Il genio è debole: la Silicon Valley

Scarica come pdf

Scarica l'articolo in PDF.

Per scaricare l’articolo in PDF bisogna essere iscritti alla newsletter di cheFare, completando il campo qui sotto l’iscrizione è automatica.

Inserisci i dati richiesti anche se sei già iscritto e usa un indirizzo email corretto e funzionante: ti manderemo una mail con il link per scaricare il PDF.


Se inserisci il tuo indirizzo mail riceverai la nostra newsletter.

image_pdfimage_print

La cultura è il DNA della società. Trasmette tradizioni da una generazione all’altra con un processo che ci resta in gran parte invisibile. Possiamo ignorare quale gene specifico ci ha dato gli occhi azzurri, ma restano azzurri. Allo stesso modo, crediamo in certe modalità a causa di questo invisibile DNA sociale.

Un buon esempio sono gli uffici open space. È abbastanza dimostrato che non funzionano, che reprimono anziché stimolare la creatività. Ma se entriamo in una qualsiasi start-up della Valley troviamo uffici open space. Perché? Perché si è sempre fatto così.

Naturalmente, appellarsi alla tradizione non è il modo migliore per togliere un grosso assegno dalle mani ben curate di un investitore. Non possiamo dire: “La mia innovativa app si basa su secoli di tradizione.” No, bisogna fingere che sia radicalmente nuova e rivoluzionaria. È un gioco a cui tutti prendo- no parte nella Silicon Valley. I bravi giocatori, però, si rendono conto che è un gioco.

Inevitabilmente, la nostra discussione finisce sull’argomento preferito nella Silicon Valley: il fallimento. Gli chiedo se è vero come si dice che la Silicon Valley lo abbracci.

genio

Pubblichiamo un estratto da La geografia del genio di Eric Weiner (Bompiani Overlock)

Sì, il fallimento è un ingrediente della ricetta, dice Roger, ma è un mezzo, non un fine. Se fallisci a ripetizione, e nello stesso modo, sei un idiota, non un genio. Il principio guida per “fallire con successo”, dice, è il metodo scientifico. “Il metodo scientifico consiste nel fallire finché qualcosa non funziona, giusto? Consiste nel fallire in modo meditato ed efficace. L’in- successo può essere una meravigliosa esperienza di apprendimento nella misura in cui è di aiuto a un processo in corso.” La cosa importante, dice, è fallire presto. “Si eliminano subito le cose che non funzionano.”

Qui affrontiamo a testa bassa quello che è diventato un mantra della Silicon Valley: “Fallisci alla svelta”, e il suo corollario: “Fallisci alla svelta, fallisci meglio.” È vero che fallire alla svelta è una buona idea – tutti i geni, nei secoli, sono stati capaci di bloccare le perdite e andare avanti –, ma io credo che questi slogan non centrino il punto. Fallire meglio? Cosa vuol dire? Non si può fallire meglio, solo in modo diverso.

Charles Darwin, le cui teorie sono alla base di gran parte della Silicon Valley (tutti ci stiamo evolvendo!), senza dubbio ci consiglierebbe di fallire da sciocchi. I suoi “esperimenti del- lo sciocco” avevano lo scopo di provocare il destino, nell’eventualità remota che oggi sia diverso da ieri e domani sia diverso da oggi. Darwin, come la Silicon Valley, amava le possibilità, non gli insuccessi.

Questo approccio al fallimento si unisce bene al Potere del- le costrizioni. Le idee migliori, secondo Roger, sono quelle che entrano nel mondo imperfette, frammentate. Richiedono lavoro ed è attraverso questo processo di messa a punto, questa serie di fallimenti da sciocchi, che alla fine emerge qualcosa di meglio, qualcosa di buono.

Il successo della Silicon Valley è costruito sulle carcasse dei suoi fallimenti. Nella Valley, l’insuccesso è il fertilizzante. Come tutti i fertilizzanti, però, dev’essere usato saggiamente da un contadino esperto, altrimenti è inutile – e puzza.

Come ho detto, ben poco è stato effettivamente inventato nella Silicon Valley. Il transistor è stato inventato nel New Jersey, il telefono cellulare in Illinois, il World Wide Web in Svizzera, il capitale di rischio a New York. I valligiani, come gli antichi ateniesi, sono terribili approfittatori. Ciò che Platone diceva dei greci vale per la Silicon Valley: perfezionano quello che prendono in prestito (o rubano) dagli stranieri. No, la Silicon Valley non è il posto in cui nascono le buone idee. È il posto in cui imparano a camminare. Ed è anche il posto in cui molte idee vengono a morire. Ogni giorno sono scartate, senza pietà, sistematicamente. Questo è il vero genio della Valley.

