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6 Dicembre 2016

Il vecchio problema del futuro

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Quattro anni fa sedevamo tra il pubblico di una delle più belle sale del palazzo dell’Archiginnasio a Bologna: aspettavamo di ascoltare Margherita Hack. Ma quello che ci colpì, più della cosmologia, fu il palpabile misto tra tenerezza e divertimento da parte della platea ogniqualvolta la Hack si esprimeva sull’attualità politica, un sentimento analogo a quello che si prova a sentire un bambino che dice “cose da grandi”.

Qualche tempo dopo, uno di noi si imbatté per caso in un’intervista alla scienziata. La sua presa di posizione a favore del nucleare veniva accolta da insulti che il più delle volte insinuavano che fosse una «vecchia arteriosclerotica» e «senza figli». Da questa esperienza partì una riflessione su come la percezione dell’opinione degli anziani, anche quando estremamente competenti, sia viziata da un pregiudizio ageista che varia a seconda dell’accordo con chi valuta.

L’incomunicabilità tra generazioni è un tema che attraversa la storia, ma le condizioni attuali e il dibattito politico recente richiedono un’analisi più approfondita che permetta di comprendere meglio la singolarità delle evoluzioni sociali in corso.
Quand’è, quindi, che la vecchiaia è saggezza da riverire e quando, invece, è demenza senile che non possiamo che sopportare con pazienza?

Il rapporto con la terza età è sicuramente influenzato da un divario generazionale che pone su diversi piani d’esperienza: baby pensioni contro nessuna pensione, baby boomer contro millennial della crisi, nativi contro immigrati digitali. Ad aumentare l’astio di una generazione che si sente depredata da quella precedente va ad aggiungersi la percezione che il potere rimanga nelle mani dei decani e non ci sia modo di essere rappresentati politicamente. La risposta per contenere lo scontento è l’introduzione di “quote giovani”, strategia che mira a vestire di modernità il potere piuttosto che rinnovarlo. Anche nel mercato del lavoro, la permanenza dei lavoratori più anziani, favorita dall’allungamento dell’età pensionabile, rallenta il turnover fisiologico, rendendo più complicato l’ingresso dei giovani nella vita lavorativa. Le condizioni di disoccupazione e sottoccupazione, oltre a danneggiare irreparabilmente i percorsi professionali, provocano modifiche sociali e sono causa di un disagio profondo che arriva a sfociare nel disturbo psicologico.

Questi aspetti si riflettono anche nel panorama culturale. L’offerta televisiva, cercando di venire incontro ai gusti della fascia d’età più rappresentata, ripete da decenni gli stessi modelli e personaggi, presenze sempiterne che rallentano l’innovazione del mezzo e sclerotizzano la proposta culturale, amplificando ulteriormente la separazione demografica tra chi vive il mondo mediatico attraverso internet e chi rimane in una bolla televisiva sempre uguale a se stessa: scambi d’azzardo di pacchi, serie di preti di paese, carabinieri e famiglie improbabili, e talk pomeridiani che lasciano scorrere terrorismo mediatico in sovrimpressione.

Questo stesso problema di prevalenza demografica è entrato prepotentemente nel discorso politico alla luce dei risultati delle recenti decisioni elettorali di portata epocale, con i più giovani che accusano le fasce d’età più alte di essere zavorra che pesa sul loro futuro.

Nell’agosto di quest’anno, sul Time si leggeva:

«Le loro [degli anziani] scelte sbagliate sono sempre state un problema, ma le cose sono peggiorate ora che sono diventati così tanti. La generazione over 65 non rappresenta la nostra nazione, perché la stragrande maggioranza sono bianchi e, sì, votano. La soluzione, sfortunatamente, è quella di escluderli dal voto.»

