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19 Giugno 2015

L’ozio necessita di tempo, di spazio e della giusta dose di rumore. La giusta dose. Non basta dunque, per una nuova cultura frugale, ripensare alla contrapposizione tra uso e possesso. Occorre anche diventare coscienti nel pretendere un equilibrio tra breve e lungo termine.

Frugalità come ebbrezza della sobrietà

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Paolo Legrenzi in Frugalità (il Mulino, 2015), spiega la sostanziale differenza tra risparmio e frugalità. Il primo fornisce una riserva contro le avversità future. La seconda libera l’uomo dai bisogni superflui. Come diventare frugali? Resistere. Resistere ai desideri immediati in vista di maggiori vantaggi futuri.

Eravamo convinti che la crisi stessa ci avrebbe sic et sempliciter orientati a scelte consone e ponderate. Invece, come Legrenzi stesso scrive, adesso che ci sono meno soldi emerge cosa le persone considerano essenziali. Non il cibo, non le medicine, bensì la cosmesi. Dunque lo stato di necessità non è sufficiente a ridefinire i nostri ordini di precedenza.
Di fronte a informazioni come queste, proviamo a riflettere su concetti antichi: misura, eccedenza, mancanza.

I nonni ci ripetono: «Il troppo stroppia». Carlo Lapucci, nel Dizionario dei proverbi italiani (Mondadori, 2007), ne spiega il significato: «Il troppo stroppia. L’abbondanza esagerata, la grande fortuna, la ricchezza smodata possono diventare controproducenti. Ogni eccesso è negativo. Espressione molto comune che usa ancora il verbo stroppiare, variante di storpiare antica e popolare, chiaramente influenzata da un accostamento a “troppo”. Il proverbio che significa propriamente che l’eccesso guasta tutta la quantità, la deforma, la sciupa o corrompe, viene inteso comunemente come se la quantità stessa non ne permettesse la gestione, l’utilizzo, il contenimento intendendo il verbo derivato da “troppo”. Così si dice: Il troppo è troppo; Ogni troppo è troppo

Gli anziani annunciano che in questa società c’è troppo. L’eccesso riguarda tutto. Le merci, le condotte, le informazioni, le esperienze. Il troppo è un pasto che non puoi digerire, che ti ingozza senza saziarti, che ti intuppa e schiatta.

Il senso della misura, che i vecchi ritengono irrimediabilmente compromesso, custodiva la vita umana da qualcosa, da una forza demoniaca, da quella parte che Bataille definiva “maledetta” e che Umberto Galimberti, ne Il corpo (Feltrinelli, 2008) , descrive come “accumulo di valore” in cui si insidia il potere, in cui è interrotta la reciprocità dei rapporti sociali, del dare e del ricevere. Quando lo scambio perde ogni valore simbolico, si afferma il valore di scambio: ciò che vale è separato da ciò che non vale. La nostra società, seguendo richiami non più culturali, non più sociali, ma del mercato, non fa che tentare la sua tragica e meccanica collocazione entro questi due poli: «perché io valgo». Ciò che vale è un prezzo e ha un prezzo. Valgo negli oggetti che compro, nelle cose che consumo, nei prodotti a cui non do il tempo di invecchiare, che non servono per la loro funzione ma per il marchio di cui sono emanazione; valgo nel costantemente nuovo di merci pensate per non durare, fatte quindi per diventare rifiuto.

Serge Latouche spiega che la nostra società si fonda su una tripla assenza di limite: nella produzione, con il prelievo indiscriminato delle risorse; nella creazione di bisogni, con prodotti superflui e futuri rifiuti; nell’inquinamento.

Anche i primitivi accumulavano eccedenze produttive, ma l’equilibrio era ripristinato attraverso la condivisione sociale delle feste e il rituale del sacrificio, perché il sovrabbondante era superfluo e andava restituito alla vita comunitaria o alla divinità. La doppia associazione capitalismo-consumismo ha guidato una modifica antropologica del nostro modo di rapportarci alla vita: l’uso dell’oggetto è secondario rispetto all’imperativo di accumulo, l’oggetto è collezionato, la “quantità” è parametro anche del consumo che non conserva, ma dissipa, fa scomparire; unica traccia di sé, immondizia e rottami.

Se l’uomo è il soggetto che vive in apertura cosciente al mondo e il mondo è il luogo che gli consente di realizzarsi ed esprimersi, se gli oggetti sono selezionati per quanto di buono o di utile possono permettere alla realizzazione e all’espressione dell’uomo nel mondo, la misura di tale rapporto non può che essere nella relazione uomo-mondo. Deve essere dunque accaduto qualcosa qui, e non nel regno delle cose.

Ciò che è accaduto è che il corpo non esiste più; infatti non gli è nemmeno riconosciuta la capacità di fare esperienza senza il ricorso studiato di un contesto appositamente predisposto allo scopo. L’esperienza, lo vediamo, ha sempre meno a che fare con il vissuto o con la ricerca, piuttosto è una situazione pilotata in cui sono sollecitate le emozioni sensoriali, predisposte dalle agenzie di viaggio, dai ristoranti, dai profumi: il corpo non fa esperienza, occorre portarlo dentro le esperienze. Medesime esperienze per molti.

Se questo è vero, quale misura può essere ripristinata in una relazione che non è ricerca e non è conoscenza, ma è semplice attivazione di un meccanismo a pagamento? L’uomo sa che i prodotti sono una mera offerta commerciale, che la merce per sopravvivere ricrea continue occasioni per offrirsi e incontrare le sue risposte. Ma se sa, perché non impedisce che accada?

