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28 novembre 2018

Geografia delle piattaforme. L’impatto del digitale su individui, spazio e città

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A un livello generale, le piattaforme sono infrastrutture digitali che consentono a due o più gruppi di interagire. Si posizionano quindi come intermediari che riuniscono utenti diversi: clienti, inserzionisti, fornitori di servizi, produttori, e persino oggetti fisici.

Mentre tecnicamente le piattaforme possono esistere in forme non digitali (ad esempio un centro commerciale), la facilità di registrazione delle attività online rende le piattaforme digitali il modello ideale per l’estrazione di dati nell’economia dei dati del nostro tempo. In Platform Capitalism (2017) Nick Srnicek analizza nel dettaglio le caratteristiche del capitalismo contemporaneo e identifica l’emergere di un capitalismo di piattaforma, una forma di capitalismo avanzato basata sull’estrazione, l’aggregazione e l’analisi di dati da cui scaturisce un nuovo tipo di impresa più o meno emergente.

Google allora è la piattaforma per la ricerca online, Uber la piattaforma per la domanda / offerta di taxi, Facebook la piattaforma per le relazioni interpersonali, Airbnb quella per l’offerta / domanda di affitti temporanei, Spotify per la ricerca / scoperta di contenuti musicali e così via.

Queste società commerciali hanno tutte in comune
a) una infrastruttura digitale per mediare tra utenti e fornitori di servizi / contenuti;
b) la raccolta di enormi quantità di dati (al centro del modello di business).

D’altronde già Tim O’Really alcuni anni fa affermava:

delivering software as a continually-updated service that gets better the more people use it, consuming and remixing data from multiple sources, including individual users, while providing their own data and services in a form that allows remixing by others, creating network effects through an “architecture of participation,” and going beyond the page metaphor of Web 1.0 to deliver rich user experiences.

La dittatura emergente degli algoritmi

In tale contesto una pletora di piattaforme digitali sta mediando sempre più il nostro rapporto con lo spazio (fig.1). Apparentemente, l’ecosistema digitale non si limita solo a sostituire intermediari e mediatori. Di conseguenza, le piattaforme diventano un dispositivo pervasivo per coordinare le interazioni digitali, spaziali e sociali (Celata, 2018). Introducono le loro logiche e queste logiche assumono sempre più il controllo dello spazio urbano. Il rischio, forse non così remoto, è che la dittatura degli algoritmi finisca per surclassare quella della governance e della pianificazione urbana tradizionale. Si generano così nuove forme di impatti imprevedibili a cui si legano inevitabilmente nuove forme di disuguaglianza ibrida.

Vale la pena ricordare che gli impatti non riguardano il mondo digitale ma la sfera sociale ed economica degli utenti e producono alterazioni sempre più profonde nella struttura dello spazio fisico in cui le piattaforme stesse operano. D’altronde la Dichiarazione di Barcellona afferma:

Models of platform economy based on collaboration and sharing foster an atmosphere of vibrancy, innovation and economic prosperity for citizens and cities by creating opportunities for individuals and communities to interact, support and benefit from mutual engagements in shared interests. At the same time, some cases and models of platform economy are challenging cities’ sovereignty. 

Figura 1. Un esempio di digital augmentationCome le imprese, le piattaforme si basano su funzionalità complesse, a più livelli e gerarchiche (Gillespie, 2010). Come i mercati, selezionano le merci, gestiscono le informazioni o addirittura stabiliscono i prezzi dei propri servizi. L’algoritmo di determinazione dei prezzi di Uber in tal senso è emblematico: il numero complessivo di utenti che lanciano l’app sul proprio smartphone consente a Uber di stimare il numero di persone “sul mercato” in un dato momento in un’area specifica (Casilli, 2018). Chiaramente le conseguenze sociali, economiche e politiche di questo nuovo meccanismo di accumulazione sono ancora difficili da decifrare, e in questo contesto le implicazioni geografiche e urbane sono ancora meno esplorate.

