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16 Aprile 2019

Game of Thrones, ovvero la serie degli eroi imbecilli

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Uno dei motivi dell’enorme successo di Game of Thrones, che manda in onda in queste settimane la sua ultima e definitiva stagione, è la messa in scena di una qualità che di norma riteniamo appartenere sempre agli altri, ma che invece ci riguarda tutti: l’imbecillità. In fondo, Game of Thrones è la serie degli eroi imbecilli.

Ovviamente, in Game of Thrones non tutti sono imbecilli, ci mancherebbe: non sono imbecilli tutti i Lannister (qualcuno sì), non è imbecille Daenerys Targaryen, non sono imbecilli molti altri personaggi come le sorelle Stark, Varys o Ditocorto (almeno prima del suo amore adolescenziale per Sansa, che l’ha condotto alla morte). Imbecilli sono però i tre Stark maschi che, nelle varie stagioni, sono i protagonisti principali della serie, gli eroi con cui tutti noi (compreso chi scrive) ci identifichiamo: Ned Stark, Robb Stark e, soprattutto, il più imbecille di tutti, Jon Snow. “Imbecille” va ovviamente inteso in senso tecnico. Come vedremo, l’imbecille non è lo stupido, non è il cretino e non è l’idiota. L’imbecille è colui che è cieco ai valori cognitivi e agisce quindi in base ad altri valori.

L’imbecillità è infatti il rifiuto, la svalutazione o l’indifferenza verso valori cognitivi come il sapere, l’intelligenza o il pensiero razionale. Quando nella prima puntata della nuova e ultima stagione, con aria di superiorità canzonatoria e cercando approvazione, Jon Snow dice ad Arya Stark che la loro sorella Sansa “si crede la persona più intelligente del mondo”, ci introduce perfettamente al nostro problema.

Perché ci immedesimiamo e tifiamo per dei completi imbecilli come gli Stark?

Da qui la prima domanda: perché ci immedesimiamo e tifiamo per dei completi imbecilli come gli Stark, che vediamo fare errori continui e che, date le regole del loro mondo, vediamo continuamente meritare le tragedie che accadono loro? Perché l’intelligenza e la capacità di comprendere le regole del gioco sono così svalorizzate rispetto ad altre qualità? Perché ci viene naturale tifare più per uno “buono e idiota”, piuttosto che per chi dimostra di comprendere perfettamente quali regole governano il mondo in cui vive, dimostrando di sapersi adattare a esse e di saperle piegare a vantaggio suo e delle persone che ama, mostrando sempre intelligenza? Non è scontato ovviamente. Perché questa svalorizzazione dell’intelligenza, questa indifferenza ai valori cognitivi? C’è una specie di gerarchia delle passioni che presiede alle nostre azioni che pulsa nell’enciclopedia della nostra cultura? C’è una gerarchia secondo cui la lealtà vale di più della conoscenza e giustifica la stupidità? C’è una gerarchia delle qualità, secondo cui la coerenza vale più dell’intelligenza e giustifica l’imbecillità? O ci sono dei motivi ancora più profondi per cui ci identifichiamo con degli imbecilli e tifiamo per loro? Certamente viviamo in un’epoca di svalorizzazione diffusa del sapere, ma forse, smettendo di pensare che l’imbecille sia sempre l’altro, si manifesteranno le ragioni profondissime che fanno sì che l’imbecillità degli Stark, con cui tutti ci identifichiamo, è qualcosa che ci riguarda tutti.

Ma qui c’è una seconda domanda interessante. Se è vero che c’è una gerarchia delle qualità che circola nella nostra cultura e che deprezza l’intelligenza e la mette in secondo piano rispetto ad altri valori, è altrettanto vero che Game of Thrones è diventato famoso per ignorare e ribaltare questa gerarchia di valori, così comune nelle nostre società contemporanee.

Il successo di Game of Thrones, nei libri e nelle prime stagioni che li seguono, è dipeso innanzitutto dal fatto che i suoi eroi morivano in modi orrendi, nonostante fossero i buoni. Proprio perché erano imbecilli, erano destinati alla morte e alla sconfitta (la guerra dei cinque re è vinta dai Lannister e non dagli Stark) e il fatto di essere gli eroi con cui tutto il pubblico si identificava non li salvava da morti terribili: Ned Stark muore con la testa mozzata a seguito di un processo farsa, dopo aver confessato cose non commesse. Robb Stark muore massacrato assieme alla sua famiglia (madre, moglie e bambino nel grembo della moglie) a un banchetto a cui era stato invitato con l’inganno dai suoi vecchi alleati, che aveva in precedenza tradito e ignorato.

