Il gigantesco romanzo corale che stiamo scrivendo tutti

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«L’attesa di tornare al mare». «Tosare il cane». «Farsi da soli un sorriso allo specchio». «Chiedersi se un giorno riusciremo a capire». C’è una specie di gigantesco romanzo corale che stiamo scrivendo tutti, un’autobiografia della nazione – o forse del pianeta – che si sveglia negli anni Venti e dentro un incubo. Un referto dei suoi umori, desideri, contraddizioni, articolato come per nessun altro evento traumatico della storia è dato trovare.

Quando riuscì a spedire una lettera al suo amico e collega Burt, un medico assegnato alla base militare di Camp Devens in Massachusetts – voleva raccontargli uno spettacolo orrendo, diverso da qualunque cosa mai vista in guerra – aggiunse che non poteva promettere di scrivergli ancora. Questa lettera è già un miracolo. Era cent’anni fa, era una febbre detta spagnola, e raccontarla era difficile: «È una nuova infezione, ma cosa sia non lo so», scrive in fretta, interrompendosi una dozzina di volte. Angosciato, stordito.

La storia orale non è più un dopo, oggi la fissiamo via via con una mole impressionante di dettagli

Lo spazio del racconto è stato a lungo sfasato rispetto agli eventi: bisognava, dopo una catastrofe, stanare i reduci; attendere che le parole morte in bocca, lentamente, tornassero vive. La “storia orale” non è più un dopo che si imprime nei magnetofoni, né un vecchio diario ritrovato per caso in un cassetto: contribuiamo, più o meno consapevolmente, e con una mole impressionante di dettagli, a costruirla, a fissarla via via.

Un mosaico che dà conto, ora per ora, di ciò che a distanza lo storico può ricostruire a spanne, e lo scrittore solo immaginare: l’umore di una collettività. Nella sua mutevolezza: il vicino di casa che, fino a qualche giorno fa, sfidava ancora le finestre chiuse attorno, spalancando le proprie e accendendo lo stereo, adesso si è arreso. E lo scrive. Mentre altrove c’è chi le tiene aperte – a Manhattan, o a Madrid, per applaudire, per cantare: ancora per quanto? La curva dei contagi e quella dello stato d’animo è ormai prevedibile statisticamente.

Potremo ricostruire con esattezza ogni singolo passaggio emotivo di questo evento che mette alla prova l’umanità del ventunesimo secolo: l’indifferenza, la curiosità, la certezza di essere difesi dalla distanza geografica, l’incertezza, l’ansia, e poi la paura, le paure, a un tratto riassorbite, poi improvvisamente inscalfibili. La perplessa curiosità dei primi giorni di quarantena, lo slancio dei flash mob, come una commozione allegra, “social” dal vero; l’ironia, il sarcasmo, che in quest’epoca arretrano di rado. E poi? Il cuore stretto. Il disagio.

La sensazione di non stare bene, non più – e tuttavia non così male come chi sta male davvero. La vergogna nel pronunciare questo malessere. O viceversa, la baldanza nell’esibire certezze, e desideri. D’altra parte siamo, per ora, i “salvati”. Dei sommersi non è facile nemmeno mettere in sequenza le storie, come pure sarebbe giusto, e pietoso. Il silenzio rotto solo dalle sirene delle ambulanze: chi potrà raccontarlo? («Perché sono morti? Io non saprei cosa rispondere. Non adesso almeno. Né mi pare che gli altri lo sappiano», Pavese).

Potremo ricostruire con esattezza ogni singolo passaggio emotivo di questo evento

E intanto, i nostri discorsi. «Il governo sbaglia». «Lo Stato ci nasconde». «Dobbiamo cambiare le nostre vite, ci farà bene». «No, io rivoglio la mia vita di prima! Gli aperitivi, le uscite con gli amici». Come nei veri romanzi, nessuno ha ragione per intero, nessuno ha completamente torto. Ma c’è qualcuno che ascolta?

