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Per ripensare il sistema culturale dobbiamo partire dalle condizioni di chi ci lavora

Come in aritmetica le funzioni si studiano al limite, così sembra che questa fase inaspettata e imprevedibile di emergenza sanitaria da subito trasformatasi in emergenza economica e sociale porti con sé anche l’occasione per fare una valutazione delle criticità e delle fragilità del settore che da subito è stato vittima delle chiusure e che per ultimo avrà la possibilità di tornare ad una, seppur nuova, normalità: il settore culturale e in particolare quello dello spettacolo dal vivo.

Settore tutt’altro che marginale della nostra economia, che impiega 145 mila persone generando oltre 8 mld di euro di ricchezza, stando alla ricerca di riferimento del settore “Io sono Cultura” di Symbola-Unioncamere del 2019. Il comparto delle performing arts è in crescita anno dopo anno (+2,7% tra 2017 e 2018), quindi attrattivo, costituito da una costellazione di realtà grandi, medie e soprattutto piccole che formano un tessuto culturale vitale e spesso di primaria importanza per la crescita e l’inclusione sociale in tante periferie e territori marginali o marginalizzati della nostra penisola.

Un settore che si compone di fondazioni partecipate, imprese e cooperative sociali, associazioni culturali, artisti, tecnici, organizzatori, personale amministrativo, free lance, lavoratori indipendenti, stagionali, precari, spesso con una forte componente giovane e femminile.

Perché è necessario sostenere con contributi pubblici il settore culturale?

Mai come in questo periodo i riflettori sono puntati sui lavoratori di questo settore, sia per quanto riguarda l’opinione pubblica che ne sente parlare in tv, sui giornali e anche tantissimo sui social come mai prima, sia per quanto riguarda le Istituzioni: da un lato infatti il Ministero e alcune Regioni (con le abissali differenze di approccio che contraddistinguono le diverse Regioni italiane relativamente al sostegno alla cultura) e gli enti locali si sono attivati per garantire tutele specifiche per il settore, con stanziamenti ad hoc dedicati ai lavoratori e alle imprese, dall’altro lato è apparso chiaro, però, il fatto che non esista ancora un sistema di tutele e garanzie strutturato, su cui si possa basare saldamente il lavoro dei tanti professionisti di questo settore.
Perché è necessario sostenere con contributi pubblici il settore culturale?

Non diamo per scontato che lo sia, poniamoci serenamente questa domanda e chiediamoci perché il settore culturale è un settore che non può stare semplicemente sul mercato rispondendo solo alle sue regole. Per diversi motivi. Primo fra tutti perché la cultura è un diritto sancito dalla nostra Carta Costituzionale. L’articolo nove della Costituzione impegna la Repubblica alla promozione della cultura da un lato e alla tutela del patrimonio dall’altro. Mentre la seconda parte ha un valore conservativo, nella prima parte si sottolinea il valore “in divenire” della cultura, che quindi ha un’accezione dinamica, non statica.

La cultura non è solo quello che c’è già, ma è ciò che l’ingegno umano continuamente crea di nuovo. Il primario valore dato a questa attività è quella di dare voce e spazio anche e soprattutto alle minoranze, ai territori marginali, agli emarginati con lo scopo fondamentale per lo Stato di consolidare un’identità nazionale e sovranazionale diremmo oggi, Europea, occidentale, costituita però da un mosaico di identità culturali locali differenti.

Il compito inclusivo della cultura è un servizio pubblico, un dovere della Repubblica e un diritto del cittadino di cui lo Stato è tenuto a farsi carico, liberando l’atto creativo e generativo dalle contingenze del mercato e garantendogli quella sostenibilità che è indispensabile perché l’arte possa essere libera di esprimersi.

In secondo luogo lo sviluppo della cultura è la base fondante dei principi della nostra democrazia perché è attraverso l’arte, l’educazione e la cultura che si può sviluppare lo spirito critico dei cittadini (come ci ricorda anche un immenso pensatore come Antonio Gramsci, ancora un secolo fa).