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Il Trono di spade è certamente la serie degli eroi imbecilli, ma è anche la serie dove gli eroi imbecilli muoiono male, come spesso succede agli imbecilli. Il lettore conoscerà forse il Darwin Award, una cinica classifica delle morti più imbecilli dell’anno, come quella del ricco professionista ansioso di mostrare agli amici i nuovi vetri antisfondamento del suo attico all’ultimo piano di un grattacielo newyorchese: presa una rincorsa dall’ingresso della casa fino alla finestra, contro cui è stato visto gettarsi con tutta la sua forza fino a frantumarla, il nostro professionista è morto precipitando nel vuoto. I vetri antisfondamento sono infatti antisfondamento dall’esterno. Perché, ovviamente, di norma nessuno ci si getta contro con tutta la sua forza dal salone del proprio appartamento.

Gli Stark competono con il nostro professionista dell’antisfondamento. Nella prima stagione, Ned Stark scopre a un certo punto che i tre figli del re – il suo amico Robert Baratheon – sono in realtà i figli dell’incesto tra sua moglie Cersei Lannister e il fratello Jamie, membro della sua guardia reale. Cosa decide di fare al posto di farli arrestare entrambi per alto tradimento? Pensa bene di andare loro a dire che lo sa.

Peccato che Cersei Lannister controlli assieme al padre e al fratello l’intera guardia reale. E, ovviamente, sapendo perfettamente di essere morta nel momento stesso in cui il marito tornerà a casa, Cersei combatte per la sua sopravvivenza e per quella dei suoi figli, riuscendo a far uccidere il marito (prima) e a imprigionare Ned Stark (poi).

Di tale padre è degno figlio il primogenito Robb, che, nella seconda e nella terza stagione, colleziona un campionario di imbecillità che conduce alla sua morte, a quella di sua madre e a quella di tutti gli alfieri del suo esercito rimastigli ancora fedeli. Prima, innamoratosi della sconosciuta Talisa, tradisce tutte le promesse fatte in cambio di importanti favori a uno dei suoi più importanti alleati, Walder Frey, nonostante tutti i suoi più stretti collaboratori lo preghino di non farlo.

In seguito, convinto di essere nel giusto e di non doversi piegare a mezzi poco nobili nonostante stia conducendo una guerra sanguinosa, ignora continuamente gli ottimi consigli che riceve dal suo alfiere Roose Bolton (che infatti poi lo tradirà). Infine, capolavoro finale, decide di tagliare di persona la testa all’alleato che controllava la metà del suo esercito, Lord Rickard Karstark, nonostante tutti, sua madre compresa, lo implorassero di non farlo. Risvegliatosi senza mezzo esercito, in tutta questa esclation di imbecillità che lo conduce all’esito tragico del massacro delle “nozze rosse”, Robb Stark crede che l’amore, l’etica e l’obbedienza alle regole[1] siano tutti valori più importanti rispetto a quello di un comportamento intelligente.
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Da qui tre tratti della sua (e della nostra) imbecillità: i) l’imbecille non ascolta gli altri. Sebbene non lo sia, si crede autosufficiente: per questo, nonostante in moltissimi punti i sui amici e alleati gli dicano esplicitamente quale sia la cosa giusta da fare in quel momento, l’imbecille decide sempre di ignorarli; ii) l’imbecille crede di sapere a priori dov’è il bene e quindi non solo non ascolta gli altri, ma si comporta sempre uguale, non adattando la sua azione alla situazione del momento; iii) l’imbecille non impara dal suo passato e dai propri errori, ripetendoli sempre uguali.

Per questo, di solito, muore male. Dentro e fuori Game of Thrones.

Tuttavia, in Game of Thrones c’è un’eccezione a tutto questo: Jon Snow. Non perché Jon Snow sia meno imbecille del fratello, anzi. Jon Snow mette in scena una serie di imbecillità molto peggiore rispetto a Ned e Robb Stark. Ma, nonostante questo, Jon Snow sopravvive sebbene non lo meriti, perché è “il buono” o “l’eroe”, mentre il finto padre e il finto fratellastro avevano entrambi perso la loro vita e le loro battaglie a causa dei loro errori e delle loro cecità ai valori cognitivi. Ma è davvero così?