Reazioni dello stesso tenore sono apparse su diverse testate, da GQ a Forbes e molte altre tra le più autorevoli al mondo. Ovviamente, quella di abolire il suffragio universale è una posizione estrema e impercorribile per motivi tecnico-giuridici. Tra i vari ostacoli, il primo di natura pratica sarebbe la scarsa possibilità di successo di una proposta di restrizione del suffragio universale votata dalla stessa fetta di popolazione che si andrebbe ad escludere.

Facendo un passo indietro, possiamo identificare l’origine del problema demografico nell’insieme di progresso tecnologico e politiche di welfare che ha esteso la terza età fino a permetterci, in Italia, un’aspettativa di vita di 83 anni (36 in più dei nati a inizio secolo scorso) – dovuta, va specificato, anche alla diminuzione della mortalità infantile. Un traguardo eccezionale, ma, purtroppo, il numero degli anziani costituisce de facto un problema. Andiamo con ordine.

L’allungamento della vita media ha qualche ovvio effetto collaterale. Innanzitutto, aumenta il numero di persone che appartengono ad una fascia di età che richiede assistenza medica frequente e, in alcuni casi, molto dispendiosa, accrescendo la spesa sanitaria. I morbi di Parkinson o Alzheimer esordiscono generalmente in tarda età, così come l’incidenza dei tumori aumenta con la vecchiaia. Ironicamente, quasi a sottolineare il rilievo della popolazione anziana, i lavori dedicati alla cura e all’assistenza geriatrica vengono indicati tra gli impieghi sicuri del prossimo futuro: quando la vita lavorativa come la conosciamo sarà inghiottita dall’automazione e dall’intelligenza artificiale, i badanti saranno ancora in piedi vittoriosi. A pesare ancora di più sul bilancio economico si aggiunge la spesa previdenziale: banalmente, più anziani in vita significano più pensioni da erogare.

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L’invecchiamento della popolazione è un fenomeno comune in Occidente: nel 2030, negli Stati Uniti, più di un quinto della popolazione avrà più di 65 anni.

Se l’aumento della spesa pubblica per pensioni e welfare può sembrare l’effetto collaterale fisiologico di una società che è migliorata nella qualità e nell’aspettativa di vita, la prospettiva cambia approfondendo i dati demografici. L’aumento delle pensioni, ad esempio, sarebbe gestibile se la natalità aumentasse in modo proporzionale, come dire: si potrebbero pagare più pensioni con le tasse dei nuovi lavoratori, ma – ed ecco il problema – sarebbe fattibile se i giovani non diminuissero. In parte i giovani non restano in Italia perché emigrano in cerca di occupazione, in parte quelli utili alle pensioni di oggi e di domani non ci sono proprio. E non ci sono perché di figli se ne fanno sempre meno. L’Italia ha un tasso di natalità di 1,40, troppo basso per mantenere una popolazione in crescita, ma anche per mantenerla stabile perché al di sotto della soglia di ricambio fisiologica, pari a 2,1. Secondo l’Istat nel 2014 sono stati iscritti in anagrafe per nascita 502.596 bambini, quasi 12 mila in meno rispetto al 2013, 74 mila in meno nel 2008.

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Numero di nascite e morti in Italia dal 1900 al 2013. L’andamento decrescente delle nascite a partire dagli anni ‘60 conduce ad un bilancio negativo successivamente al 1990. Fonte: ISTAT

Premesso che in tempi di crisi economica e sfiducia nel futuro i poster della campagna ministeriale del Fertility Day non sposteranno nessuna asticella, è necessario confrontarsi con le dimensioni del problema per individuare misure adeguate ed evitare proposte di facciata.

Il problema principale, quello per cui il giovanilismo cresce e le proposte di allontanare gli anziani dalla vita politica si moltiplicano a dismisura, è un altro. Ed è un problema politico. Gli anziani votano più probabilmente conservatore, sono più religiosi, più spaventati dal futuro e dall’immigrazione, meno propensi ad estendere diritti civili agli omosessuali e alla legalizzazione delle droghe leggere, e rispetto alla media sono meno capaci di valutare istanze che hanno a che fare con l’innovazione e la tecnologia. Il risultato è che con l’aumentare degli anziani aumenta anche il loro peso elettorale e le decisioni prese attraverso il voto riguardano tutti, compresi i giovani su cui quelle stesse decisioni graveranno per molti più anni a venire.