«Che tutti noi che blateriamo sui social ci si renda conto dell’inutilità del nostro pensiero rispetto a ciò che stiamo vivendo», ha scritto Natalia Aspesi su “Repubblica” del 2 aprile. Forse meno inutile se all’opinione si preferisse per una volta qualcosa di più umile: la testimonianza. Che ci metterebbe un po’ tutti sullo stesso piano di fronte all’inusitato – “fonti” vive di una storia orale che si fa ora per ora: a patto di essere, quasi in sincrono, i portatori della testimonianza e insieme quelli capaci – come fosse passato un secolo – di ascoltarla. Non è forse “condividere” il verbo fondante dei social? E tuttavia non è strano che, per farlo davvero, occorra scavare in quello spazio uno spazio diverso.

Questo è il caso, per esempio, di un’iniziativa lanciata da Francesca Cavallo, coautrice del bestseller internazionale Storie della buonanotte per bambine ribelli, “Diari della quarantena”. Un gruppo Facebook, ovvero una piazza un po’ meno affollata: un cortile, una stanza a cui si accede bussando. Una ragazza che si chiama Elena, quindici anni, dice che ogni tanto chiude gli occhi e immagina quando torneremo ad abbracciarci. Non sarà un abbraccio normale. Qualcuno fa una domanda, la più semplice: che cosa avete fatto oggi? Giulia risponde: mi sono accorta, in questi giorni, di avere nascosto la paura dietro un milione di cose da fare. Maria Pia racconta che si è dedicata con il figlio piccolo a preparare biglietti pasquali da lasciare nelle cassette delle lettere dei vicini.

«Credo – mi ha spiegato la scrittrice – che essere incoraggiati a tenere un diario aiuti a essere più consapevoli di ciò che sta accadendo fuori e dentro di noi. In più, leggere le pagine di diario altrui aiuta a vedere le cose anche dalla prospettiva degli altri. E questo è fondamentale per mantenere la coesione sociale».

Perfino più fragile se corriamo verso il “dopo” presumendo di poterci riprendere «la nostra vita» come in una corsa scomposta e sgomitante verso lo scaffale di un supermercato. Non è questione di uscire migliori dalla crisi (non lo saremo! Difficile che lo siano i boomer; forse figli e nipoti, forse gli adolescenti, come ha scritto Eliane Brum su “El País”), né di pensare di imparare qualcosa da un virus, che non intende insegnarci alcunché, o di rinunciare a quel che eravamo. Ma di metterlo in discussione forse sì; e se la compassione è una qualità dell’immaginazione potremmo lavorare, approfittando del tempo in esubero, proprio su questo. Immaginare di più, più a fondo. Sì, va bene, d’accordo, ti riprendi la tua vita, e d’altra parte ti piaceva. Intanto, però: guarda questa vita, e quest’altra, che forse non avevi mai davvero visto. Offri la tua testimonianza, e subito dopo ascolta questa: la paura è la stessa, non i mezzi per affrontarla.

«Dipende solo da cosa volete prendere in considerazione», diceva David Foster Wallace

L’anziano in una casa di riposo che si chiama “Come d’incanto” in cui sono morti 62 ospiti su 150. L’addetto del supermercato che si sfoga e urla: «C’è gente che fa sei euro di spesa!». Il fattorino che ti ha appena recapitato un pacco. Uno studente in difficoltà nel miliardo e mezzo di ragazze e ragazzi che in questo momento, nel mondo, non stanno andando a scuola. L’insegnante che si fa in quattro, fra casa, figli, scuola a distanza e gli occhi dei genitori che giudicano. Il parente di una persona che per quasi tutti è solo un numero e che non avrà il suo funerale.

«Dipende solo da cosa volete prendere in considerazione», diceva lo scrittore David Foster Wallace quindici anni fa a una platea di laureandi. Stamattina glielo direbbe su Skype, o su Zoom: con la stessa intensità. Se siete automaticamente certi di cosa sia la realtà e chi e che cosa siano davvero importanti – se volete operare in una modalità predefinita – rischiate di trascurare molte cose. Se invece avrete imparato a prestare attenzione, avrete davvero la facoltà di affrontare una situazione «caotica, chiassosa, lenta» trovandola «non solo significativa, ma sacra». «E l’unica cosa Vera con la v maiuscola è che riuscirete a decidere come cercare di vederla».

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