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29 Giugno 2017

Un vecchio database per un nuovo terzo settore

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Tra i vari segnali di fine d’epoca che contraddistinguono questo tempo si può forse annoverare anche il censimento istat sulle istituzioni nonprofit. Salvato dalla scure della spending review è stato realizzato alla vecchia maniera raccogliendo cioè le informazioni da tutte le organizzazioni inserite nella lista censuaria (in totale 301mila) e divulgando poi i risultati attraverso un datawarehouse “semi libero” che consente elaborazioni su variabili predefinite.

Un percorso lungo – i dati sono aggiornati al 2011, i primi report sono del 2013 e il libro curato da Barbetta, Ecchia e Zamaro che sintetizza i principali risultati è uscito nel 2016 – durante il quale sono successe molte cose. La più rilevante, politicamente parlando, è la riforma del terzo settore ormai giunta a conclusione del suo iter (legge delega e decreti attuativi), mentre dal punto di vista conoscitivo è partito il nuovo censimento permanente basato su dati campionari (circa 40mila organizzazioni) rilevati a cadenza biennale.

Vale la pena quindi analizzare statistiche vecchie non solo per data di rilevazione, ma anche considerando le trasformazioni del contesto normativo e, più in generale, socioeconomico? Forse sì, nella misura in cui l’obiettivo è di restituire non solo la fotografia d’insieme di un settore strutturalmente complesso ed articolato al suo interno e neanche una rassegna “muscolare” delle sue performance (in termini di persone coinvolte, risorse economiche mobilitate, utenti e beneficiari serviti).

L’intento piuttosto è di isolare segmenti settoriali e sub-popolazioni organizzative caratterizzati da un dinamismo emergente per cogliere segnali di mutamento eventualmente poi rilevabili in forma compiuta grazie ai dati del nuovo censimento e di altre indagini.

Nonprofit e terzo settore: dilatare o incorporare?

Il primo segnale corrisponde al perimetro del terzo settore nel comparto nonprofit. I due concetti infatti non sono coincidenti e il discrimine riguarda, essenzialmente, la missione. In tal senso nel censimento è disponibile una variabile che approssima il finalismo del terzo settore stabilito dalla legge di riforma (l. n. 106/16).

Le “finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale” realizzate mediante “attività di interesse generale” sono ben approssimate dalle risposte a una domanda del questionario di rilevazione dove si chiedeva se l’organizzazione nonprofit svolge le proprie attività per:

1) la promozione e la tutela dei diritti,

2) il sostegno a soggetti deboli,

3) la cura dei beni collettivi.

I risultati della rilevazione restituiscono un’importante partizione. Da una parte organizzazioni nonprofit che dichiarano di non perseguire alcuna delle finalità indicate, impegnate quindi a perseguire generici obiettivi di socialità a corto raggio (52,5%). Dall’altra invece organizzazioni orientate verso finalità ispirate ai citati obiettivi di rappresentanza, tutela e partecipazione civica più esplicitamente coerenti con il finalismo del terzo settore (47,5%).

Tra queste ultime è possibile osservare una ulteriore segmentazione riguardante l’orientamento public benefit del nonprofit che rivolge quindi i propri servizi non solo a favore dei propri soci, ma di una più ampia collettività. Un’opzione che caratterizza ben il 72% degli oltre 143mila soggetti nonprofit che hanno esplicitato la loro dichiarazione di missione.

Si presenta così il classico problema del bicchiere mezzo vuoto e mezzo pieno: un’identità da terzo settore già affermata e da consolidare, oppure un ambito ancora scarsamente dotato di una cultura distintiva e quindi non in grado di operare come un corpo unitario esponendosi a fenomeni di colonizzazione da parte delle istituzioni dominanti?

Un dilemma non nuovo, ma che oggi si ripropone in una versione che è insieme più radicale e ambivalente, nella misura in cui elementi di collaborazione, condivisione, cooperazione sono sempre più parte integrante dei business model dell’economia mainstream e le forme della delega democratica soffrono, anche su scala locale, nel restituire con la propria “offerta politica” una rappresentazione aggiornata della nuova straficazione sociale.

La minoranza attiva dei beni collettivi

Tra le finalità che esplicitano la missione dei soggetti nonprofit spicca la cura dei beni collettivi. Anche in questo caso si tratta di una variabile che approssima, pur camminando sulle uova delle definizioni, una fenomenologia ricca e sfaccettata che riguarda il ritorno dei commons se non come paradigma, almeno come modello di gestione della “cosa pubblica”.

Quale rilevanza ha questa dimensione nell’ambito del nonprofit italiano? Il segmento orientato alla “cura dei beni comuni” consiste in 35.654 organizzazioni che corrispondono al 25% del totale delle organizzazioni che hanno esplicitato la loro missione e al 12% del totale nonprofit.

