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12 gennaio 2018

Il quartiere Adriano di Milano è il teatro di Civic Media Art, il progetto editoriale a cielo aperto guidato da Kevin van Braak che fa parte del programma Lacittàintorno di Fondazione Cariplo ed è a cura di cheFare, con il sostegno dell'Ambasciata e Consolato generale dei Paesi Bassi e di Mondriaan Fonds.

Gli altri nomi di Adriano

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Questa è una storia che ha che fare con il cosiddetto «potere della parola» (perdonate l’espressione abusata) e con l’atto creativo che si produce nel momento in cui decidiamo di dare un nome a un luogo. Il 10 giugno 2010 il Comune di Milano intitola una serie di strade a quattro attori di cinema e teatro: Marcello Mastroianni, Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman e Antonio De Curtis in arte «Totò». Via Gassman e via Tognazzi in quel momento scorrono intorno a una grande zolla interessata dalla presenza di diversi cantieri. Cinque anni più tardi l’area diventa un parco con panchine, vialetti e alberelli, intitolato all’«attrice e sostenitrice dei diritti civili Franca Rame».

Alla cerimonia è presente il marito di lei, Dario Fo, protetto da un colbacco nero e dalla sciarpa rosa che fu della moglie. Dalle foto, dove il cielo appare niveo e immobile, sembra un pomeriggio freddo di gennaio. In realtà siamo già a metà marzo. Quando Dario Fo col naso arrossato viene intervistato da una tv locale, il vento infido che sibila dentro il microfono ci dice non soltanto che la primavera è ancora lontana, ma che l’aria in quel luogo aperto e non ancora troppo edificato, come vedremo, circola libera come sopra a una steppa.

Le quattro strade e il parco si trovano in uno stesso reticolo di vie nel quartiere Adriano, tra Sesto San Giovanni e Crescenzago, a nord est della città. Un tempo in questa zona, collegata alla fine di via Padova con quello che gli automobilisti hanno ribattezzato «il tappo di piazza Costantino», sorgeva un enorme conglomerato di stecche e capannoni che insieme formavano lo stabilimento «N» della Magneti Marelli. Centinaia di operai e operaie in cambio di un salario si assegnavano ogni giorno alla routine e ai gesti sempre uguali dettati dalla linea di montaggio. Un vecchio modo di esistenza, che oggi potrebbe apparire incomprensibile e arcaico. Eppure qualcuno di quegli ex operai, o i loro figli e nipoti, magari vive ancora nelle tante palazzine sorte nel quartiere. Dopo lo smantellamento delle strutture e la bonifica dei terreni sono nati i tre edifici del residence «Aquitania», la torre «Dacia» e una fila di villette rimaste incompiute.

La vista della segnaletica con i nomi «Tognazzi» e «Gassman» procura in chi passa uno stupore effimero. Una sorta di effervescenza. Così come esiste un’interpretazione del destino umano che passa attraverso il nome, l’onomanzia, deve altrettanto esistere una «toponomanzia». L’effetto di stupore suscitato dalla segnaletica di Adriano, forse, non si deve solo al motivo che quelle figure sono a noi vicine, essendo la loro scomparsa compresa in un arco temporale che va dal 1967 (la morte di Totò) al 2013 (la scomparsa di Franca Rame), ma si deve anche all’estrema intimità che con quegli attori è intercorsa grazie ai vecchi strumenti della comunicazione di massa: la televisione, la stampa, il cinema, la radio.

Nel quartiere Adriano la cultura cinematografica popolare, nella fattispecie il mito della commedia all’italiana, ha ricevuto un riconoscimento burocratico e istituzionale. Si può tentare un’ipotesi: grazie a un atto di sciamanesimo municipale, il Comune di Milano ha evocato gli spiriti del cinema italiano degli anni ’60 e ’70, che hanno così ripopolato il vuoto di una landa post-industriale. Ma la questione, in realtà, è ancora più complessa.

Nel quartiere, infatti, sopravvivono tracce monumentali della sua vecchia anima industriale e operaia. Fino a poco tempo fa il cosiddetto «Matitone», come viene chiamato dalla gente di Adriano, svettava in uno spazio sgombro, dialogando a distanza con la verticale della torre piezometrica. Si tratta di due enormi strutture in cemento armato appartenute un tempo al complesso della Magneti Marelli. Il «Matitone» è un obelisco liscio e appuntito, che impressiona per la compattezza titanica. Veniva utilizzato come rifugio dagli operai durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale. La torre piezometrica è una struttura slanciata e fungiforme che termina in una sorta di piatto.

Al di là delle suggestioni «brutaliste» e fantascientifiche, la torre somiglia a un vecchio posacenere da pavimento anni ’50, ma ingrandito e riprodotto fuori scala. Se la possanza architettonica del «Matitone» oggi è neutralizzata dalla prossimità con gli edifici di una nuova Esselunga, di una nuova Oviesse e di un nuovo Unieuro, la torre piezometrica, invece, continua a elevarsi nel vuoto, a profilarsi contro l’arancione di tramonti solenni, circondata ai suoi piedi da un terreno non ancora edificato e oggi disseminato di cespugli e vegetazione spontanea.

La forma è quella di un oggetto di industrial design per la casa o l’ufficio, ma le dimensioni ingigantite ne fanno un totem o una sorta di spettacolare edificio sacro che soggioga lo sguardo e domina il paesaggio. E poi qua e là, come costruzioni minori in una più vasta valle dei templi, appaiono le coppie degli imponenti tralicci dell’elettrodotto, ancora in funzione, che un tempo trasportavano energia elettrica alla Magneti Marelli e alle altre fabbriche di Sesto.

Camminando nelle vicinanze delle zampe del traliccio, come sa bene chi conosce il quartiere, è possibile ascoltare nell’aria gli schiocchi dell’alta tensione. Non stupisce che la presenza di queste strutture, di cui sembra previsto l’interramento, sia la possibile causa dell’inquinamento da elettrosmog a lungo denunciato da molti cittadini. Eppure proprio in quest’area ex industriale, in una fascia di terreno gibboso dove ora si lavora a un ampliamento del giardino «Franca Rame», fino a un paio di anni fa un pastore portava al pascolo il suo gregge, che così spuntava tra cantieri e avanzi di campagna, come in una favola di Gianni Rodari.

adriano

ph. Valentina Sommariva

Questo paesaggio unico, «ultima Thule» milanese, dove non mancano orti e distese irregolari di verde incolto, oltre a convivere con una moltitudine di vernacoli architettonici -tra cui una serie di palazzine costruite tra gli anni 80 e 90-, si fonde oggi con una toponomastica che celebra la commedia all’italiana, grazie a una decisione amministrativa che, consapevole o meno, diffonde sul luogo una sorta di magia bianca che mescola cinema del boom e vecchia industria.

Adriano è un grande e inconsapevole e spontaneo parco a tema (sull’industria, la fabbrica, il cinema, il Novecento, sulla classe operaia e il ceto medio periferico?), dove in certi giorni nella luce di un faro fendinebbia potrebbe riapparire il volto di Monica Vitti o di Giovanna Ralli.

Un rampicante già cresce lungo il fianco del «Matitone» e presto potrebbe nascondere la superficie liscia e muta del cemento armato, così come l’elettrodotto, con i suoi tralicci piantati su strade e campi, potrebbe scomparire e la torre piezometrica venire abbattuta in favore della costruzione di una piscina semiolimpionica. Resta poco tempo, quindi, per visitare il passato del quartiere più sconosciuto e magico di Milano.


Immagini: ph. Valentina Sommariva

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