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4 luglio 2017

L’ideale che dobbiamo farci bastare, nel lavoro culturale italiano, è che ogni suo momento venga affrontato con lo spirito del compito in classe, soffrendo, sudando, non andando fuori tema

Il lavoro culturale? In Svezia faremmo un’altra vita

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È divertente fare cultura?” è una domanda pericolosissima. Nella mia esperienza, per dire, se scrivo un romanzo che parla di gente che si diverte e non sottolineo esplicitamente, ogni tre righe, “non erano brave persone, erano la vergogna dell’Italia”, passo per frivolo. L’antico ideale di perdersi nei registri del romanzo, il più grande dei divertimenti del lavoro culturale secondo me, è perso. L’ideale che dobbiamo farci bastare, nel lavoro culturale italiano, è che ogni suo momento venga affrontato con lo spirito del compito in classe, soffrendo, sudando, non andando fuori tema.

Il sapore della vita non può essere riassunto, né voglio difenderlo con una teoria generale. Qua sotto ho appuntato la mia vita negli ultimi tempi.

Ieri notte volevo seguire un evento sportivo in diretta, cominciava all’una di notte ed entrava nel vivo verso le due. Avevo sessanta mail a cui rispondere: mentre perdevo lucidità, ho cominciato ad affrontare la posta arretrata. Mi sono ricordato di un editor spagnolo a cui avevo chiesto un consiglio tempo fa dimenticandomi poi i nomi di tre persone che mi aveva consigliato di contattare. Gli ho scritto e ho scoperto che era sveglio perché da lui faceva caldo. Stamattina ci siamo aggiornati su come erano andate le rispettive notti e abbiamo scoperto che per entrambi è importante farsi otto ore di sonno. Lui aveva avuto un attacco di fame e nella notte era sceso a comprare qualcosa in un alimentari a orario continuato, dove aveva litigato ferocemente col cassiere. Mi riferiva dell’accaduto in un paragrafo conciso che mi ha ricordato i brevissimi racconti di Lydia Davis. Gliel’ho scritto e ci siamo fatti due risate.

Nella notte, mentre sbrigavo la corrispondenza, di tanto in tanto il mio editor americano mi mandava delle domande cui dovevo rispondere in un’intervista scritta. Ho cercato di concentrarmi e di scrivere in un inglese rispettabile. Verso l’una l’evento sportivo è cominciato. Per ragioni di salute, o di prevenzione, dice il dottore, non posso bere superalcolici per qualche mese, devo depurarmi, così ho affrontato queste ore della notte senza bere – e non fumo da anni. Per distrarmi, ogni tanto andavo a collegare alla corrente un telefono o un tablet, perché oggi devo partire.

Sono seduto in un bar a raccontare dettagli della mia vita. Di fronte a me, una cara amica sta scrivendo su un quaderno quelle che potrebbero essere le ultime pagine del suo romanzo. Ieri sera, al bar, quando mi ha annunciato che stava per finire le ho detto che più passano gli anni più finire un romanzo mi riempie di una gioia immensa. Con un altro amico scrittore, più anziano ed esperto di noi due, chiamiamo “golden week” la settimana dopo la consegna di un romanzo all’editore o all’agente. Non ricordo come è nata l’espressione: forse dovevamo spiegare questa sensazione a un editor olandese durante una gita in Toscana. Era la golden week del mio amico. L’ho incontrato pochi giorni fa e gli ho detto che questa volta mi sembra di trovarmi in un golden month. La felicità di aver avuto le forze per finire un romanzo, dopo le delusioni causate da quello precedente, è dolce e a rilascio lento.

Il romanzo che ho appena finito ha un ruolo speciale nella mia vita perché per la prima volta ho avuto il coraggio di rispondere sì a due dei miei scrittori italiani preferiti che mi hanno proposto di leggere la seconda stesura per darmi dei consigli. I loro riscontri sono stati in parte positivi in parte negativi, e sono uscito da quella settimana di conversazioni con diverse pagine di appunti e la richiesta, da parte di entrambi – e di altri due lettori, due editor amici – che ci lavorassi qualche mese con calma per migliorarlo. Ho sofferto, poi ho deciso che avevano ragione, e mi sono messo al lavoro per altri quattro mesi.

Ogni volta è diverso. Finire un libro richiede uno sforzo che costringe a crescere.

Non ho molto tempo per scrivere romanzi, che è la sola ragione per cui sono entrato nell’editoria. Siccome non ricevo grandi anticipi né vendo molte copie, per campare faccio dei lavori che non mi sarei mai sognato di fare, che sono faticosissimi e incerti, ma che sono pure onesti e romantici: traduco narrativa, scrivo recensioni su un quotidiano, sono editor di una rivista culturale, collaboratore fisso di un mensile brillante. Se il quotidiano mi chiede un pezzo il venerdì sera, nel weekend leggo il libro da recensire, scopro un autore che non ho mai letto ma di cui posso capire il contesto letterario, le scelte, la poetica, e mi metto al lavoro in modo da consegnare il prima possibile un’analisi attenta e intelligibile, che renda onore alle qualità di chi ha scritto il libro senza però incitare il lettore all’acquisto come se fosse compito mio vendere libri.