Ogni epoca d’oro ha bisogno di valutatori, persone con il dono di distinguere le buone idee da quelle cattive, la musica bella da quella ripetitiva, le grandi scoperte scientifiche dai piccoli passi avanti, una poesia sublime da un’insalata di parole. Ad Atene, questo ruolo era svolto dalla polis, i cittadini. Nella Vienna musicale, c’erano la corte imperiale e gli ascoltatori competenti. A Firenze, i mecenati, soprattutto i Medici. Chi sono i Medici della Silicon Valley?
Non c’è una sola risposta a questa domanda, ma gli investitori, in particolare i cosiddetti “angeli investitori”, probabilmente ci si avvicinano.

Non è un’analogia perfetta – Roger trova l’idea risibile –, ma in un mondo in cui i soldi decidono quali idee vengono nutrite e quali lasciate a morire sul ramo, chi controlla i soldi controlla molte cose.

Mi piace Roger. Mi piace il suo modo di parlare da scienziato con una tendenza alla poesia. Mi piace il suo modo di guardare la Silicon Valley con gli occhi aperti e non attraverso Google Glass colorati di rosa. È un genio? Non ne sono sicuro, ma certo ha caratteri geniali: per esempio la capacità di concentrarsi come un laser su un problema per un tempo più lungo di quello che la maggior parte delle persone considererebbe normale. Nello stesso tempo pratica l’“attenzione diffusa” e ha molti interessi diversi. Legge quaranta romanzi all’anno e suona in una band di nome Moonalice. “I romanzi mi aiutano a capire gli altri. La musica mi aiuta a capire me stesso,” mi dice prima di salutarci. Mi giro per andarmene, ma mi fermo per fargli un’ultima domanda.

“Sei intelligente o fortunato?”
Roger non esita nel rispondere. “Che cazzo di differenza c’è?”

Mentre torno alla macchina capisco che la sua risposta, espressa in americano volgare, è in effetti molto greca. Chi siamo noi, semplici mortali, per dire dove termina il campo dell’agire umano e incomincia quello degli dèi?

A Eugene, il mio defunto amico di Firenze, la Silicon Valley sarebbe piaciuta. Come una buona piña colada, ha le giuste proporzioni: mette in equilibrio la concorrenza spietata e la collaborazione generosa e saggia. (Uno studio ha scoperto che le persone che sono state in competizione fra loro sono poi capaci di collaborare meglio di quelle che non si sono mai prese le misure a vicenda.) È nello stesso tempo grande e piccola: grande quanto basta per avere un impatto globale, ma piccola quanto basta perché la gente si conosca per nome. Combina motivazioni intrinseche ed estrinseche. “Faccio questa cosa perché mi piace e, sì, guadagno anche una montagna di soldi.” È un posto ricco di vita sociale, ma dominato dagli introversi. È un posto che sta rivoluzionando il mondo, ma è anche un posto che dà molta importanza a quello che pensano gli altri, a quello che pensi tu. È un posto dove si fanno straordinari balzi in avanti in un contesto molto ordinario. Qualsiasi cosa si possa dire della Silicon Valley, è vero anche il contrario.

I miti non sono necessariamente una cosa negativa. Servono a uno scopo. I miti ispirano. Una società completamente priva di miti non sarebbe molto creativa. Prendiamo uno dei miti più indiscutibili della Silicon Valley: la Legge di Moore. Scoperta da Gordon Moore, cofondatore di Intel, essa afferma che la potenza dei microchip raddoppia ogni due anni.

La Legge di Moore non è affatto una legge. È un contratto sociale, una sfida o, se vogliamo essere meno generosi, una frusta. Ma formulandola come una legge immutabile quanto quella di gravità, Moore e i suoi successori hanno trasformato una possibilità in un’attesa, una inevitabilità.

È un bel trucco di magia, la più grande innovazione della Silicon Valley.

