Per Giuseppe Genna e Bifo la storia del Coronavirus è digitale e tragica

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    Vorrei parlare di due libri, due libri che appena mi sono arrivati sono subito finiti nella mia lista delle letture; un po’ per la curiosità sul tema, un po’ – soprattutto – per la fiducia nei confronti dei due autori. Ma mai mi sarei aspettato che questi due libri, seppure così diversi, si richiamassero in maniera così costante ed evidente (quantomeno ai miei occhi!).

    Parlo di Reality di Giuseppe Genna (Rizzoli) e Fenomenologia della fine di Franco Berardi (Bifo) (Nero)

    Ma iniziamo col dire che si tratta di due opere dettate dall’urgenza, dall’emergenza e dalla necessità. Cioè a dire, sono due lavori che vibrano di una impellenza comunicativa ed espressiva forte.

    Nel 1709 Anthony Ashley-Cooper, III conte di Shaftesbury, uno dei padri riconosciuti della disciplina filosofica che indaga il bello, l’estetica, pubblica un volume dal titolo I moralisti. Un volume significativo perché lega indissolubilmente una carica morale, una richiesta etica e uno sguardo severo sulle cose a una ricerca formale e stilistica.

    Ecco! Questi due libri hanno intanto questo approccio in comune che mi ha ricordato il magistero del conte di Shaftesbury.

    Ma quando parlo di moralismo non mi riferisco né al severo moralizzatore dei costumi alla Catone “Censore” (per l’appunto) e nemmeno alla farsesca figura pseudo-intellettuale da italietta – ahimé! sempre presente – ben incarnata dall’Alberto Sordi de Il moralista di Giorgio Bianchi

    Qui voliamo su altri lidi… decisamente!

    Gli “zombi” di Arbasino (citati direttamente da Genna ma ben presenti in risonanza anche in Bifo).

    Intanto in entrambi i casi c’è la scelta della cronaca, genere e stile ormai poco frequentato o almeno frainteso. La cronaca unisce la necessità del reale con quella del racconto, della scansione temporale precisa, della dimensione causa-effetto (lo sapeva bene Michelangelo Antonioni che con Cronaca di un amore poneva i semi del superamento del Neorealismo e della rivoluzione “moderna” del cinema attraverso un racconto che attingeva dal personale per scandire fatti e voci). La cronaca è un processo di analisi che prova a ricostruire, non tanto un fatto, ma le processualità che lo attraversano. Bene! Questi due libri fanno proprio questo.

    Ed entrambi lo fanno usando la prima persona, non eludendo il sé. In maniera diversa però: in Genna l’ ”io” non si compone mai del tutto: si articola, si moltiplica, si spezza, si complica di voci che spesso diventano rumore (il rumore del “reality” mediale). Genna sfugge all’autorialità o almeno tenta di farlo ricadendo in una nuova dimensione autoriale. Di contro Bifo la invoca, l’autorialità. La pretende per sé, ne fa un manifesto di scrittura “politica”. Non si può nascondere nella logica dell’oggettività.

    Bifo si riscopre narratore in alcuni momenti intimi. Genna saggista nei suoi riferimenti colti

    Ma rimaniamo in una dimensione squisitamente estetica: Genna lavora sul romanzo, sulla forma romanzo. Anche se sembra negarlo. Ma il suo lavorìo non rimanda al romanzo “storico” e nemmeno a quello storico. Ma si rifà alle origini del romanzo moderno, quello a cavallo tra ‘800 e ‘900 (con echi antichi che sanno di ellenismo decadente che mi ricorda le continue interpunzioni satiriche di Luciano di Samosata). Quando il romanzo si interfaccia con la psicologia, il monologo interiore, la psicoanalisi, le avanguardie. Insomma: tra Joyce e Kafka, il Mann della Montagna incantata fino ad arrivare a Gadda.

    Bifo invece si rifà a un modello di saggistica quasi inconsueto, vagamente demodé, nato nel XVIII secolo il pamphlet. Un libello, spesso satirico, comunque polemico, profondamente personale e morale che si situa nella produzione filosofica. E su quel modello fa scorre le giornate di reclusione, le letture, gli incontri, i dialoghi e tutto il materiale che si organizza intorno al suo “io” che discetta e non lascia tregua alla sua analisi filosofica e politica (la sua – per l’appunto – “fenomenologia”).

