intraprende, passiamo a quello di chi è intrapreso. I seller sono davvero così autonomi come Fiverr spinge a credere?

Per capirlo bisognerebbe conoscere il guadagno medio orario, la distribuzione geografica dei flussi di capitale, il grado di continuità degli ingaggi e via dicendo. Per ovvie ragioni, queste informazioni non sono accessibili e perciò ci si può limitare solo a delle deduzioni.

Nel 2012 Fiverr faceva presente che per il 14% dei seller il sito rappresentava la fonte primaria di reddito. Non è chiaro però l’ammontare di tale reddito. Cercando su internet, ci si imbatte perlopiù in casi di survivorship bias («Donna guadagna più di 9000 dollari al mese con Fiverr») che non aiutano certo a farsi un’idea chiara.

Tuttavia, a giudicare dal modo in cui Fiverr viene inquadrato dai giornali, qualche dubbio sorge. Il Wall Street Journal introduce il marketplace con il seguente quesito: «Che cosa si ottiene mescolando disoccupazione, consumatori frugali e noia su internet?» C’è poi chi racconta di banchieri disoccupati che lavorano fino all’alba. E, se si considera il fatto che certi mestieri creativi sono svolti in ogni caso a titolo quasi gratuito, l’uso della piattaforma può addirittura rappresentare per qualcuno un segnale di progressiva professionalizzazione.

Fiverr, un esperimento sociale fatto mercato globale, è uno strumento user-friendly che moltiplica i livelli di organizzazione imprenditoriale del lavoro: Fiverr organizza il campo d’azione in cui i microimprenditori si organizzano a vicenda. A tale scopo, il lavoro è frammentato in una grossa quantità di microcompiti.

Portata alle estreme conseguenze, tale frammentazione si presenta sotto forma di paradosso del sorite: in quanti microcompiti si può spezzettare un lavoro prima che questo non sia più considerato tale? Se questa sembra fantascienza, basti pensare al meatware, descritto da Pietro Minto in un articolo per la rivista online Il Tascabile, ovvero un tipo di manodopera che mescola le facoltà cognitive degli esseri umani alla ripetitività tipica dei computer. Su siti come Mechanical Turk (proprietà di Amazon) si può guadagnare qualche dollaro trovando gattini nelle foto o ricopiando indirizzi stampati su biglietti da visita.

I captcha, piccoli test svolti online per dimostrare di non essere un bot, funzionano in modo simile. Qualche tempo fa, una donna statunitense ha fatto causa a Google chiedendo un risarcimento per il lavoro svolto attraverso i captcha.

La corte le ha dato torto, sulla base del fatto che la soluzione di un captcha fosse troppo rapida per essere considerata lavoro vero e proprio. Eppure, milioni di soluzioni sono cristallizzate nei servizi online che usiamo, sono ciò che li rende intelligenti e dunque redditizi.

Benché il lavoro autonomo sia tuttora esercitato per la maggior parte senza l’ausilio dei mercati digitali, si può ipotizzare un futuro prossimo in cui Fiverr abbia acquistato la pervasività di Facebook diventando così una tappa obbligata per il crescente numero di freelancer globali.

In tal caso l’autodistruzione creatrice delle carriere, la prototipazione rapida di ruoli professionali, diventerebbe normale più di quanto non lo sia già. Ovviamente Fiverr spinge in questa direzione, incoraggiando i suoi utenti a mettere in pratica ciò che l’artista tedesco Sebastian Schmieg chiama sopravvivenza creativa, ovvero «la necessità di inventarsi qualsiasi cosa per sopravvivere in un contesto competitivo».

Che la sopravvivenza creativa sia una necessità dei tempi che viviamo o piuttosto una stravagante forma di emancipazione è oggetto di discussione. Certo è però che non bisogna proiettarsi nel futuro per scoprire che sono in molti a ricorrere agli espedienti più assurdi – e a volte umilianti – per sbarcare il lunario in rete. Secondo Kaufman, non c’è nulla di nuovo in questo.

In pieno stile schumpeteriano, il macro-imprenditore considera le crisi economiche delle ottime opportunità per innovare.

Prendendo a riferimento la Grande Depressione degli anni ‘30, ha sostenuto nella sua rubrica su Forbes che «tempi disperati impongo una mentalità innovativa». Fiverr è il posto ideale in cui esercitare tale mentalità perché, come scriveva Lamar Morgan sul blog Examiner nel 2012, «in un’economia impazzita, Fiverr è una buona scelta sia per chi vende che per chi compra».


Immagine di copertina: ph. Mpho Mojapelo da Unsplash

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