Torniamo al nostro giovane “genio” della Silicon Valley e vediamo come si svolge davvero il processo. Sì, vive in un incubatore e, sì, c’è anche del caffè. Ma le somiglianze finiscono qui. Per incominciare, l’idea di Einstyn non è soltanto sua. L’ha rubata, alla greca. Ma, seguendo i consigli di Platone e McNamee, l’ha perfezionata. Nulla di tutto ciò accade senza sforzo. Il nostro genio lotta. La sua idea è rivista, poi rivista ancora. Il giovanotto è lacerato dai dubbi ma, spinto da una forza misteriosa, forse il desiderio di rivalsa, persiste. Ahimè, fallisce. Ma non si crogiola nel fallimento. Lo osserva, nota esattamente dove e come ha sbagliato, e si ripromette di sbagliare in modo diverso la prossima volta. Alla fine riesce, ma con un’Einstyn che non assomiglia affatto a quella originale. Il pouf non entra mai nel quadro.

Il nostro giovane genio ha di fronte sfide che i geni del passato non avevano. Queste sfide si possono spiegare tramite il Principio di Heisenberg, che afferma come sia impossibile separare l’osservazione di un esperimento dai suoi risultati. Il semplice atto di osservare modifica il risultato. Questo è esattamente ciò che accade nella Silicon Valley oggi e che la differenzia dalle epoche d’oro del passato.

Nell’antica Atene, i sondaggisti non misuravano in continuazione gli umori del pubblico. Nella Firenze del Rinascimento non fermavano le persone per la strada chiedendo loro se si sentivano ottimiste, abbastanza ottimiste, per nulla ottimiste rispetto al futuro. L’esperimento chiamato Silicon Valley è modificato ogni giorno dalla sua osservazione. Siamo tutti responsabili attivi del suo esito. Ogni volta che facciamo una ricerca su Google o acquistiamo l’ultimo prodotto Apple, nel nostro piccolo determiniamo il corso che prende la Silicon Valley.

A differenza di Atene o Firenze, la Silicon Valley soffre il confronto con la sua epoca d’oro adesso, mentre è in corso. La pressione per essere il prossimo Steve Jobs o Mark Zuckerberg è enorme. Se uno studente di ingegneria della Stanford non ha avuto un’offerta pubblica di acquisto al primo anno si sente un fallito. Il futurologo Paul Saffo mi dice di tenere da dieci anni un corso alla Stanford e di aver avuto solo recentemente il suo primo studente svogliato. “È stata una boccata d’aria fresca!”

La Silicon Valley è diversa dalle altre epoche d’oro per un altro aspetto. Ciò che crea – tecnologia digitale in varie forme – determina anche quello che creano gli altri. Questo non valeva, per esempio, nella Firenze del Rinascimento. La Monna Lisa è un’opera d’arte sublime, e senza dubbio ha ispirato molti pittori, da allora in poi, ma non ha cambiato il modo in cui un bottegaio teneva i conti o un principe governava i suoi possedimenti. La tecnologia digitale, invece, filtra in ogni anfratto della nostra vita. Mai prima nella storia un solo luogo ha toccato tante vite, nel bene e nel male.

Come abbiamo visto, un’epoca d’oro non dura molto a lungo. Pochi decenni, magari un mezzo secolo, e poi scompare così com’era arrivata. I luoghi del genio sono fragili. È molto più facile distruggerli che crearli. La Silicon Valley, secondo le mie stime, si avvicina al secolo: è vecchia, in termini di genio. È stata una bella corsa, più lunga di quella di qualsiasi altro posto negli Stati Uniti, a eccezione forse di Hollywood. Il suo tempo è terminato? Potrebbe finire come Atene o Detroit?

La cosa sembra difficile, dato l’ambiente esaltante e il robusto prezzo delle azioni della Valley, ma nel 1940 nessuno a Detroit vedeva la fine in arrivo, come nessuno la vedeva ad Atene nel 430 a.C. Solo i viennesi del 1900 sentivano che la fine era vicina (“un laboratorio della fine del mondo”) e questo, ironicamente, ispirò un ultimo, straordinario guizzo di creatività.
Non possiamo accelerare verso la linea del traguardo se non sappiamo dov’è o, peggio, se ci illudiamo che la corsa continuerà per sempre.

Incontro molte persone nella Valley che ridicolizzano chi parla di declino. Mi ricordano che la fine della Silicon Valley è stata predetta fin dagli anni settanta, eppure la regione continua – odio questo termine, ma è l’unico adeguato – a reinventarsi. Dalla radio amatoriale ai transistor ai circuiti integrati al cloud, la rivoluzione genera rivoluzione.

Sì, la Valley si è dimostrata flessibile (in un campo ristretto: passare dall’hardware al software non è proprio come passare dall’arte astratta alla fisica teorica), ma non si sottrae alle leggi di natura. Il sole non sorge a occidente e gli alberi non crescono sulla luna. Neanche le sequoie della California.

