Apocalisse con figure? Uno scrittore al servizio dell’intelligenza artificiale

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    Do you trust this computer? è un documentario di Chris Payne, datato 2018, capace di sviluppare una fenomenologia assai completa del fenomeno “intelligenza artificiale forte”, attraverso interviste notevoli ai massimi esperti del campo, da Stuart Russell di Berkeley a Andrew Ng di Deep Mind , passando per Sean Gourley, Hiroshi Ishiguro, Ray Kurzweil, Elon Musk e molto prestigiosi molti altri. In pratica si tratta del gotha della A.I. internazionale, se si prescinde dal nome imprescindibile di Nick Bostrom, l’autore di Superintelligence (in Italia è stato recentemente pubblicato da Bollati Boringhieri), il quale nel documentario appare comunque nelle riprese di un evento dedicato ai Masters of the universe, tutti implicati nell’emersione dell’intelligenza e della coscienza macchiniche (mi si perdoni l’aggettivo, che utilizzo da anni, per molto tempo bersaglio di ironie da parte di miei colleghi scrittori).

    Questa élite A.I. è molto preoccupata, con l’ovvia eccezione del teorico della singolarità Kurzweil, in vista dell’avvento di un’intelligenza artificiale “forte” o comunque impiegata in modo esponenzialmente standard nella vita della specie. Prima che la A.I. divenisse un argomento di massa, che ha intruso le colonne di destra dei quotidiani on line, per spostarsi progressivamente sulla più larga colonna centrale, che era quella più seria e rigorosa, ma che nel frattempo non era più seria e rigorosa, in quanto le colonne di destra hanno progressivamente contagiato con il loro esotismo quella centrale – prima di allora si sono registrate storicamente cautele e preoccupazioni incipienti, rispetto alla possibile devastazione che il genere umano rischia nel momento in cui non può più prescindere dall’interfaccia nel rapporto con il mondo o, meglio, con i mondi.



    Tuttavia non è questo ciò che vorrei segnalare, a proposito del formidabile documentario di Payne, prodotto nonfiction che è già vetusto alla sua uscita, a efficace riprova che l’accelerazione si sottrae alla rappresentazione della medesima. Vorrei invece che chi lo guardasse, stimolato magari da questa segnalazione, appuntasse l’attenzione ai volti degli esperti. Osservate le fisionomie.

    Notate l’amimismo facciale. Intercettate l’immobilità delle fronti e la grottesca semplificazione delle espressioni emotive, tutte standardizzate. Fate un esercizio di lombrosianesimo 2.0. Trarrete la poco confortante impressione che, nel momento in cui ci si chiede se le macchine proveranno mai sentimenti e coscienza, l’umano è pronto ad accogliere gli algoritmi perdendo le competenze emotive e coscienziali e risultando esso stesso macchinico.

    È un dato che sfugge all’antropologia (al momento inesistente o latentizzata) che dovrebbe occuparsi di singolarità tecnologica, di contemporaneità occidentale (un occidente che è ubiquitario, non semplicemente geografico), di riduzione dell’esperienza alle tassonomie da big data. L’umano sembra irrigidirsi, alienarsi, disporsi all’ultracorporeo. Una fede nell’invisibile, un credo quia non absurdum, un agostinismo della proiezione digitale, un’irregimentazione nel regno semplificato di una binarietà assoluta. Il modello umano, che emerge dal trionfo finale della filosofia analitica e della teoria dell’informazione, non è altro che una versione irrigidita della macchina morbida, a cui il profetico testo di Burroughs ineriva ben prima dell’imporsi di questo riduzionismo totalizzante, per cui tutto è dati, processo di reti, markovismi e microtubuli a funzionamento quantistico. Non si tratta del successo irreversibile della protesi sull’organo, ma dell’imporsi monocratico di una visione del mondo che afferma non esserci né protesi né arto, poiché la natura delle due entità è comune ed è appunto informazione. Ciò avviene anzitutto in base al dispiegamente dell’intelligenza artificiale nel regno del piccolissimo. Il grande assente in Do you trust this computer? è proprio la nanotecnologia, poiché è soltanto nella convergenza tra A.I., nanotech e genetica, che si dà il brave new world su cui stiamo apprendendo ad aprire gli occhi.

