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Come funziona la partecipazione, da Epicuro alle distopie indotte dei social network

Quando Epicuro fondò la sua scuola, nell’Atene del IV secolo a.C., fece diverse scelte impopolari; o inattuali, se preferite. La prima fu quella di aprire la scuola alle donne; la seconda, di aprirla agli schiavi. Anzi, si spinse addirittura oltre: fondò la sua scuola, il Giardino, insieme a uno schiavo, Mys. Per capire la portata di queste decisioni bisogna considerare il fatto che, più o meno negli stessi anni, Aristotele nella Politica sosteneva molto serenamente che l’esistenza degli schiavi si dia come una condizione naturale, propria di certi uomini incapaci di deliberare che, in parole povere, hanno bisogno di avere un padrone per poter svolgere la loro funzione, e sarebbero dunque “schiavi per natura”. E l’idea che Aristotele aveva della schiavitù era, per l’epoca, perfettamente accettabile e per nulla scandalosa, al contrario della scelta di Epicuro di aprire una scuola di filosofia anche a chi non godeva dei diritti civili e politici.

Difatti, fu una scelta che gli costò piuttosto cara: gli stoici non si diedero pace della larghezza di vedute o – per come la vedevano loro – della tracotanza di quel rivale che si permetteva di accogliere nel suo Giardino, per la verità più simile a un orticello, tanto gli uomini liberi quanto i servi e le donne – fra cui resiste il ricordo di Leonzio, una celebre etera, ovvero una prostituta d’alto bordo, si direbbe oggi: ma nell’Atene antica essere un’etera era la sola via praticabile, per una donna, per poter esercitare un’attività intellettuale anziché spendere i propri giorni appresso alle cure della casa.

Insomma, l’idea di Epicuro fu tanto impopolare che gli stoici si armarono di un completo arsenale di calunnie e notizie false e gli fecero la guerra; un tale Diotimo compose addirittura una serie di lettere oscene solo per il gusto di firmarle con il nome di Epicuro, intorno al quale si addensò una fama sinistra, di pervertito, di debosciato. Tale era il fastidio che provocò l’apertura a donne e schiavi; tale, quindi, la portata di quell’apertura, che consentiva proprio a tutti di partecipare della ricerca che conduce alla felicità, missione della filosofia epicurea che – sarà un caso? – nasce proprio con l’intento di liberare gli uomini dalla schiavitù delle paure, di quelle che Spinoza, altro epicureo inattuale del secolo diciassettesimo, chiamerà passioni tristi.

Eppure Atene, ancora oggi, la pensiamo come la culla della democrazia, e di una democrazia diretta, partecipativa. La parola democrazia viene per l’appunto da quella Grecia, da quella politica; spesso, però, dimentichiamo che quella partecipazione così diretta alla politica della città poggiava sull’esclusione di donne, stranieri, schiavi.

La democrazia partecipativa di Atene, è in fondo, espressione di una minoranza. E il fatto che la più peculiare fra le pene comminate a chi fosse ritenuto potenzialmente pericoloso per la comunità fosse l’ostracismo, ovvero un allontanamento di ben dieci anni dalla polis, dimostra perfetta consapevolezza, da parte degli ateniesi, della sovrapposizione biunivoca fra libertà e partecipazione. L’ostracizzato, si badi bene, non è un criminale: l’ostracismo non ha a che fare con un’accusa penale, come dimostra il caso di Aristide, detto il Giusto, che fu ostracizzato proprio perché la sua fama di specchiata moralità, e la grande stima di cui godeva presso i concittadini, lo designavano come un potenziale candidato alla tirannide. L’ostracismo consiste in un “semplice” allontanamento dalla città, un bando che non comporta altre perdite, ed è pensato per disinnescare il soggetto pericoloso proprio privandolo della libertà di intervenire nella vita cittadina. Perché, se libertà è partecipazione, è anche vero che partecipazione è libertà. Come aveva ben compreso Epicuro.

L’ideale della democrazia diretta torna in auge, come mostra l’esperimento della piattaforma Rousseau, nell’era del web, gigantesca polis virtuale che però, nel momento stesso in cui permette al paradigma di prendere una forma, pur rudimentale, ne rivela le derive inquietanti.

La distopia messa in scena da Dave Eggers in The Circle (2013) si concentra su un social network dalla diffusione capillare, ossessionato dagli ideali di trasparenza e di condivisione totale, che finisce per rivelare quanto politico sia sempre il privato, ma anche quanto reazionarie possano essere le conseguenze di un’ispirazione apparentemente progressista, ma condizionata nel profondo da una sorta di puritanesimo capitalista, nell’uso dei social. Che, nella realtà, come gigantesche agorà, accolgono dibattiti partecipatissimi, le opinioni di tutti, le concioni appassionate di sofisti contemporanei, ma anche le campagne infamanti di nuovi epigoni dello stoico Diotimo.

Su Twitter ci si accapiglia, su Instagram si spiega, con stories e hashtag, da che parte è giusto stare, ci si fotografa indossando magliette che perorano, in uno slogan, una causa; su Facebook si condividono link non sempre verificati, si polemizza, ci si infervora proporzionatamente all’assenza di limiti di caratteri e alla quantità di tempo che la connessione sa risucchiare dalle nostre vite quasi senza che ce ne accorgiamo.

