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Esiste un futuro per un sistema chiuso?

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Qualche tempo fa ho visitato al CCCB di Barcellona la mostra Después del fin del mundo, in cui Timothy Morton voce narrante della mostra ci racconta l’idea di una dark ecology (Morton, T., Dark Ecology: For a Logic of Future Coexistence, Columbia University Press, 2016): ovvero di una crisi ambientale che è allo stesso tempo come generatore di una nuova visione di socioeconomia politica e di una trasformazione dell’elemento fondante di tutta la filosofia occidentale degli ultimi due millenni.

L’antropocenizzazione dell’ambiente, l’inclusione dello stato di crisi permanente che fa da filigrana all’immaginario sul futuro genera un mondo drammaticamente diviso tra distopia comunitaria – umani e nonumani prigionieri di un sistema chiuso, il mondo da cui non è possibile fuggire –  e escapismo futuro tecnofilo in cui la soluzione di tutto è con la tecnologia o dentro la tecnologia (dal singularitarianesimo all’utopia, degli eroi salvifici tecnologici come elonmusknovelloedison, all’illuminismo algoritmico della blockchain).



Ci stiamo interrogando sul fatto che esista una sharing economy negativa (lo smog pechinese?) o reti collaborative (per la fabbricazione di conflitti) nella penisola africana?

Siamo una democrazia lithium based o vogliamo lithium democratico e obliarci?

Entrambe le posizioni menzionate propongono di fatto prospettive conflittuali per l’umanità che lasciano intravedere un futuro conflittuale e opaco, tra progetti del quartierino e changeorg planetari.

L’uscita da questo scenario è forse possibile solamente pensando ad un processo di cambiamento che muti il motore fenomenico che lo genera: l’umano.

È questo il fattore dinamogeno che può alterare il nostro sistema chiuso al di la della catastrofe è una inevitabile transizione dell’umano al postumano, ovvero solo ridefinendo il senso e il modo della prospettiva della civilizzazione.

Analizzandone le evidenze fenomenologiche non proprio sotterranee: dal veganesimo di massa alla carne coltivata; dalle fibre di plastica killer oceaniche a The Ocean Cleanup.

Come dice Donna Haraway (Haraway, D., Staying with the trouble. Making Kin in the Chthulucene, Duke University Press, 2016) non possiamo avere una “…comic faith in technofixes…[that] technology will somehow come to the rescue of its naughty but very clever children…” come neppure una visione madmaxiana che dica “…the game is over, it’s too late, there’s no sense trying to make anything better…”.

Alterniamo una fideistica speranza nella tecnologia come strumento salvifico e allo stesso tempo misuriamo la dimensione universale e forse non risolvibile delle grandi crisi globali e la usiamo come scusa per la non azione. Questo doppio scenario annulla lo spazio individuale e collettivo della politica che finora abbiamo conosciuto con la sua storia, i suoi processi e le sue pratiche.

La portata e complessità di questo cambiamento richiedono una riflessione che come dice Donna Haraway è lo staying with the trouble: ovvero la sfida del vivere e morire assieme (umani e non-umani) in un pianeta che è un sistema limitato. In cui ogni azione che compiamo si ripercuote in maniera strutturale all’interno del rizoma che connette relazioni, azioni, trasformazioni in un divenire complesso. Ambiente quotidiano e ambiente universale sono intrinsecamente connessi e attraversati da sfide che hanno una dimensione glocale.

Affrontare questo includendo tutti i non-umani (tutte le altre specie, l’ambiente) deve davvero farci pensare all’unica utopia resistente che possiamo immaginare: nessun paradiso ultraterreno e oltreterreno (come la escapista missione di civilizzazione marziana).

Ma sfidare il capitalismo estremista per costruire una società più giusta e pacifica grazie dell’uguaglianza dei diritti delle forme viventi (Donaldson, S. e Kymlicka, W., Zoopolis: A Political Theory of Animal Rights, Oxford University Press, 2013) e al pensiero dei diritti e dei beni comuni delle prossime generazioni.

Un destino comune da ricercare in un momento in cui la cosa che manca davvero è una idea di futuro: tra distopia e alternativa.

Un futuro non futuribile in cui, armati di speculative e critical design possiamo immaginare di destino comune di umani e non-umani (Dunne e Raby, Designs for an Overpopulated Planet: Foragers, 2009; o United Micro Kingdoms, 2012-13).

Come si fa a portare nella cultura immediatista in cui siamo immersi l’idea di un cambiamento complesso che dobbiamo realizzare nel presente (Dunne, A. e Raby, F., Speculative Everything. Design, Fiction, and Social Dreaming, MIT Press, 2013)?

La sfida è quella dell’immaginare il mondo nei suoi processi di rivoluzione profonda e di farlo comprendere: è il mondo dell’editing genetico del CRISP/Cas9 e dell’evoluzione delle specie. Della cyborgyzzazione del nostro corpo tra protesi e algoritmi di machine learning. Cosa faremo nei prossimi 100 anni delle waste land post-capitaliste cinesi e africane _ che scompaiono dalle mappe ufficiali_ assieme alle favela-bidonville-township iperurbane in cui non è possibile far entrare la googlecar?

In cui nuovi i nuovi dominus delle corporation ci offrono servizi così democratici che non possiamo rifiutarli?

Tutto questo…probabilmente…non entrerà nel prossimo contratto di governo.


Immagine di copertina da Unsplash