    Sono a questo punto moltissimi, e moltissimo impegnativi, i quesiti che meriterebbero una riflessione analitica e creativa, impiegando menti umane disposte all’invenzione prima che al solving problem. Mi suona del resto coerente che uno scrittore e un filosofo come il sottoscritto, che si occupa da decenni di teorie e pratiche della coscienza, non venga convocato nei lab che si occupano di queste materie – quasi che si potesse fare a meno dell’umanismo integrale, prima di giungere alle pendici del fabuloso test di Turing. Tuttavia bisogna discutere, in un modo o nell’altro, dei temi a cui l’accesso tecnologico introduce vertiginosamente. Provo a elencare soltanto alcuni punti:

    La differenza tra coscienza e intelligenza, a partire dalle teorie e pratiche metafisiche, per giungere a sciogliere il nodo se gli algoritmi conducano a stati coscienziali o soltanto intelligenti, oppure se la conquista della coscienza possa avvenire soltanto attraverso l’ibridazione con l’organico organizzato in umano e animale e vegetale, oppure se possa esistere uno stato coscienziale alternativo a queste tre manifestazioni animate a cui eravamo usi da secoli (e non invece da sempre: demoni e dèi hanno parlato la coscienza per millenni, nella storia della nostra specie, e non erano né umani né animali né vegetali);

    Come sia possibile aprire spazi cosiddetti virtuali, che siano indipendenti dall’energia che viene fornita dall’esterno, in modo che, se anche un cataclisma colpisse il pianeta distruggendolo e impedendo la trasmissione di energia che sostanzia la virtualità in genere, quegli spazi virtuali non vengano meno, il che è un po’ più che abbattere teoricamente Gödel e il suo teorema;

    Che cosa sia politicamente il momento politico nei prossimi quarant’anni, che si giocherà all’insegna delle possibilità dell’accesso a qualunque tecnologia, materiale e psicologica e spirituale o, più comunemente, esistenziale;

    Che cosa identifichi l’àmbito economico, nel momento in cui l’economia trasla in bolle virtuali (già oggi è così, per gran parte, come ha dimostrato il flash crash inspiegabile che gli algoritmi hanno imposto al Dow Jones anche in questo 2018 – del resto gli algoritmi ormai producono il 66% degli scambi nelle borse mondiali) e in particolare cosa sia un’economia, che si è sempre eretta sul principio di realtà della limitatezza delle risorse, nel momento in cui le risorse sono illimitate, sia pur relativamente, in regimi virtuali;

    Se il futuro del denaro e dello scambio del medesimo sia il gioco (il “videogioco” Ingress, che gira su piattaforma Niantic ed è palesemente ispirato alla singolarità secondo Kurzweil, sviluppa un’economia che vale il prodotto interno lordo di un medio Stato africano);

    Il rapporto con la testualità, nel momento in cui emerge un testo che si fa da solo, quale è dopotutto il fenomeno A.I., e che per di più conduce, come esito constatabile sin da oggi, all’abolizione delle percezioni del testo, della canonizzazione, delle derive rispetto alla linearità, inducendo al superamento della catena di causa ed effetto, oltreché al trascendimento della pratica della memoria come leggibilità;

    Lo statuto della maternità esteriorizzata, extrauterina e distante dall’organismo femminile;

    La mutazione percettiva imposta dal progetto che porterà a realtà foglet (o “nebbia utile”: https://en.wikipedia.org/wiki/Utility_fog) reali o digitali e virtuali che siano;

    Lo stato di avanzamento degli studi sul postmortem, che si pongono come antagonisti all’idea di download coscienziale su supporti organici, inorganici o neorganici.

    Un tempo simili questioni risultavano inerenti ai saperi tradizionalmente umanistici, entro il cui perimetro si ponevano anche le discipline scientifiche. Quel canone è stato velocemente almanaccato quale una tassonomia tra moltissime. La disciplina, da cui provengo, ovvero la letteratura, si occupava precisamente di simili categorie, che per molto tempo furono dette: universali.

    L’altra disciplina da cui provengo, ovvero la filosofia, non smette di occuparsi di universali. Nel transito storico che nemmeno si annuncia, poiché già lo si sta esperendo, la questione del lavoro sganciato da valore e plusvalore è all’ordine del giorno e prepara, secondo alcuni istituti statistici nordamericani, un taglio di almeno un terzo del numero attuale di occupati, introducendo a un’epoca di turbolenze sociali di nuova specie, soprattutto in aree a forte urbanizzazione – e ciò non costituisce un universale. Universale è invece la questione di cosa sia la psiche, prima e dopo l’ingresso degli algoritmi, di cosa sia l’amore, di cosa sia la morte, la necessità, lo stato onirico, di cosa siano eventuali nuovi piani di dualità (ovvero la trimurti, costituita dalla triade soggetto-percezione-oggetto). Su questo fronte, la rimozione è inquietante, alle soglie del momento in cui si potrà dire che morire era antiquato.

    Attendo la chiamata da start-up e laboratori che si occupano di convergenza e di intelligenza artificiale – vale la pena che un neoumanista partecipi al movimento che sta traslando la nostra specie verso quello che per molti è l’inimmaginabile e per me l’immaginabilissimo.

    Note