C’è qualcosa che non convince nelle ultime due stagioni del Trono di Spade e temo che nulla cambierà in quella appena cominciata. Nei libri, Jon Snow attualmente è morto, accoltellato dai suoi confratelli dei guardiani della notte, in seguito a una delle azioni più razionali e intelligenti che si potessero compiere all’interno dell’intera storia di Westeros: salvare i Bruti facendoli passare al di qua della barriera, impedendo così al re della notte di trasformarli in soldati del suo esercito (e contemporaneamente arruolandoli nel proprio).

Un’azione così razionale e così poco imbecille da meritare niente meno che la resurrezione, già avvenuta nella serie e prossima in The Winds of Winter di George R. R. Martin. Nei libri, Jon Snow è infatti sempre molto diverso dal finto padre e dai suoi fratelli: è razionale, cambia il suo comportamento in funzione della situazione, sa addirittura fingersi altro da quello che è e sa mentire quando la situazione lo richiede (come quando finge di tradire i Guardiani della notte per affiliarsi ai Bruti e conquistare la fiducia di Mance Rayder).

Per molti decenni gli esseri umani si sono autorappresentati come razionali, tanto da definire la “razionalità” come quella differenza che li distingueva dagli altri animali, rappresentandone l’essenza. La realtà però è che quello razionale è un comportamento estremamente raro

Tuttavia, nelle ultime due stagioni della serie, quelle non scritte da George R. R. Martin, Jon Snow è l’imbecille per eccellenza. Nonché la vera causa dell’invasione degli estranei al di qua della barriera, che non ce l’avrebbero mai fatta senza il suo decisivo contributo.

In un momento in cui Daenerys Targaryen sta vincendo la guerra, gli estranei sono tutti al di là di una barriera che non possono oltrepassare e Cersei Lannister è in una situazione militare disperata, Jon Snow riceve infatti un messaggio da Bran e, completamente cieco ai valori cognitivi, pensa bene di aver bisogno dell’aiuto di Cersei Lannister per combattere un re della notte, che, come gli dirà esplicitamente Varys, “non può oltrepassare una barriera che l’ha tenuto lontano per migliaia di anni”.

Tuttavia, completamente sordo ai buoni consigli degli amici crede, consigliato da un Tyrion Lannister troppo stupido per non essere sospetto, di potersi fidare delle promesse di Cersei.

Decide quindi di ritornare a Nord oltre la barriera per portarle uno scheletrino, che lei ovviamente ignorerà. Finito in trappola in una situazione disperata, non solo non accetta la sua sconfitta e la giusta morte che dovrebbe seguirne, ma pensa bene di chiedere aiuto a Daenerys che, per quanto perfettamente conscia che non sia la decisione razionalmente giusta, decide di correre comunque in suo aiuto, in quanto ormai innamorata di lui.

Come un cavallo che corre cieco incontro al suo tragico destino, Jon Snow porta con sé la totalità del popolo di Westeros ed è il vero responsabile dell’invasione da parte degli estranei: proprio con uno dei draghi con cui Daenerys ha tentato di salvare Jon, il re della notte abbatterà infatti quella barriera che non avrebbe mai potuto oltrepassare altrimenti.

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Questa serie di imbecillità, che mettono in pericolo la sopravvivenza dell’intera Westeros, è davvero troppo per chiunque. Che ci sia quindi nell’imbecillità di Jon Snow qualcosa che ci riguarda tutti?

Per molti decenni gli esseri umani si sono autorappresentati come razionali, tanto da definire la “razionalità” come quella differenza che li distingueva dagli altri animali, rappresentandone l’essenza. La realtà però è che quello razionale è un comportamento estremamente raro: di norma, noi agiamo in preda a passioni, emozioni, ansie, cecità e impulsi di tipo del tutto non razionale.

