Per Giulio Giorello, ‘la ricerca, come l’avventura, non ha fine’

Un mio amico che nella vita ha letto e ama leggere solo Topolino perché secondo lui parla di tutto ciò che di interessante ci sia nel mondo, alcuni anni fa mi disse che stava leggendo in quei giorni con grande soddisfazione il libro di un filosofo. Abbastanza meravigliato e incuriosito dalla novità chiesi chi fosse l’autore e quale fosse il soggetto del libro, e lui senza rispondere — sorridendo felino — prontamente tirò fuori dalla tasca un librino azzurrognolo di Guanda. Si intitolava La filosofia di Topolino.

“Dovresti leggerlo”, disse. “Ti farebbe bene”, aggiunse. Lo sfogliai per qualche secondo poi glielo restituì e la conversazione finì lì. Mi alzai e me ne andai. Non ricordo molto altro, solo che quel libro mi infastidì. Una sensazione che rimase per giorni. Forse non fu il libro in sé ma quello che per me allora rappresentava, una certa piega che stava prendendo la filosofia e con essa l’insegnamento universitario; gli studenti che si trasformavano in clienti e in consumatori di un prodotto, l’università che dovrebbe essere luogo di trasmissione di sapere e di emancipazione personale — che sono condizioni per creare una democrazia compiuta — cambiare in una azienda che ha per obiettivo un profitto con lo scopo di attrarre giovani clienti.

Erano anni in cui il modello della knowledge economy stava prendendo il sopravvento nell’amministrazione delle università europee. Per me quel libro con un Topolino dubbioso in copertina scritto da un celebre filosofo della scienza allora rappresentava tutto questo, per un’associazione di idee tanto rapida quanto stupida e sbagliata.

L’insegnamento di Giorello non era fatto solo di trasmissione dei fondamenti del pensiero scientifico

Solo anni dopo capì che avrei dovuto seguire il consiglio del mio amico. Aveva ragione lui, mi avrebbe fatto bene allora leggere quel libro. Lo lessi poi. Mi accorsi di quanto lo sforzo di Giulio Giorello, il suo autore, andasse esattamente nella direzione opposta a quella che io mi ero rappresentato: era un’esaltazione della conoscenza libera e anarchica, dell’eterno dubitare, del trasmettere l’idea che questo archetipo dell’eroe contemporaneo, di questo ribelle, questa “sorta di Ulisse del nostro tempo”, ci ricordava cosa fosse la filosofia “quando accetta di discutere persino se stessa e di mettersi in gioco nel confronto con i fatti della vita”.

Ritrovai in questo libro in fondo l’insegnamento di Giorello che non era fatto solo di trasmissione dei fondamenti del pensiero scientifico (filosofo e matematico di formazione) ma si articolava sull’idea più vasta che ricercare, indagare, dubitare significano offrire “un modo di capire la realtà sotto ogni cielo”. Forse questo resta oggi il tratto più saliente del suo lavoro, non tanto gli studi specialistici ma questa ampiezza di sguardo che so essere stata molto amata dai suoi studenti.

Conoscevo Giorello solo per i suoi lavori di storia della scienza, (Saggi di storia della matematica, 1974; La filosofia della scienza nel XX secolo (con D. Gillies), 1995) e per il suo primo libro Lo spettro e il libertino. Teologia, matematica, libero pensiero (1985) che fu al centro di un’accesa polemica (si veda la recensione critica di Massimo Mugnai su Belfagor, 41, 6, 1986, 697-705).

Ne seguirono molti altri, spaziando tra la scienza, l’etica e la cultura popolare. È forse questo il tratto migliore e più interessante di Giorello, il suo interesse per la relazione tra scienza e società dove si intrecciano scelte politiche, dilemmi etici e credenze religiose, che si riflette nella bella collana “Scienza e idee”, da lui diretta per Raffaello Cortina Editore.

Nato pochi giorni dopo la fine in Italia della Seconda Guerra Mondiale, Giorello si laurea in filosofia all’Università degli Studi di Milano nel 1968 sotto la guida di uno dei più importanti filosofi della scienza, Ludovico Geymonat (1908-1991). Tre anni più tardi si laurea in matematica e nel 1978 a soli trentatré anni succede al suo maestro sedendo su una delle cattedre più prestigiose di filosofia della scienza in Italia. Insegnò a Milano fino alla sua scomparsa avvenuta per Coronavirus il 15 giugno 2020. Colpiscono le date importanti che scandiscono la vita di Giorello e che in certa misura rappresentano allo stesso tempo momenti decisivi della storia del nostro paese. E forse il passaggio più significativo è rappresentato proprio dalla successione Geymonat – Giorello alla Statale di Milano nel ’78.

Geymonat era riuscito a riannodare il legame tra la scienza e la filosofia che l’idealismo italiano aveva reciso, sviluppando questo legame nel solco di quella tradizione culturale marxista che vedeva camminare fianco a fianco comunismo e pensiero scientifico.

Giorello inaugurò a sinistra una visione più liberale del pensiero scientifico

Questa tradizione subì un colpo con la stagione critica del ’68 e il problema della libertà di conoscenza in paesi non democratici come l’URSS. Se Geymonat continuò a difendere la relazione fra scienza e comunismo secondo un modello di sinistra fondata sul marxismo scientifico, Giorello inaugurò a sinistra una visione più liberale del pensiero scientifico che poneva al centro dello sviluppo scientifico non il conflitto dialettico tra teorie ma la libertà individuale dello scienziato; una scienza più vicina a John Stuart Mill e Thomas Jefferson che a Marx e Engels.

La distanza tra maestro e allievo (si veda il volume Le ragioni della scienza, 1986) non rifletteva solo la fine dell’idea che il movimento marxista potesse rappresentare la sola forza storica in grado di realizzare la giustizia sociale; era il segno di un cambiamento epocale nella nostra cultura che vedrà sorgere nuovi valori liberali progressisti, prima in quella Milano dove Giorello era divenuto professore e poi nel resto del Paese.

Incrociando nella sua vita fumetti e storia del pensiero matematico, Giorello è stato uno dei primi filosofi in Italia a rivalutare la cultura pop come occasione di riflessione filosofica, proprio perché la realtà si manifesta sotto cieli diversi e noi abbiamo sempre assieme al piacere anche il compito di capirla.

Riprendo in mano oggi La filosofia di Topolino aprendo a caso il libro e trovo una vecchia sottolineatura a matita su una pagina che credo riassuma quella voglia nella filosofia di Giorello di attraversare i confini imposti: “la ricerca, come l’avventura, non ha fine”.