Non c’è democrazia senza sviluppo di uno spirito critico nel senso etimologico di capacità di discernimento e di scelta, competenza complessa da sviluppare per cui il cittadino acquisisce gli strumenti intellettuali che gli permettono di saper leggere la cornice in cui è inserito e da qui, conoscendo il filtro pregiudiziale e potendolo “smontare”, saperne dare lettura conseguente.

La situazione emergenziale e inaspettata che stiamo vivendo, dunque, ci permette di focalizzare le fragilità di un settore che da sempre è considerato marginale, un orpello di cui si può fare a meno e che di conseguenza non è mai stato considerato degno di riconoscimenti dal punto di vista di welfare sociale di lavoratori e imprese, di tutele, di investimenti da parte del settore pubblico e scarsamente rilevante (se non per poche eccezioni non rappresentative) per le grandi aziende private disposte ad investire in ambito culturale.

Un settore ricchissimo di biodiversità che richiede interventi specifici perché mal si conforma alle norme esistenti: ad esempio se trattiamo i palcoscenici come cantieri, dove si lavora in altezza e ci sono carichi sospesi (fari, scenografie…) le norme di sicurezza sul lavoro prevederebbero attori o cantanti interpretare i loro personaggi indossando caschetti da cantiere.

Un settore ricchissimo di biodiversità che richiede interventi specifici

È facile capire quindi come le caratteristiche peculiari di questo settore richiedano valutazioni ad hoc dal punto di vista della normativa. Contratti di lavoro flessibili perché gli artisti e i tecnici sono spesso ingaggiati per produzioni che durano qualche mese, spesso lavorano con diversi datori di lavoro, magari facendo al tempo stesso l’insegnante, l’attore e lo speaker radiofonico, mansioni regolamentate ciascuna in modo diverso e a volte contraddittorio l’una con l’altra, con la difficoltà per il lavoratore di rendere omogenee retribuzioni e contribuzioni.

Il lavoratore dello spettacolo non sta lavorando solo quando va in scena davanti ad un pubblico, ma anche quando è in prova per l’allestimento dello spettacolo, quando sta facendo studi e ricerche per scrivere un testo, preparare una regia, un’interpretazione, sta lavorando persino quando non ha una performance specifica da preparare, ma si sta formando facendo un laboratorio o andando a teatro o al cinema per studiare il lavoro dei colleghi. In Italia però gli artisti percepiscono un compenso solo nel primo caso (quando vanno in scena davanti ad un pubblico), raramente nel secondo caso (quando provano per l’allestimento di uno spettacolo), mai nel terzo e nel quarto caso.

Una delle battaglie del settore, a mio avviso, è dunque quella di riconoscere che il lavoro dell’artista non si esaurisce nella messa in scena, e che anzi quello è l’esito nemmeno finale, ma intermedio di un processo creativo che nasce molto prima dalla formazione allo studio, alla ricerca, che ha una tappa centrale nella presentazione al pubblico e che continua dopo con l’approfondimento e ulteriore ricerche di senso.

È indispensabile cogliere l’occasione che ci sta fornendo questo momento storico per ricostruire dalle fondamenta le regole del settore. E prima di tutto la battaglia, come sempre, è culturale. Si è aperto un dialogo tra il mondo della cultura, le istituzioni e l’opinione pubblica, mai come in questo momento si parla della condizione dei lavoratori e delle imprese dello spettacolo dal vivo, serviva una pandemia per accendere i riflettori sulle problematiche e le necessità del comparto? Probabilmente si, ma ora sta a noi organizzarci in modo compatto, associazioni di categoria, sindacati, imprese e lavoratori per chiedere in modo unitario una riforma che ponga le basi per nuovi modelli organizzativi, di welfare, di sostegno pubblico.

Indispensabile sarebbe, ad esempio, un ripensamento sostanziale delle modalità e dei criteri di assegnazione del Fondo Unico per lo Spettacolo, oggi eccessivamente orientato alla produzione, cosa che genera un’ipertrofia del mercato dello spettacolo dal vivo in cui si è costretti a produrre nuovi lavori senza sostenere invece la distribuzione e la diffusione degli stessi sul territorio nazionale ed internazionale.