Il web sembra il terreno ideale su cui esercitare una nuova forma di partecipazione che è insieme politica e sociale, che fa viaggiare notizie e consensi a un unico ritmo e che, soprattutto, offre agli utenti – ché lì si è pur sempre utenti, non cittadini – la possibilità di costruirsi un profilo ‘impegnato’, di dare e di darsi l’impressione di un impegno anche in assenza di militanza.

Perché se la militanza è devozione plurale a una causa, un impegno condiviso che può arrivare a divorarsi anche la vita privata, qual è il suo destino nel contesto dei social? Se ogni profilo è una monade, è davvero possibile che a fare da collante siano le cause comuni in cui ci si impegna?

Forse, proprio come la democrazia ateniese nascondeva alla sua base la contraddizione degli esclusi, anche questa grande illusione partecipativa è un gigante con i piedi di argilla: e l’argilla è l’algoritmo che regola queste forme di partecipazione, plasmando reti di contatti, mettendo in evidenza determinate informazioni a scapito di altre, e profilando personalità virtuali che come maschere molto realistiche calzano come guanti alla nostra pelle – o è la nostra pelle ad adattarsi a questi profili secondo linee ben più sottili di quelle che vediamo a occhio nudo? È vero che la vita virtuale ha preso in gran parte il posto di quella, cosiddetta, reale; d’altronde, non è certo irreale quello che avviene sul web, quindi forse è il momento di uscire da queste dicotomie e inaugurare una nuova categoria dialettica che riassorba in sé la contraddizione – il che poi è quello che già succede nella nostra esperienza. Ma le lunghe discussioni in cui si traduce l’idea di partecipazione sui social, per quanto siano a tutti gli effetti realissime, e anzi abbiano una consistenza ben più solida di analoghe discussioni orali, cosa cambiano, davvero? Quali saranno, un giorno, i detriti di diatribe furibonde in cui, trasportati dalla passione, ci si è lanciati insulti che la volatilità del flatus vocis avrebbe potuto rendere accettabili, mentre per iscritto assumono, passato qualche giorno, un retrogusto intimidatorio che forse non era inteso nell’intenzione iniziale?

È vero che l’indignazione sui social, oltre a portare di tanto in tanto qualche social media manager a scusarsi, a far montare polemiche, rompere e stringere amicizie, ha dimostrato di avere un impatto sulla politica; è vero che può incidere su certe abitudini, sul linguaggio, su uno sguardo che altrimenti si lascerebbe sfuggire macroscopici segni di violenza o di ingiustizia. E che, all’inverso, c’è una partecipazione anche violenta, oppositiva, che si gonfia nei torrenti di commenti e condivisioni e talvolta si trasforma in gogne umilianti, con conseguenze, anche qui, molto realistiche.

Non credo sia il caso di demonizzare questi esiti dell’uso dei social: come dimostrano le fake news del tempo di Epicuro, non ha senso rifugiarsi nella nostalgia per un passato ideale per sfuggire all’angoscia del presente, che al passato somiglia sempre più di quanto ci appaia a prima vista. Mi domando però di cosa sia il laboratorio, questa nuova forma partecipativa che chiaramente sta mutando con una rapidità che impedisce, per ora, di vedere cosa diventerà.

Quello che posso fare, per provare a vederci più chiaro, è azzardare un’autocritica: ci sono dei limiti e dei problemi che vedo dispiegarsi proprio a partire dal fatto di avere introiettato anch’io, e in maniera piuttosto passiva, questa comoda modalità di partecipazione. Prima di tutto, mi rendo conto del rischio di limitare l’impegno ai social e sentirsi a posto con la coscienza, sentirsi engagé solo per aver sostenuto qualche scaramuccia verbale.

A questo si lega un forte conformismo nei criteri con cui si scelgono e si sposano le cause “giuste”, del resto regolate dall’algoritmo e dal self-fashioning del profilo, dalla possibilità cioè di indirizzare lo sguardo degli altri su di sé attraverso quello che il profilo rivela; il cui correlativo è il fatto di plasmare sé stessi immaginandosi come risposte il più possibile adeguate a quel che una versione interiorizzata di questo sguardo richiede. Infine sento un’inclinazione molto forte alla volubilità, di cui le discussioni accese enfatizzano le conseguenze; l’inseguire la polemica del giorno, pur di farlo, e non rendersi conto di cosa comporta, alla lontana.

Sono rischi che mi sforzo di riconoscere nel mio modo personale di pensare l’impegno e la partecipazione. Non ho nessuna proposta per migliorare le cose, se non quella di provare a recuperare un’idea di un epicureo moderno, Spinoza, che avrà pure quattro secoli ma è fresca come una rosa: l’idea della partecipazione come una modalità di conoscenza, anzi, della conoscenza nel suo senso più completo, complesso, profondo e perspicuo – quello intuitivo. Penso che il nesso fra partecipazione e conoscenza, che è a sua volta una forma di libertà, potrebbe essere un buon punto da cui riprendere il discorso, per evitare le trappole che in fondo ci rendono tutti un po’ schiavi: per fortuna ci sono scuole che ci accetteranno comunque, come dimostra la storia del giardino di Epicuro.