Il prolungarsi del successo della Silicon Valley dipende, ironicamente, non da qualche marchingegno nuovo di zecca, ma dalla capacità di imparare le lezioni della storia. Ahimè, non c’è app per questo, però ci sono alcuni passi che la Valley può fare, trappole che può evitare, se vuole vincere la scommessa e arrivare a un’età ancora più veneranda.

Le grandi civiltà giungono alla grandezza per diverse ragioni, ma crollano sostanzialmente sempre per la stessa: l’arroganza. Nessuna civiltà, per quanto grande, è immune da questa “strisciante vanità”, come la definisce il professore di pedagogia Eugene Von Fange. Qui descrive il declino dell’Atene classica, ma le sue parole si potrebbero tranquillamente applicare a qualsiasi epoca d’oro che ha perso il suo slancio: “Ben presto i figli, viziati dall’uso di tutte le grandi cose che i loro padri e i loro nonni avevano scoperto, diventano inetti come neonati di fronte alla dura realtà di un mondo aggressivo e in mutamento.”

Non ci vuole un Einstein per scorgere i sintomi di questa strisciante vanità nella Valley. Il lusso ha alzato la testa scintillante e questo non è mai un buon segno. Come ricorderete, ad Atene era accaduto lo stesso: il declino della città può essere fatto coincidere quasi esattamente con l’aumento del lusso e il gusto per i cibi raffinati. Quando si parla di epoche d’oro, il lusso è il canarino nella miniera di carbone.

Un altro sintomo che la Valley ha smarrito la strada è che incomincia a confondere mezzi e fini. L’idea tanto promossa di “turbamento” un tempo era considerata una conseguenza, un effetto collaterale dell’innovazione. Adesso è diventata un fine in sé, come testimonia l’avvento della “Disrupt Conference”. Non è un bene. Socrate non ha turbato Atene per il gusto di farlo. Aveva in mente un fine, e questo fine era niente meno che la saggezza.

Non esiste la creatività in astratto. Allo stesso modo, non esiste l’innovazione in astratto. Definirsi “imprenditori” o “turbatori” è assurdo come definirsi “atleti” o “pensatori”. Davvero? Che sport pratichi? A cosa pensi?

Ciò che dà avvio a un’epoca d’oro non è necessariamente ciò che la tiene in vita. Quelle buone riescono a cambiare carburante in corsa. Il Rinascimento fu stimolato inizialmente dalla riscoperta dei testi antichi, ma gli umanisti che li avevano scoperti ben presto partorirono idee proprie, un proprio slancio intellettuale. La Silicon Valley, se vuole sopravvivere, deve trovare fonti di energia alternative, nuovi modi di essere creativa e non semplicemente nuovi prodotti creativi.

Deve pure ricordarsi che piccolo non è solo bello, è anche creativo. La pesantezza è un’altra forma di autocompiacimento, e particolarmente pericolosa. Aziende come Apple e Google riconoscono questo pericolo e, benché siano ormai delle enormi multinazionali, tentano di comportarsi come le piccole start-up che erano un tempo. Lo fanno decentralizzando le decisioni, per esempio, una mossa molto più importante di tutti i pouf del mondo.

Oltre che piccola, è essenziale che la Silicon Valley rimanga fluida. Deve tenere in moto quei camion dei traslochi, deve far scorrere il fertilizzante.

Non è facile, ma la Silicon Valley ha un vantaggio: il prodotto della regione, la tecnologia informatica, è per sua natura diffuso. I nodi e le reti di un sistema informatico rispecchiano le reti sociali della Silicon Valley – o forse è il contrario, non importa.

L’importante è che la Valley tenga queste reti in movimento come treni ad alta velocità.

Un’altra lezione importante per la Silicon Valley viene da dove non ci si aspetterebbe. Un giorno mi sveglio e vedo Jack Ma che mi guarda. La sua azienda, Alibaba, ha appena debuttato alla borsa di New York e adesso Ma non vale tre miliardi di dollari come quando l’ho incontrato, bensì ventisei miliardi. C’è la sua faccia sorridente spalmata su tutte le home page. “Ben fatto, Jack,” penso, e calcolo mentalmente quanti guanxi ci vorrebbero adesso per organizzare un incontro con lui. Tutti quegli zeri mi fanno venire il mal di testa. L’importanza di Jack, tuttavia, mi ricorda che c’è più di un modo per essere creativo e per coltivare luoghi creativi.