Tra queste la metà dichiara di avere come mission esclusiva la cura dei beni collettivi, mentre l’altra metà combina questa finalità con mission orientate all’advocacy e alla cura / inclusione di fasce deboli. Sono organizzazioni più orientate a relazionarsi con la sfera pubblica, ma non solo in chiave contrattuale per la fornitura di prestazioni di servizio, quanto piuttosto per la capacità di partenariato che si desume dalla maggiore incidenza di protocolli e partnership di collaborazione con enti pubblici (35% dei protocolli siglati contro il 30% di chi opera per soggetti deboli e 28% di chi è impegnato in attività di advocacy).

Inoltre la mission di natura public benefit e orientata alla cura dei beni comuni appare strettamente correlata alla dimensione dell’attivismo: oltre ¾ delle istituzioni nonprofit che esplicitano l’obiettivo dell’attivismo operano nello spazio della cittadinanza attiva e dell’inclusione di soggetti deboli. Un settore quindi che pur non essendo maggioritario assume una consistenza non residuale e soprattutto sembra in grado di definire un proprio modello di azione rispetto al più ampio comparto di cui fa parte.

La cultura fa da traino

Rimanendo nell’ambito della cura dei beni collettivi si può osservare il peso specifico esercitato dalle attività di produzione e conservazione culturale. Tra le già citate 35mila istituzioni nonprofit che hanno esplicitato la missione di cura dei beni collettivi il 29% (pari a poco più di 10mila soggetti) opera in campo culturale e costituisce ben il 19% del totale del comparto cultura nonprofit, ad indicare un orientamento della produzione e tutela culturale orientato nel senso dello sviluppo locale e di comunità.

Questo segmento di organizzazioni culturali per la cura dei beni collettivi è, nella maggioranza dei casi, di recente costituzione (il 65% è nato dopo il 2000) segnando una performance significativamente più rilevante rispetto all’intero comparto (nel solo 2011, anno della rilevazione, si è costituito l’11,2% contro il 4,9% del totale del settore culturale). Altro aspetto di rilievo riguarda il modello organizzativo e di business.

Le istituzioni nonprofit culturali impegnate nella cura dei beni collettivi sono a elevata composizione volontaristica (200mila volontari, in media 19 per unità) e a più basso contributo occupazionale (solo il 9% delle organizzazioni impiega circa 6mila lavoratori retribuiti). Inoltre si caratterizzano per un modello economico più polarizzato sulla dimensione market (il 31% ricava oltre la metà delle risorse economiche da scambi di mercato contro il 29% del settore cultura) e nella sfera pubblica (nel 24% dei casi prevalgono finanziamenti pubblici contro il 19,9% del settore cultura).

Infine l’identikit si completa osservando, anche in campo culturale, una più spiccata propensione alla partnership pubblico / privata: ben il 38% del nonprofit culturale impegnato nella cura dei beni collettivi ha siglato accordi di collaborazione con enti pubblici (locali soprattutto), contro il 17% del settore culturale nel suo insieme.

Il carattere connettivo di queste organizzazioni è rilevabile comunque non solo rispetto alla sfera pubblica, ma più in generale con le diverse articolazioni sociali del territorio e con i singoli cittadini. Si rilevano infatti in questa popolazione una diffusa capacità di promuovere eventi di sensibilizzazione, di utilizzare strumenti digitali di social networking e di organizzare campagne di raccolta fondi.

Implicazioni per un futuro ormai prossimo

La pubblicazione, avvenuta poche ore fa, dei decreti attuativi segna la fine del processo di riforma normativa e apre il confronto sulle strategie di sviluppo, come dimostra “l’agenda aperta 2017-2021” lanciata dal Forum Terzo Settore. Tutto questo non solo per necessità di implementazione della normativa in senso strettamente tecnico, ma soprattutto per metabolizzare mutamenti interni allo stesso terzo settore che assumono una consistenza crescente guardando ad almeno tre aspetti:

Le finalità perseguite: in un quadro dove ciò che è di interesse generale scaturisce più dalla dimensione d’impatto generato piuttosto che da principi e settori stabiliti ex ante, il terzo settore è chiamato a recuperare una capacità istituente rispetto ad un ampio ventaglio di iniziative dal basso che fino ad oggi è riuscito solo in parte ad attrarre nel suo ambito, limitando così anche la possibilità di rigenerarsi.

Le partnership esterne, in particolare col settore pubblico: il florilegio di protocolli e accordi quadro di natura regolativa dovrebbe lasciare spazio a contrattualità in grado di liberare il potenziale di cross-fertilization e di coinvestimento, in particolare per quanto riguarda l’industry della rigenerazione sociale.

La diversificazione dei modelli imprenditoriali, in particolare guardando alla saldatura tra settore cultura e cura dei beni collettivi: si tratta infatti di un legame che sollecita sia il versante dell’impresa sociale nel terzo settore (e in specifico della cooperazione sociale) sia il più ampio bacino delle imprese che mettono al centro della loro produzione il valore sociale, ambientale, culturale (industrie culturali e creative).

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