    Bifo si riscopre narratore in alcuni momenti intimi. Genna saggista nei suoi riferimenti colti.

    Bifo sembra appropriarsi di un’idea di saggio filosofico che ricorda il Baudrillard di America. E non a caso proprio Braudrillard è tra gli autori citati. Per Bifo la filosofia è un campo di inseminazione, un linguaggio più che una disciplina, per analizzare il mondo. A partire da sé, dalla propria dimensione intima. La digressione personale nell’economia dell’opera non è mai realmente tale. E’ invece la struttura che consolida la riflessione. Una riflessione dura, lucida, persino fredda nella sua inesorabilità:

    “Tutto questo significa una cosa sola: che l’estinzione è all’ordine del giorno, e che non c’è altra via per uscire da questa prospettiva che non sia l’uguaglianza economica radicale, la libertà culturale, la lentezza dei movimenti e la velocità dei pensieri.”

    Ma anche in Genna la filosofia svolge un ruolo fondamentale. La filosofia come lettura del mondo, interpretazione potremmo dire, alla ricerca del sale del pensiero… i concetti!

    Ecco allora che in questa “sfera” filosofica i due libri dialogano a distanza. E questo è già un miracolo in una produzione editoriale che spesso, superficialmente, esalta l’autorialità, e che invece vende al mercato scritti autoreferenziali che non sono in grado di radicarsi nel presente. Nella società. E nemmeno nella cronaca.

    Ma forse questo lo si deve anche alla situazione creata dal Covid. Imporre riflessioni più ampie, complesse, che si liberano dal dominio del piccolo.

    Si perché anche questo accomuna i due autori: entrambi parlano di rivoluzione. Quella di Bifo è politica e sociale e ha un nemico chiaro: il capitalismo. Genna punta a una rivoluzione dei corpi, dell’autocoscienza.

    Genna parte da Milano come epicentro e simbolo dell’Italia moderna e cerca con la parola di sottrarre potere alle immagini della nostra epoca (con il placet di Guy Debord). Le sue descrizioni di morte e sofferenza colpiscono persino più delle visioni televisive, così come la sua dissezione chirurgica delle parole, della cronaca. Genna ci costringe al terribile del vuoto dietro le immagini contemporanee alla loro impossibilità di ricomporsi con lo sguardo, con il corpo, con l’estetica e con la morale. Anche Bifo punta a stabilire nuovi codici e nuove priorità… propone dati, riflessioni, pensieri, menzioni, rintraccia ragionamenti, tesse fili… “o il comunismo o l’estinzione”… “socialismo o barbarie”.

    Rimarrebbe la questione tecnologia, storicamente così importante per entrambi gli autori. A prima vista questa volta sembrerebbe restare sotto traccia. Ma leggendo bene in queste due analisi che frequentano la tragedia e la questione della tragedia (altro termine ricorrente in entrambi), si rannodano i temi della società digitale. Rimbalzano le questioni economiche e sociali della civiltà digitali. Non è più fondamentale esplicitarle, non è necessario descriverle, fotografarle. Sia Bifo che Genna possono permettersi il lusso di lasciare ad altri le meschine questioni tecno-sociali, agli scrittori e agli intellettuali che sono arrivati tardi, che provano a storicizzare fenomeni che stanno già accelerando e che sono già nelle vene della nostra società. Il virus è digitale.

    Questo virus è digitale. E tragico. Quel dionisiaco che Nietzche definiva “uno sguardo nell’abisso”. Ecco i due gettano proprio uno sguardo (il “loro” sguardo, ben incarnato e definito) nell’abisso, non tanto del Covid, ma della nostra società che si confronta con il Covid.

    Genna brancola tra ospedali e sale di rianimazione, è nei camion dell’esercito, nelle bare, nelle sacche nere che avvolgono, poco pietosamente, i corpi. Bifo scava nelle piccole cronache, nei messaggi, nelle dichiarazioni. Entrambi non ci stanno a rimuovere e nemmeno a consolare. Vogliono guardare le tenebre.

     

    Immagine di copertina: ph. Clay Banks da Unsplash

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