Le strutture sono spinte ad investire su nuove produzioni che hanno poi vita breve e che quasi sempre non riescono ad ammortizzare i propri costi di produzione con le tournée, oltre al fatto che si perde una delle funzioni principali del settore culturale: la necessità di portare le attività culturali di qualità anche in luoghi lontani dai tradizionali centri di produzione, ovvero le grandi città, i capoluoghi di provincia, ma arrivare anche in luoghi più periferici.

È necessario un ripensamento dei criteri di assegnazione del Fondo Unico per lo Spettacolo

Lo strumento dell’Art Bonus è un incentivo valido per i privati per sostenere la cultura? Sicuramente ha funzionato per coloro che già avevano sostegni dalle grandi aziende, che hanno potuto usufruire di uno strumento di defiscalizzazione dei contributi, ma quanto riesce effettivamente a incentivare i sostegni per i soggetti che non ricevono contributi da parte dei privati? Non si potrebbe pensare allora ad un accordo tra enti territoriali, come i Comuni, che si facciano in parte carico di mettere in contatto le imprese del territorio con i soggetti che sempre sul territorio lavorano in ambito culturale per incentivare donazioni anche attraverso Art Bonus?

Uno strumento per riorganizzare e ripensare il settore c’è già da quasi tre anni nelle mani dei legislatori: il Codice dello Spettacolo, legge dello Stato dal novembre 2017 è da allora in attesa dell’emanazione dei decreti attuativi che lo rendano applicabile, continuamente rimandati nel susseguirsi di governi e di altre priorità che man mano hanno occupato l’agenda dell’esecutivo. Il Codice è un’occasione che né il settore né il legislatore deve farsi scappare per una riorganizzazione complessiva che possa lavorare sull’innovazione, rimettendo al centro la Cultura come motore economico e di senso di questo nostro Paese.

Per non perdere questa occasione bisogna partire innanzitutto da noi, operatori culturali, lavoratori dello spettacolo, e fare proposte chiare e unitarie, mettere da parte le annose divisioni spesso pretestuose tra datori di lavoro e lavoratori, che nella maggioranza delle situazioni sono ruoli che si sovrappongono e che risulta difficile distinguere nettamente: nelle tantissime realtà indipendenti, nelle cooperative sociali, è chiaro che il benessere dei lavoratori è strettamente legato al benessere della struttura e viceversa.

Ripensare alle nostre associazioni di categoria e di rappresentanza (come i sindacati) se non ci sentiamo rappresentati, se non rispecchiano la realtà di un mondo estremamente eterogeneo, se non stanno in ascolto delle esigenze dei piccoli e non solo dei grandi, perché è la biodiversità che rende quello culturale un sistema solido e spesso sono le piccole realtà, lontane dai riflettori, quelle in cui si trova la spinta più genuina di innovazione culturale e sociale che impatta maggiormente sui territori e sul pubblico in termini di inclusione, social empowerment, crescita culturale e attivazione partecipativa.

Il lavoro da fare per il cambiamento è lungo e complesso, ed è un lavoro che deve vedere impegnati in prima istanza i lavoratori del settore culturale, un lavoro che metta al centro, proprio ora che i luoghi della cultura sono chiusi e inaccessibili, il tema dell’accessibilità alla cultura.

Accessibilità economica: perché la crisi che stiamo attraversando oltre che una crisi sanitaria è e sarà per lungo tempo una crisi economica che non avrà ripercussioni solo sulle economie delle imprese culturali, ma delle imprese in generale, con un impatto macroeconomico e una ricaduta su tutto il sistema paese quindi anche e soprattutto sulle famiglie e i cittadini e, come sempre, a farne le spese saranno i più fragili, coloro che già parzialmente o totalmente erano esclusi dal sistema culturale. Quindi abbassare le barriere economiche di accesso alla partecipazione culturale cosa che può essere sostenibile per il sistema solo se sostenuta da risorse pubbliche.