La Silicon Valley guarda già all’Asia. Molti dei suoi prodotti sono fabbricati là, e sempre più spesso anche venduti. Per le vie di Mountain View si vedono facce asiatiche, ristoranti asiatici, per non dire dei centri di meditazione e di yoga. C’è una lezione dell’Oriente, però, di cui credo la Valley farebbe bene ad appropriarsi, ed è questa: ciò che sale deve scendere, ma alla fine tornerà a salire. Non è il punto di vista occidentale.

Noi crediamo che il tempo scorra come un fiume e quindi vediamo il declino come un viaggio senza ritorno: una volta che si incomincia a scivolare, non si può che andare all’ingiù. Questa visione del mondo diventa una profezia autoavverantesi, in cui il declino porta ad altro declino. (Vienna è l’eccezione che conferma la regola.)

La Cina e l’India ci ricordano che non è necessariamente così. Se consideriamo il tempo come qualcosa di ciclico, il declino diventa reversibile. Questa può apparire una sottigliezza filosofica, ma non lo è. La Cina, per esempio, nel corso della sua storia è andata su e giù in parte perché crede che ci siano alti e bassi.

La Silicon Valley solleva un altro angosciante problema: questo è l’ultimo grande luogo? Potrebbe essere il capolinea per le epoche d’oro, la morte non solo dei luoghi del genio, ma del concetto stesso di luogo? Senza dubbio gli stregoni di Silicon Valley vorrebbero farcelo credere. La geografia, ci dicono, è una cosa ormai superata. Grazie a internet e ai suoi servizi digitali si può vivere e lavorare ovunque. Il luogo è diventato inessenziale.

Non è interessante, però, che questi profeti di un futuro senza luoghi vivano tutti nello stesso posto? Mangiano negli stessi ristoranti, bevono i loro latte macchiati negli stessi caffè, inforcano le loro biciclette da diecimila dollari sulle stesse strade di campagna. Il Vaticano della Silicon Valley, il grande campus di Google, è progettato per favorire il contatto faccia a faccia. Yahoo!, tra tutte le aziende, di recente ha annunciato che stava per eliminare il telelavoro. Sanno che, come dice il futurologo Paul Saffo, “niente avvicina come la vicinanza”.

La geografia non è morta. Il posto conta. Anzi, conta più che mai. La proliferazione della tecnologia digitale ha reso i luoghi più importanti, non meno. Più ci parliamo su Skype e ci inviamo email, più è grande il desiderio di contatti faccia a faccia. I viaggi aerei sono diventati più popolari, non meno, dall’avvento della tecnologia digitale. I giovani, ambiziosi laureati cinesi e indiani, intanto, aspirano a lavorare nella Silicon Valley di malta e mattoni, non in una dépendance virtuale. Hanno assaggiato i suoi frutti e vogliono partecipare alla crescita. Ogni iPhone è una briciola di pane che porta alla terra promessa.

Forse la cosa più importante esportata dalla Silicon Valley è… la Silicon Valley. Gli urbanisti di tutto il mondo vogliono sapere qual è l’ingrediente segreto, e sono disposti a pagarlo. È nata un’industria locale di consulenti e con il loro aiuto decine di luoghi hanno tentato di replicare la Silicon Valley, dall’Inghilterra (valle del Tamigi) a Dubai (Silicon Oasis). Con poche eccezioni, hanno fallito tutti. Perché?

Uno dei motivi è che pensano che la Silicon Valley sia una formula e dimenticano che è in realtà una cultura, prodotto di un tempo specifico e di uno spazio specifico. Se la riconoscono come cultura, tentano di trapiantarla nella loro. Invariabilmente, questi tentativi falliscono per la stessa ragione per cui falliscono molti trapianti di organi: donatore e ricevente non sono compatibili.

Forse la ragione principale per cui queste aspiranti Silicon Valley falliscono è semplicemente che hanno troppa fretta. I politici vogliono vedere risultati mentre sono ancora in carica, gli amministratori delegati entro il prossimo trimestre. Non è così che funziona. Atene. Hangzhou. Firenze. Edimburgo. Vienna. Sono state tutte il risultato di una lunga gestazione, segnata da dolorose complicazioni (vedi la Peste Nera e le Guerre Persiane). Città e paesi che tentano di replicare la Silicon Valley pensano di dover creare un luogo senza frizioni, mentre in verità è la frizione, la tensione, entro certi limiti almeno, che mette in moto i luoghi del genio.


Immagine di copertina: ph. Freddie Collins da Unsplash

Note