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14 Febbraio 2018

Ritorno al presente, oltre il rimpianto del passato

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The past is a foreign country: they do things differently there, così inizia Messaggero d’amore il romanzo romantico di Leslie Poles Hartley; inizia con una dichiarazione di poetica sostanziale, il passato è un paese straniero. Questa frase è probabilmente più famosa ed essenziale dello stesso romanzo che la contiene e più volte è stata ripresa proprio per la sua capacità di sintetizzare il sentimento della nostalgia capace di contenere e rivelare due ulteriori quanto angusti sentimenti, quello del risentimento e quello a tratti meno indagato del rimpianto.

Ormai è diventato quasi ovvio definire la nostra epoca o meglio la nostra società come quella del risentimento, un sentimento che è visibile quasi in ogni momento della nostra quotidianità. Dalla mattina fino alla sera il risentimento accompagna i gesti di una comunità sotto pressione continua, qualcuno prima o poi esplode, magari semplicemente per un autobus perso o per un lavoro andato male o per un parcheggio introvabile: la banalità chiude il Novecento, il risentimento la accompagna nel nuovo secolo.

Tuttavia il risentimento sembra indagare un movimento ancora sociale, diffuso e comune, ma se è nel gesto individuale che si palesa è nell’origine dell’individuo che si perde, che resta sostanzialmente una visione di superficie. Il risentimento è detto – semplificando – quel movimento che rende palese l’impossibilità, l’inapplicabilità di un desiderio, ma è nell’origine di quel desiderio che ad oggi è urgente indagare tanto più se si pretende o si ritiene essenziale innovare culturalmente una società ridotta ad un cumulo di macerie sentimentali.

In tal senso risulta dunque più affascinante perlustrare il rimpianto che solo all’apparenza pare un sentimento più gentile, ma che in realtà contiene in quella sua vaga eleganza nostalgica la durezza spigolosa di una falsità evidente data sempre per vera. Il rimpianto contiene l’atroce scambio della possibilità in speranza e trasforma ogni forma di critica e di analisi in uno sguardo rivolto al passato.

Il problema – oltre alla noia per uno sguardo rivolto al passato, ma questo è solo una questione di gusti – è che, come ben sapeva il buon Hartley il passato non esiste o meglio è un oggetto sconosciuto all’uso, almeno quanto il futuro. Il passato non esiste eppure il passato invade ogni nostro pensiero come già ha sintetizzato in Retromania, Simon Reynolds.

Tuttavia anche in questo caso il pur brillante Reynolds sembra scontare un’analisi giustamente circoscritta, ma banalmente troppo accomodante perché se l’uso del passato culturalmente parlando è individuato con precisione e acutezza, cosa sia il passato, salvo l’uso della pecetta – che tutto risolve – della nostalgia, non viene per nulla indagato dall’autore.

Il punto dunque non è tanto stabilire per quanto prevarrà l’ossessione del passato, ma di che cosa è composto quel passato fatto di tutte le speranze perdute, di un’infinito rimpianto che non è altro che la riserva aurea di un risentimento che da questo punto di vista è pure tutto sommato ancora parecchio circoscritto.

Non potendo più promettere un futuro radioso ci si è così inventati un passato possibile dentro al quale ogni forma di difficoltà, angoscia e paura trovava conforto e riparo. Ovviamente non era così, ovviamente la Storia ci direbbe ben altro, ma il sentimento di quella Storia è andato terribilmente perduto con la scomparsa di un’idea forte di comunità coesa e al tempo stesso aperta.

Quello che ad oggi resta sono così le storie singole di ognuno in cui il protagonista si fonde con l’autore, in cui l’autobiografia diventa romanzo perché se Emmanuel Carrère è uno dei più acclamati e importanti scrittori contemporanei non è nessuno di fronte all’autorevolezza autoriale di un qualsiasi uomo contemporaneo alle prese con la propria storia e con il suo stesso racconto.

L’individualismo becero di questi anni sembra così aver prodotto dopo una parentesi discutibile e tutto sommato breve (oltre che imbarazzante) di liberismo individualista, una forma di individuo totalmente sguarnito degli elementi base per una convivenza civile: dalla religione alla politica.

Resta così una sorta di sentimentalismo cialtrone e insieme straccione utile per una barricata continua in cui la logica deve forzatamente piegarsi ad una fattualità che slitta nel passato occultando la sua sostanza di reale fatalismo da tarocchi.

Dove dunque deve incidere un tentativo di innovazione culturale? Chiaramente l’unico spazio consentito è quello del contemporaneo e più volte su cheFare lo abbiamo ribadito, ma esiste anche uno spazio per certi versi etico che rifugge con forza prima ancora che dal risentimento, proprio dal rimpianto ossia da quella marmellata grumosa fatta di nostalgia, speranza e romanticismo d’accatto che non cerca cambiamento, ma solo giustificazione o in alternativa il mantenimento di una solida posizione di rendita e di potere.

L’innovazione culturale deve avere il coraggio di scandagliare il passato con la sicurezza del proprio presente; non si tratta né del circo barnum né dell’invasione dei barbari, si tratta invece di assumere la consapevolezza e il ruolo, la responsabilità e la difficoltà che comporta fare del proprio tempo una forma di appartenenza e non di triste e addormentata permanenza come quella di spettatori di eventi che accadono sempre a nostra discolpa e a nostra insaputa.

È necessario dunque recuperare uno campo comune, riprendere le tracce di un percorso che non può essere lasciato in mano alle sensazioni singole e individuali. È necessario fare terreno comune e sfruttare quegli ambiti anche deleteri – come lo è il precariato diffuso – come occasioni di riconoscimento comune perché – pur fra tutte le differenze possibili – cosa distingua oggi un redattore editoriale da un fattorino di Foodora è difficile dirlo.

Questo movimento è anche però culturale, qualcosa che appartiene al luogo in cui si vive e ai posti che si frequentano ed è anche per questo che cheFare affronta sulle sue pagine temi all’apparenza lontani come la rigenerazione urbana e il lavoro, l’attivazione di quartiere e l’economia della condivisione. Tutti elementi, tutte pratiche che necessitano di grande attenzione e cura, ma che hanno un comune denominatore che non va mai perso di vista, il tempo contemporaneo, l’adesso necessario e obbligatorio.

Non si tratta di conquistare diritti o terreno, ma di recuperare uno spazio che è un ruolo ed è un senso. Si tratta in sostanza restituire fiato al contenuto e alla densità non retorica dei nostri discorsi: solo intervenendo sul contenuto è possibile recuperare la logica e trasformare il tempo in senso.

La sfida in realtà non è data e non esiste perché è preceduta da una necessità di sopravvivenza. Non c’è nulla da vincere e non c’è nulla per l’appunto da conquistare, ma c’è la profondità del gesto da recuperare, il bisogno vitale di un senso che non sia quello dell’ego del commesso viaggiatore petulante e morente di Arthur Miller, i giusti rimpianti non esistono, le possibilità sì, anche all’ultimo giorno di scuola.


Immagine di copertina: ph. Oziel Gómez da Unsplash

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