Mettere al centro il tema dell’accessibilità alla cultura

Accessibilità sociale: cambiare il paradigma per cui per partecipare alla vita culturale è necessario possedere già gli strumenti culturali. Spesso, infatti, è chi produce cultura a pensare che il pubblico a cui si rivolge debba avere dei prerequisiti per potersi relazionare alla performance o all’opera d’arte che invece di per sé deve essere un’esperienza aperta a tutti, in cui ognuno e ciascuno possa sentirsi a suo agio e possa leggere nell’opera d’arte significati differenti ed esperirla in modi diversi riportandola alla propria esperienza di vita.

Questo porta anche a ripensare i processi artistici mettendo al centro della propria visione i pubblici, che si sentano parte attiva dei processi creativi e culturali, che li vivano come una parte omogenea e coerente con la vita stessa, non come un orpello di cui si può fare a meno o, peggio, a cui non si sentono invitati a partecipare. Ne gioverebbe assai la società, ma ancor di più l’arte.

Accessibilità degli spazi culturali: non più teatri impermeabili a ciò che avviene intorno a loro, bensì luoghi, piazze, spazi aperti e permeabili alla vita del quartiere, della città, del contesto sociale in cui sono inseriti. Luoghi aperti tutto il giorno e tutti i giorni dove non si entra solo per vedere uno spettacolo o assistere ad un concerto, ma dove si possono trovare diversi servizi, occasioni di incontro, socialità, momenti di attività qualificata per i bambini, gli adolescenti, le famiglie, i giovani, gli anziani.

Luoghi dove mangiare, dove leggere un libro, dove assistere ad una performance, dove fare un incontro di lavoro, dove passare del tempo con amici o da soli, luoghi dove non ci si sente “fuori posto”, ma che si integrano nel tessuto sociale del quartiere e della città per diventarne punto di riferimento fondamentale, fino a diventare indispensabile per chi lo abita. Spazi in dialogo costante con le altre realtà attive sul territorio.

Luoghi che uniscano funzioni differenti legate sì alla performance ma anche alle nuove concezioni museali e delle biblioteche, dove la parte esperienziale, quindi spesso teatrale e laboratoriale, è parte integrante dell’esperienza del pubblico che li frequenta, spesso senza separazione fisica tra uno spazio e l’altro, ambienti fluidi che si intersecano tanto spazialmente quanto nei contenuti.

Luoghi di cui si senta davvero la mancanza se, come ora, fossero chiusi. Luoghi accessibili anche architettonicamente, attenti alla disabilità ma non come condizione necessaria per legge (tot. posti disabili in proporzione alle capienze…), ma che si pongono il problema di come rendersi accessibili per le persone diversamente abili, pensando a proposte artistiche dedicate a chi non può vedere, sentire, a chi è nello spettro autistico, a chi è affetto da Alzheimer, a chi può vivere l’esperienza culturale in un modo differente e ha il diritto di farlo.

Un serio lavoro sull’accessibilità parte però da un impegno sull’accessibilità interna alle organizzazioni culturali: intesa nel senso di apertura all’innovazione sociale, al ricambio generazionale, al cambiamento organizzativo che presuppone nella stragrande maggioranza dei casi un cambio radicale di mind set all’interno delle strutture di governance delle imprese culturali. Rendere accessibile alle nuove generazioni l’esperienza maturata da coloro che decenni fa hanno posto le basi di un sistema culturale che oggi necessita di un rinnovamento, attraverso una condivisione e un accompagnamento al cambiamento che si basi sull’ascolto di nuove esigenze senza perdere però ciò che di buono c’è nelle strategie consolidate.

Progettare un nuovo assetto del sistema culturale in Italia parte da un ripensamento delle condizioni del lavoro, del rapporto tra pubblico e privato, del rapporto tra lo Stato e gli enti locali, del rapporto con i pubblici non più solo destinatari ma parte integrante e attiva della creazione (da consumer a prosumer), del rapporto con gli spazi in cui si partecipa alla vita culturale, della governance delle organizzazioni culturali. Sembra impossibile ma si può fare e soprattutto… Se non ora, quando?