Nella relazione uomo-mondo non c’è più il tempo. Nella mancanza di tempo si infila tutto ciò che è stato pensato e costruito mentre noi non avevamo il tempo per pensarlo, sognarlo, deciderlo. Ed ecco che questo qualcosa ci viene incontro nel nostro tempo libero, spazio inattivo riempito subito di cose: non devo fare altro che prendere un acino dal grappolo e masticare, senza nemmeno avvertirne la fame.

Serge Latouche offre una soluzione ridefinendo la felicità come “abbondanza frugale in una società solidale”, proponendo quindi la frugalità come condizione preliminare rispetto ad ogni forma di abbondanza. L’abbondanza consumista ci rende infelici e uscire da tale infelicità prima o poi sarà esigenza di ciascuno. Jean Baudrillard chiamava “depauperizzazione psicologica” lo stato d’insoddisfazione generale che presenta “la società della crescita come il contrario di una società dell’abbondanza”.

La vera povertà risiede, in effetti, nella perdita dell’autonomia e nella dipendenza. Autonomia e indipendenza implicano che gli uomini pensino, ragionino e non solo producano. È possibile nella nostra società multitasking?

Ivan Illich definisce “sussistenza moderna” quel modello economico post-industriale, grazie al quale strumenti politici e tecnica riducono la dipendenza delle persone rispetto al mercato, proteggendo i valori d’uso non quantificati e non quantificabili da parte dei fabbricanti di bisogni professionisti. Illich ravvede una soluzione nella crescita del benessere, poiché essendo felici si è meno soggetti alla propaganda e alla compulsività del desiderio.

La via della “gioiosa ebbrezza della sobrietà volontaria”, in cui la vita sociale è più ricca, perché è più conviviale, rimanda al libro di Andrew Smart, In pausa, (Indiana, 2014), un libro dedicato all’ozio. L’introduzione cita Rainer Maria Rilke: «è molto importante metter sicurezza, devozione, se possibile persino gioia nell’ozio». La società del benessere di Ivan Illich infatti deve restituire all’uomo il diritto al tempo, cosa diversa dall’accesso allo svago.

Il lavoro non è solo la fatica fisica o il tempo impiegato per fare una cosa in cambio di un guadagno. Il lavoro è un’azione con cui l’uomo interviene su un ambiente attuale nel quale legge un ambiente possibile, da fare. Se anche il lavoro è luogo di relazione tra noi e il mondo, e non mero itinerario tra uno sforzo e un compenso, la dialettica diventa attiva, partecipativa, ma la ricerca di senso, emancipata dal prezzo, ha bisogno di tempo e il tempo richiede misura. La frugalità raccomandata da Latouche come rifondazione di una misura tra noi e la nostra realtà, non può prescindere da un modo diverso di concepire il lavoro e il nostro tempo lavorativo.

Quando il tempo smette di essere regolato dai prezzi delle nostre o delle altrui prestazioni, diventa un valore e ci è più facile difenderlo.

Andrew Smart dimostra come la mente umana, non lineare e creativa, abbia bisogno di adeguati tempi di inattività e riposo per agire al meglio del suo potenziale. Nel suo libro, racconta alcune delle maggiori scoperte scientifiche avvenute in condizioni di ozio.

La mente costretta a fare più cose contemporaneamente non sa ignorare le informazioni irrilevanti perché la sua attenzione è assorbita e distolta dalle altre mille che ancora non sta facendo. L’incapacità di individuare l’irrilevante, è anche incapacità di scelta e di esercizio di volontà.

Smart dà notizia di alcune ricerche a supporto della propria tesi, ad esempio, divulga quella che riguarda gli studenti di Harvard, riportando che essi, all’infuori delle ore di studio in aula, non hanno tra loro conversazioni su temi intellettuali o speculativi. Non lo fanno perché, fuori dal meccanismo della carriera scolastica, non ha senso farlo, non è utile. Di contro, l’autore racconta di Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir che trascorrevano ore seduti al caffè per parlare. Dunque i geni sono uomini consapevoli del fatto che le azioni umane più complesse, come creare e pensare, non sono da funzionalizzare alla produzione e sono consapevoli del valore del loro tempo, al quale assegnano lo spazio necessario. In una società multitasking, cervelli come quelli di Rilke o di Newton non sarebbero messi nelle condizioni di eccellere.

La sfida del momento ci impone di rispondere a un bombardamento di stimoli, ma come scrive Smart, se la sfida è ogni momento di ogni giorno, la mente non ha più il tempo di stabilire nuove connessioni tra cose apparentemente non collegate. Le Elegie duinesi furono scritte da Rilke in dieci anni, una media produttiva che nessun editore odierno accetterebbe. Dobbiamo creare le condizioni per futuro in cui siano possibili cose come le Elegie di Rilke.

L’ozio necessita di tempo, di spazio e della giusta dose di rumore. La giusta dose. Non basta dunque, per una nuova cultura frugale, ripensare alla contrapposizione tra uso e possesso. Occorre anche diventare coscienti nel pretendere un equilibrio tra breve e lungo termine.
Il troppo stroppia.
Il buon senso è una pratica. Fuor di proverbio.

Bibliografia

Ivan Illich, Per una storia dei bisogni, Mondadori, 1981
Carlo Lapucci, Dizionario dei proverbi italiani, Mondadori, 2007
Umberto Galimberti, Il corpo, Feltrinelli, 2008
Jean Baudrillard, La società dei consumi, Il Mulino, 2010
Paolo Legrenzi, Frugalità, Il Mulino, 2014
Andrew Smart, In pausa, Indiana editore, 2014
Serge Lautoche dall’intervista pubblicata su La Repubblica

Immagine di copertina: ph. Teddy Kelley da Unsplash

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