Consideriamo per esempio il voto presidenziale statunitense: se avesse votato solo la fascia 18-29 anni la vittoria della candidata democratica sarebbe stata schiacciante.

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Le percentuali dei voti per il candidato repubblicano e la candidata democratica suddivise per età dei votanti.

Anche nel caso della Brexit il voto dei giovani differiva in maniera consistente da quello degli over 60 e nella stessa direzione: fiducia e progressismo contrapposti a diffidenza e conservatorismo. Secondo Politico Europe i votanti di età compresa tra i 18 e i 24 anni hanno preferito l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea solamente al 25%, quelli tra i 25 e i 49 anni al 44%, dato che va ad aumentare considerevolmente nelle fasce più anziane: tra i 50 e i 64 anni si arriva a 56%, fino a un tassativo antieuropeismo dei votanti tra gli over 65 dove si osserva un 61% di sostenitori del “Leave”.

A questa lotta politico-generazionale si aggiungono dettagli che la rendono più complessa, sfaccettata e di difficile interpretazione. Se i giovani votano più spesso progressista è vero anche che votano meno: tendono, cioè, a disertare i seggi. In questa ottica, la legittimità delle proteste di piazza post-Brexit e post-Trump appare ancora più fragile, ma va anche registrata la frustrazione di parte della popolazione verso un sistema che delude e offre poche alternative. Si potrebbe pensare che i giovani abbiano più spesso difficoltà a votare essendo più frequentemente lontani dalla propria residenza o in viaggio sia per piacere che per lavoro, oltre che più indecisi perché meno legati a partiti e ideologie. Inoltre, la presa di coscienza di essere una minoranza abbandonata dalle istituzioni spinge i giovani verso l’astensionismo di protesta – come un cane che si morde la coda li rende ancora meno rappresentati, dando l’impressione di poter fare sempre meno la differenza attraverso il voto. Così si va accentuando il divario generazionale.

Ora, bisogna sottolineare che questa serie di problemi, economici, politici e culturali, sono di difficile risoluzione se non addirittura irrisolvibili. Oggi gli anziani sono meno istruiti dei giovani, ma il divario non sembra assottigliarsi nel prossimo futuro: il livello di istruzione aumenta e il gap tecnologico segue a ruota. Anche l’aspettativa di vita continua a crescere grazie a politiche di prevenzione sempre più capillari e avanzamenti tecnologici in campo biomedico, dai progressi in oncologia fino all’editing genetico.

Parallelamente, il problema di incomunicabilità tra generazioni non è secondario: gli anziani di oggi sembrano non capire che i loro nipoti sono la prima generazione dal dopoguerra ad avvertire una tendenza al peggioramento delle condizioni economiche rispetto alla generazione precedente, un’anomalia costituita dall’inversione di tendenza che vede precariato e regimi fiscali sconvenienti rispetto a quelli dei propri padri. Dall’altra parte i giovani faticano a riconoscere di essere nati e cresciuti in quello che probabilmente è il periodo più pacifico della storia, oltre ad essere la generazione con un accesso all’istruzione e ad una quantità di informazioni e servizi enormemente superiore a quelle disponibili alle generazioni passate.

A questo si deve sommare che il benessere di oggi è il prodotto dello sforzo di chi giovane oggi non lo è più e che spesso le libertà sono state conquistate con più fatica e partecipazione di quanta oggi ce ne si possa aspettare dagli under 30.