Lo sapeva bene Aristotele, che studiava infatti le emozioni nella Retorica, e cioè nell’opera in cui si occupava di come persuadere e influenzare il comportamento degli altri. Per questo, personalmente, ritengo il premio Nobel del 2017 a Richard Thaler un riconoscimento che va molto al di là del dominio dell’economia e abbraccia una più generale antropologia filosofica dell’essere umano. Thaler parte infatti dall’assunto che gli esseri umani ben difficilmente si comportano in modo razionale, in particolar modo in situazioni di stress dove c’è in gioco qualcosa a cui tengono, come ad esempio il loro denaro.

Il suo modello di finanza comportamentale si fonda proprio sull’assunto che l’imbecillità riguarda tutti, nessuno escluso. Da qui la sua celeberrima risposta a un collega in un dibattito presso la Harvard University: “vede, la differenza tra i nostri due modelli economici è che lei pensa che la gente che fa azioni e scelte sia tutta intelligente come lei, mentre io penso che siano tutti idioti come me”. Proprio partendo dal presupposto che l’imbecillità riguarda tutti, Thaler prova allora a mettere a punto una teoria per affrancarsene.

Questa teoria, che lo porterà al premio Nobel, va sotto il nome di nudge, “pungolo” o “spinta gentile”. Il nudge è quella spinta che le mamme elefanti danno ai loro cuccioli per provare a farli camminare sulle loro gambe. Il cucciolo di elefante sa camminare con le proprie gambe, ma non sa di saperlo fare e ha paura di provare a farlo: la sua azione è bloccata dall’emozione e dipendente da essa.

Il nudge è allora quella “spinta gentile” che fa passare all’atto ciò che sappiamo fare in potenza, ma che non riusciamo a fare in quanto la nostra azione è pilotata dall’emozione e non da un’analisi razionale della situazione. La spinta gentile, il nudge, ci rende meno imbecilli, cioè ci insegna a camminare sulle nostre gambe. “Imbecille” viene infatti da in-baculum, “colui che è privo di bastone”, colui che è privo di un supporto esterno a cui appoggiarsi[2] . In latino, imbecillis significa “debole”, fisicamente o mentalmente. Il cucciolo di elefante è debole e, attraverso il nudge, lo si può dotare di quel bastone che lo può portare a camminare con le proprie gambe e a essere meno “imbecille”, e cioè meno debole e dipendente dagli altri.

Per l’essere umano è la stessa identica cosa: nessun cucciolo di uomo sopravvive senza gli altri, senza che qualcun altro se ne prenda cura e lo accudisca. Anzi, il cucciolo di uomo è in assoluto quello che impiega più tempo per diventare autosufficiente: un cucciolo di gatto, di cane o di leone impiega pochissimi mesi per diventare in grado di sopravvivere da solo. Il cucciolo di uomo impiega invece molti anni e la sua autosufficienza passa dai valori cognitivi che apprende attraverso gli altri, spesso in istituzioni apposite come la famiglia o la scuola. Ecco perché la condizione di default dell’uomo è l’imbecillità: l’uomo nasce debole, “imbecille” appunto, senza bastoni a cui appoggiarsi e deve essere accudito. Il percorso verso la razionalità è lungo e tortuoso e passa attraverso l’apprendimento e i valori cognitivi. Se la condizione di default dell’essere umano non è la razionalità, che è una conquista, ma proprio l’imbecillità[3], contro cui lottiamo per elevarci e per affrancarci dalla nostra condizione di partenza, il comportamento intelligente diventa un mezzo, che passa spesso attraverso un aiuto esterno, per diventare meno deboli.

La vita, la nostra vita, è un grande tentativo di fuga dall’imbecillità che nella stragrande maggioranza dei casi non riesce

Il sapere e il comportamento intelligente operano quella spinta gentile che attraverso la ragione ci aiuta a comportarci in modo meno stupido, rendendo più razionali le nostre azioni. Ma di sicuro l’uomo non nasce razionale, libero o indipendente: nasce assoggettato, dipendente dagli altri e bisognoso di mille bastoni d’appoggio. La fuga dall’imbecillità è il tentativo di costruirsi questi mille bastoni di appoggio che ci affranchino quanto più ci è possibile da una situazione di assoggettamento e di bisogno. La vita, la nostra vita, è un grande tentativo di fuga dall’imbecillità che nella stragrande maggioranza dei casi non riesce, se è vero, come diceva Umberto Eco, che siamo il pubblico di “legioni di imbecilli” di cui facciamo parte.

