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26 luglio 2018

Dire tutto, ma senza senso. I social e il problema del significato

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George Steiner apre così la seconda parte di Vere presenze: “Tutto può essere detto, e di conseguenza scritto, a proposito di tutto. Ci soffermiamo appena per notare o accettare questo luogo comune, ma esso rivela un’enigmatica mostruosità.”

Il saggio fu pubblicato nel 1989, quasi trent’anni fa; i social media erano ancora di là da venire. Oggi la frase di Steiner risveglia una sensazione nota: per quanto enigmatico o mostruoso possa essere, il commento continuo su qualsiasi cosa da parte di chiunque è diventato una routine della nostra vita.

Possiamo partire da qui per discutere la quinta delle Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social, il nuovo libro di Jaron Lanier: ovvero, “I social media tolgono significato a quello che dici”. E in effetti, il problema del significato — in senso molto largo — di quanto viene scritto online è davvero rilevante. Lanier parte con un’osservazione azzeccata: “Online spesso abbiamo solo una minima capacità, o nessuna, di conoscere o influenzare il contesto in cui sarà interpretata la nostra frase.”

Non solo siamo sottoposti a un flusso potenzialmente infinito di opinioni: esse sono anche inserite in uno spazio fuori dal nostro controllo. Non abbiamo molte categorie per orientarci nella marea di contenuti del feed: ironia e serietà, menzogna e verità, sono mescolate senza criterio.

Secondo Lanier è una caratteristica delle piattaforme da lui chiamate FREGATURA (acronimo per “Fornire ai Re dell’Economia Globale Annunci che Trasformano gli Utenti Ridotti in Algoritmi”). Aziende come Facebook, Twitter e Instagram sfruttano i dati e il potenziale sociale dei propri utenti per profilare meglio gli annunci pubblicitari: e fin qui nulla di particolarmente nuovo. Ma per Lanier l’elemento economico e quello comportamentale si saldano alla perfezione: “le regole del gioco della FREGATURA prevedono che tu non conosca il contesto in cui comunichi qualcosa e non possa sapere per certo come questa cosa sarà presentata agli altri.”

L’opacità del significato è dunque una scelta deliberata per favorire determinati contenuti rispetto ad altri — e per estensione, determinate forme di interazione: su tutte l’aggressione verbale. La conclusione è amara: “Quando il contesto si arrende alla piattaforma, la comunicazione e la cultura diventano insignificanti, superficiali e prevedibili. Devi proprio uscire di testa per arrivare a dire qualcosa che sopravviva anche solo brevemente in un contesto imprevedibile. Solo gli stronzi possono riuscirci.”

Difficile dar torto a Lanier su questo punto: e tuttavia, qui intravediamo anche un difetto del libro — una catena causale dagli anelli molto stretti, in cui le azioni del singolo dipendono moltissimo dal design della piattaforma. Ma nonostante le innegabili influenze del mezzo su cui ci muoviamo, è pericoloso appiattire le conversazioni digitali sopra un’unica dimensione di chiacchiera infinita, il cui unico fine è quello di arricchire aziende. Penso a frasi come questa: “Parlare sui social media in pratica non è parlare. Quello che dici viene inserito in un contesto dopo che tu l’hai detto, per gli scopi e il profitto di qualcun altro.” Un po’ tranchant: la verità, la forza o la bellezza di una frase non vengono svilite dai secondi fini del luogo in cui sono collocate — o almeno non del tutto.

Invece, le osservazioni migliori di Lanier sul problema del significato coinvolgono il giornalismo. Le piattaforme FREGATURA sono ossessionate dalle news, ne hanno bisogno per tenere alta l’attenzione; e tuttavia il livello del giornalismo è spesso molto basso e schiavo del numero di click: ma, osserva l’autore, “dare troppa importanza ai feedback immediati all’interno di un ambiente online dai confini artificiali ha conseguenze ridicole.”

E questo, aggiungo, non vale solo per i giornalisti. In luoghi dove tutti siamo chiamati a esprimerci (chiamati in senso proprio: Che c’è di nuovo?), farlo pensando alle conseguenze nel brevissimo termine è deleterio per garantire una possibilità autentica di critica e discussione. Possiamo ottenere tutti gli applausi digitali che vogliamo in un dato istante, ma la lotta per il significato profondo — per elaborare qualcosa che duri, che abbia lungimiranza e spessore — è cosa ben diversa.

Ora, la soluzione di Lanier è semplicissima: chiudere gli account FREGATURA. Smettere di fornire dati alle grandi aziende digitali, smettere di farsi inquadrare, di ricevere alert basati su un algoritmo, di discutere in modi che alla lunga premiano soltanto gli stronzi.

Non discuto della fattibilità della proposta; ognuno la valuti liberamente. In conclusione, mi limito a osservare che le tesi di Lanier sono apprezzabili ma anche strutturate in maniera spesso sbrigativa e superficiale, con riferimenti di psicologia fermi al comportamentismo: il che sembra quasi azzerare la complessità delle interazioni sociali online, riducendo gli utenti a una massa un po’ inerte. Infine, lo stile del libro — e non solo della quinta parte — è talvolta poco rigoroso nella concatenazione di argomenti; sembra quasi uno sfogo. Ne riconosco l’urgenza, ma un intellettuale dovrebbe fare di più.


Attorno alle Dieci ragioni di Jaron Lanier gli interventi di Francesca Coin (qui) e Christian Raimo (qui)

Immagine di copertina: ph. Alexander Andrews da Unsplash

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