Frequento l’editoria da quindici anni e ho scritto diverse volte che è un ambiente scivoloso da cui si esce facilmente, specie se non si hanno le spalle coperte da una famiglia borghese che garantisca un salvagente. È ingiusto. In Svezia faremmo un’altra vita. Ma una volta fatta questa ineludibile premessa, devo dire che in quindici anni non ho mai sviluppato alcun cinismo verso il mondo dei libri.

Prima di essere pubblicato non sapevo cosa fossero gli uffici stampa, e ora considero molti di loro dei veri e propri intellettuali, al pari di chi fa le piccole riviste. Amo i redattori e la loro attenzione, che mi ispira a scrivere meglio. Amo come quelli bravi cercano di trovare la giusta spaziatura tra ogni carattere su ogni riga di ogni pagina del libro che stanno curando.

Amo gli editor aggressivi e gli agenti squali, la sicurezza degli autori famosi e lo sguardo folle e incerto dei ragazzi pieni di talento. Amo le richieste di pezzi non pagati su argomenti difficilissimi, gli inviti a presentare libri antichi, gratis. Amo le maledizioni che lancio tentando di organizzare il tempo per fare le cose pagate e quelle non pagate. Amo il momento in cui capisco dove sto andando a parare e mi dico: “Finché non consegno, lavoro tutte le sere”.

Più tardi prenderò un treno verso sud e domani mattina in traghetto arriverò su un’isola dove ci si muove a piedi: mia moglie, che ho conosciuto nell’editoria, organizza questo festival insieme a delle amiche. Non ci ha mai guadagnato un soldo, anzi ci ha rimesso, lo fa come hobby e di giorno lavora in una ong, ma è un dettaglio secondario rispetto al fatto che un festival in quell’isola era il suo sogno da anni e in qualche modo è riuscita a realizzarlo. Ogni anno porta lì degli scrittori per qualche giorno, e io la accompagno per ascoltarli e cenare con loro, per invidiarli e confrontarmi. Posso scoprire che alcuni di loro vanno in confusione quando siedono a grandi tavolate, altri sono mattatori irresistibili, qualcuno ha delle fissazioni alimentari tenere e inquietanti, molti soffrono il mal di mare e vomitano durante la gita in barca.

Forse d’estate la cultura è più bella che d’inverno: tutta tavolini al sole, festival disinvolti, flirt all’aria aperta. D’inverno, d’altronde, non conosco la noia: leggo i libri sul divano dello studio di 150 metri quadri che condivido con una quindicina di amici vari. Vivo quel posto, le interazioni con gli amici, l’occasionale water otturato o la serata per guardare Twin Peaks sul proiettore come un incrocio perfetto tra campo scout permanente e circolo per lord inglesi.

Sono stato stroncato; le mie emozioni più profonde sono state scambiate per pose da lettori disattenti oppure anzi da lettori che hanno capito i limiti del mio talento; sono stato prima adulato e poi dimenticato da case editrici che idolatravo; ho perso amici; ho scambiato strategie di lavoro per amicizie nascenti; e ho ricevuto nella posta una gran quantità di libri che non mi interessavano.

L’altro giorno è arrivata la prima offerta per il mio romanzo nuovo. Era una mail lunga e articolata da un editor che ammiro e che non ho mai conosciuto di persona. Ho passato due anni a confrontarmi con la mia incapacità di cogliere la verità, mi pare che il romanzo che ho appena terminato sia stato scritto da chi me l’ha corretto: e il risultato è una lettera in cui quest’editor racconta alla mia agente cosa ha pensato e provato leggendo quel che ho scritto. Quando ho letto quella lettera così attenta mi è parso quasi che qualcuno stesse innaffiando le pagine del mio manoscritto dandogli vita.

Ho letto quella lettera di sera, perché la mia agente vive in America e quindi le notizie più sconvolgenti, sia positive che negative, arrivano quando sto per andare a dormire e non vorrei pensare, non vorrei farmi la solita domanda – sono uno scrittore? sopravviverò? Eppure sono costretto a farmela, non posso mai smettere, è un tormento.

La mattina però girando per il quartiere incontro qualche amico che fa il mio mestiere o qualcosa di simile e posso confidarmi e ricevere in cambio le sue storie di delusione e di esaltazione.

Dopo aver preso il caffè e aver parlato della salute e del tempo, l’amico mi chiede: “E mo’ che hai da fare?”

E io gli rispondo: “Devo leggere un libro, fammi andare”.


Immagine di copertina: ph. di Xavier Sotomayor

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