Due tipologie differenti di piattaforme digitali: A) La geografia di twitter B) Il magneitsmo di Airbnb

A) La geografia di Twitter

Le informazioni condivise su Twitter possono “modellare” il modo in cui le persone comprendono la società, l’economia, la politica ecc.; e anche se non siamo d’accordo sul fatto che viviamo in un mondo sempre più mediato digitalmente, possiamo perlomeno considerare che, come nella carta qui di seguito, quella conoscenza ha distinte geografie. L’informazione d’altronde ha sempre avuto una propria geografia. Viene da qualche parte; si evolve e si trasforma da qualche altra; è mediata da reti, infrastrutture e tecnologie: tutte presenti in luoghi fisici e materiali. Allora queste geografie di informazioni sui luoghi sono importanti perché plasmano il modo in cui siamo in grado di trovare e comprendere diverse parti del mondo. (Graham, 2015.) Possiamo interrogarci sulle motivazioni di tale distribuzione spaziale, analizzare il modello di business, le potenzialità che la piattaforma offre agli utenti, quelle per le istituzioni e così via. Queste ultime sono certamente enormi ma andrebbero sempre rapportate agli impatti più difficili da misurare e, in entrambi i casi, agli spazi ibridi dai/nei quali tali impatti si realizzano.

Figura 2. La geografia di Twitter (2017). Un campione di 2.5 milioni di tweet raccolti e pubblicati su Twitter nell’arco di 48 ore nell’ottobre 2016.

B) Il magnetismo di Airbnb

Tra le diverse piattaforme digitali che compongono questo ecosistema emergente mediato digitalmente c’è ne una che, a differenza di Twitter, influisce particolarmente sulla sfera sociale ed economica degli utenti e produce cambiamenti nella struttura dello spazio fisico in cui opera: Airbnb.

Sintesi perfetta delle tendenze economiche dell’ultimo decennio – sharing economy e capitalismo delle piattaforme – Airbnb da un lato incoraggia gli utenti a mettere a valore beni totalmente o parzialmente inutilizzati, dall’altro ricava il proprio profitto dall’“effetto rete” e dall’intermediazione tra i partecipanti. Il dibattito attorno ad Airbnb è immenso, ma ciò che è interessante qui è mettere in luce le geografie delle diseguaglianze socio-economiche amplificate talvolta nella città ibrida.

Le carte qui di seguito, ad esempio, mostrano un breve aggiornamento sulla distribuzione spaziale della piattaforma Airbnb nella città di Firenze. Se un fenomeno di airification era già emerso nella ricerca The airification of cities (Picascia, Romano, Teobaldi, 2017), è ancora più evidente il magnetismo del fenomeno nel centro storico fiorentino per quel che riguarda tanto l’offerta (1) quanto la domanda (2) di short-term accomodation. È una gravitazione quasi banale se la colleghiamo al fenomeno turistico nella sua accezione più ampia, però offre alcuni spunti di riflessione più profondi se guardiamo invece al di là dell’indotto dei flussi turistici e ci muoviamo lungo l’asset del planning urbano.

Negli ultimi 3 anni il numero di Airbnb in città è più che raddoppiato e la maggior parte di essi (65%) si concentra nel centro storico. Se nel 2016 la porzione di patrimonio immobiliare del centro storico (interi appartamenti) dedito allo short-term raggiungeva il 18% del totale, oggi circa 1 appartamento su 4 (24.8%) viene offerto sulla piattaforma digitale (fig.4).

Figura 3. Distribuzione spaziale dell’offerta (1) e della domanda (2) di “appartamenti interi” su Airbnb nella città di Firenze (2018).

Figura 4. Percentuale di patrimonio immobiliare residenziale del centro storico offerto sulla piattaforma (anni vari).

Che fare? Inseguo la tecnologia, tanto prima o poi l’acchiappo

Nel corso della storia, le città sono sempre state modellate da processi di urbanizzazione e ri-urbanizzazione, e anche da fasi di distruzione creativa che hanno dato origine a ristrutturazioni spaziali, sociali, culturali e così via. In Le droit à la ville (1976) Lefebvre afferma che il tessuto urbano è strettamente connesso con la società urbana e costruito secondo le regole che la società stessa pone.

Alcuni anni dopo, secondo David Harvey, il diritto alla città è il diritto di cambiare e reinventare la città in conformità con i nostri bisogni. Perciò rivendicare il diritto alla città significa rivendicare una forma di potere decisionale sui processi di urbanizzazione e il modo in cui le nostre città sono costruite e ricostruite.