Ecco allora che l’eroe Stark, che corre cieco verso l’autodistruzione ignorando ogni aiuto esterno, è la rappresentazione di chi in questa fuga non riesce. Per questo amiamo gli Stark: vi ritroviamo la nostra stessa essenza. C’è nella cieca e folle corsa di Jon Snow verso l’autodistruzione qualcosa che pulsa in tutte le storie più belle della nostra cultura: come Ettore, che non ha nessuna ragione razionale per affrontare Achille in duello, Jon decide di andare incontro ciecamente al suo tragico destino, che in questa ultima stagione ci verrà rivelato. E questo nonostante il suo tragico destino possa essere evitato attraverso un comportamento intelligente.

Come la cecità di Ettore ha portato alla caduta di Troia e alla morte di tutti i suoi cari, così la cecità di Jon porterà all’ovvia caduta di Grande Inverno e alla distruzione di quel Nord che si curava tanto di difendere. Se Jon avesse ascoltato Sansa senza tentare di salvare Rickon, non si sarebbe ritrovato circondato nella trappola di Ramsey e non avrebbe costretto sua sorella a doverlo salvare chiedendo aiuto ai cavalieri della valle. Se Jon avesse ascoltato Varys, non sarebbe mai partito per la missione suicida al di là della barriera e non avrebbe costretto Daenerys a venirlo a salvare coi suoi draghi.

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Eppure degli altri non ci fidiamo: diventati adulti crediamo ci ingannino, mentano, abbiano piani strani. Crediamo banalmente di essere più intelligenti di loro. Per questo corriamo ciechi verso il nostro destino, confondendo questa folle corsa con il pensare con la nostra testa, credendo di sapere a priori qual è la parte giusta da percorrere. Forse la vera tragedia del nostro tempo sta proprio nella retorica a priori del “pensare con la propria testa”, quando l’essenza stessa dell’intelligenza umana consiste nel pensare con la testa degli altri che ne sanno più di noi: per questo deleghiamo tante nostre decisioni alla scienza o alla società. “The lone wolf dies, but the pack survives”, dice una Sansa Stark molto lontana dall’imbecillità dei suoi fratelli. Questo rifiuto cieco degli altri per seguire ciò che crediamo essere la strada giusta, senza la paura di sacrificare così tutto ciò che abbiamo di più caro, è ciò che caratterizza il comportamento di Ned Stark, Robb Stark e Jon Snow.

Per questo ci identifichiamo con gli Stark: nella loro saga vediamo rappresentato quel tragico cieco coraggio che porta a sacrificare tutto quello che abbiamo di più caro per seguire ciò che crediamo essere giusto. Nell’imbecillità degli Stark vediamo rappresentata la nostra, che speriamo non ci tocchi mai e non ci conduca alle sue disastrose naturali conseguenze. O forse, nell’imbecillità degli Stark vediamo rappresentata la nostra cinica furbizia: anche noi vorremmo vivere senza la paura di sacrificare noi stessi e le persone a cui vogliamo più bene per un fine superiore o perché sappiamo a priori che il bene è lì ed è giusto seguire quella strada. Eppure non lo facciamo e, per catarsi, adoriamo vederlo fare agli altri, in un cortocircuito in cui non solo l’imbecille è sempre l’altro, ma in cui è sempre bene che si distrugga lui piuttosto che noi.


1 Roose Bolton consigliava di ricorrere a torture per avere informazioni sull’esercito Lannister. Lord Karstark aveva invece ucciso due ragazzini Lannister al fine di vendicare la morte di suo figlio da parte di Jaimie Lannister, nonostante Stark gli avesse proibito di farlo.

2 Su questo ha molto lavorato Maurizio Ferraris nel suo libro L’imbecillità è una cosa seria (Bologna, Il Mulino).

3 Per questo di fatto viviamo già sempre in quella deliziosa anti-utopia di cui parlava Gianfranco Marrone nel suo libro sulla Stupidità (Milano, Bompiani): “in un mondo in cui ci sono solo stupidi, lo stupido non esisterà più poiché nessuno potrà riconoscerlo”. Su questa idea ha poi lavorato Stefano Bartezzaghi sia nella sua recensione al libro di Marrone, sia nel suo recentissimo Banalità (Milano, Bompiani).

 

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