Le soluzioni faticano ad emergere. Se il voto si polarizza per età anagrafica creando spaccature, la mancanza di rappresentanza sembra funzionare da tappeto sotto cui nascondere la polvere degli oltre centomila giovani che si sono trasferiti all’estero nel solo 2015. Nel tentativo di rendere la divisione meno profonda, la politica insegue un certo giovanilismo che prende le forme retoriche dell’asfaltare, del considerare “morti” i senatori a vita e altre trovate più o meno propagandistiche che comunque non contribuiscono a risolvere un problema di per sé strutturale.

L’immigrazione è secondo molti il degno sostituto politico-economico delle culle piene auspicate dal ministro Lorenzin. Ma innanzitutto il numero degli arrivi è insufficiente a colmare quello di chi decide di emigrare e in secondo luogo c’è da considerare che chi arriva non gode immediatamente del diritto di voto e non parteciperà attivamente prima di una cittadinanza difficile da ottenere, senza contare che prendere parte consapevolmente alla vita politica richiede conoscenze linguistiche e culturali di lenta acquisizione. Per di più, se gli immigrati sono importantissimi per l’economia italiana è altrettanto vero che mediamente il loro livello di istruzione non è paragonabile a quello di chi invece emigra e questo va a scapito di una competitività fondamentale per un’economia in affanno.

Un’idea sarebbe quella di abbassare l’età necessaria per partecipare attivamente alla vita politica, come già accaduto in diversi paesi, tra i quali, in Europa, l’Austria. Estendere il voto ai sedicenni permetterebbe forse di responsabilizzare e includere negli iter decisionali i più giovani, che rischiano di rimanere completamente slegati dal territorio e da decisioni che spesso hanno tutte le capacità di comprendere e valutare. Ci sono dei rischi, che sono quelli ovvi di condividere il diritto di voto con dei ragazzi probabilmente poco maturi. Ma se da una parte, con l’aumento dell’età media, abbiamo saputo convivere con un voto sempre più anziano, l’idea di riequilibrare permettendo il voto giovane potrebbe non suonare così assurda. Ad ogni modo, anche una soluzione del genere rischia di non essere risolutiva: il numero dei giovanissimi a cui estendere il diritto di voto infatti non sarebbe comunque sufficiente a pareggiare quello degli over 70.

Guardando ancora più avanti nel futuro, lo sbilancio demografico incombe minacciosamente sull’economia e sulla società: in due decadi ci troveremo in una situazione unica nella storia che esige un cambiamento di paradigma.

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Distribuzione della popolazione italiana per fascia d’età, sesso e origine. Fonte: ISTAT 2015.

Alcune soluzioni per invertire il trend possono essere individuate negli interventi economici che mirano a una ridistribuzione del reddito e ad un rafforzamento del welfare per le fasce più giovani. Tra tutti, il cosiddetto UBI (Universal Basic Income o reddito minimo universale) sta catalizzando negli ultimi tempi attenzione e fiducia: esempi recenti come quello finlandese, o il voto svizzero per l’approvazione di un reddito di cittadinanza, sono gli effetti di un dibattito i cui confini si espandono velocemente.

D’altra parte la polarizzazione dovuta al conflitto generazionale, come dicevamo poco sopra, si diffonde nella retorica e nelle forme culturali contemporanee, e questa parte del trend è, forse, ancora meno gestibile da interventi mirati da parte delle istituzioni rispetto a quella meramente economica. Verrebbe da sperare che proprio le eventuali politiche di supporto al reddito e di ridistribuzione della ricchezza possano avere l’effetto di stemperare sia la retorica giovanilista che il conservatorismo che vi si oppone.

La sintesi di questo panorama incerto è Obama che bonariamente assolve l’anziano contestatore nel suo discorso in supporto a Hillary Clinton, quello che proprio con la scusa dell’età veniva salvato dalla folla, dai fischi e dal disappunto. Inutile arrabbiarsi contro il vecchio conservatore, li arringa Obama: «Don’t boo, vote!»

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