Per Mitchell (City of bits, 1996) la sintassi spaziale delle informazioni in rete ha rivelato una nuova spazialità: la digitalizzazione diffusa degli spazi urbani materiali ha sottolineato la necessità di “immaginare e creare ambienti mediati digitalmente per il tipo di vita che vogliamo condurre e il tipo di comunità che vogliamo avere.”
Sappiamo che le tecnologie digitali, le macchine e le informazioni hanno ridefinito la vita urbana nel ventunesimo secolo. Lavoro, tempo libero, consumo e produzione: quasi tutto e ogni luogo è ora specchiato, rappresentato, mediato o condiviso online. Le nostre città di fatto non sono solo fatte di malta e mattoni ma sono ora digitali e materiali insieme. In questo contesto la lotta per i diritti più ugualitari verso la città deve andare oltre l’unico focus sugli spazi materiali e spostarsi nel regno del digitale (Shaw J., Graham M., 2017).

In questo contesto le città della nostra parte di mondo sembrano essere governate sempre più secondo l’ideologia dell’algoritmo, incline a “datificare” ogni sorta di processo sociale, ma la dotazione di conoscenza strategica che di questa automazione è sia input che output si concentra in fondo nella mani di pochissimi. Allora, per poter prendere parte alle trasformazioni in atto invece di essere costretti a subirle, diventa necessario rivendicare un diritto digitale alla città attraverso il linguaggio essenziale dell’apertura e della diffusione della conoscenza.

La vera sfida è allora quella della governance del digitale. Non basta inseguire la tecnologia come afferma Floridi: bisogna in qualche modo governarla. Ciò significa non affidarsi esclusivamente alla strategia del quick fix ex-post ma provare a pianificare strategicamente. Airbnb si sta diffondendo troppo? Ok, lo chiudiamo, avranno pensato a Palma de Mallorca!
Certo, è una semplificazione grossolana, solo per dire che la risposta non si può cercare nella chiusura alla rivoluzione digitale e ai satelliti che le gravitano attorno.
Tutt’altro. Però diventa fondamentale riconoscere la crescente pervasività di questi nuovi meccanismi di accumulazione che evidentemente, come nel caso di Airbnb a Firenze, impattano da qualche parte e non altrove. Ed è questo pensiero che dobbiamo arricchire di geografia e pianificazione strategica tra utopia e consapevole fierezza, come chi riconosce che in fondo everything happens somewhere nel nostro ecosistema ibrido.

Le città sono sia digitali che materiali, per cui è in questo contesto fluido che, in assenza di pianificazione strategica, la possibilità di ritrovarsi tra i protagonisti inconsapevoli di un episodio Black Mirror diviene sempre più grottescamente plausibile.

Bibliografia

Capineri C., Picascia S., Romano A.,(2018). L’airificazione delle città. Airbnb e la produzione di ineguaglianza, CheFare. https://www.che-fare.com/lairificazione-delle-citta/

Celata F.,(2018). Il capitalismo delle piattaforme e le nuove logiche di mercificazione dei luoghi (forthcoming).

Casilli A., Posada J. (2018) The Platformization of Labor and Society.

Harvey, D. (2003). The right to the city. International journal of urban and regional research, 27(4), 939-941.

Lefebvre, H. (1968). Le droit à la ville (Vol. 3). Anthropos: Paris.

Mitchell, William. (1996) City of Bits: Place, Space and the Info-Bahn (Cambridge, MA: MIT Press, 1996).

Floridi, L. (2014). The fourth revolution: How the infosphere is reshaping human reality. OUP Oxford.

Graham, M. (2015). Information Geographies and Geographies of Information. New Geographies 7. 159-
166.

O’really, T. (2009). Design Patterns and Business Models for the Next Generation of Software. URL:
http://oreilly. com/web2/archive/what-is-web-20. html (01.12. 2013.), 13.

Picascia S., Romano A., Teobaldi M., (2017).The airification of cities: making sense of the impact of peer to peer short term letting on urban functions and economy, Proceedings of the Annual Congress of the Association of European Schools of Planning, AESOP2017, July 2017, Lisbon.

Srnicek, N. (2017). Platform capitalism. John Wiley & Sons. (https://www.amazon.it/Capitalismo-digitale- Google-Facebook-economia/dp/886105272X/ref=sr_1_3?ie=UTF8&qid=1542467970&sr=8- 3&keywords=srnicek)

 

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