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16 Maggio 2019

Siamo privilegiati ma volevamo di più e dal nostro livore è nata ‘La guerra di tutti’

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È uscito il nuovo libro di Raffaele Alberto Ventura. Di cosa parla? Partiamo dall’inizio. Allora: per una serie di motivi solo in un caso l’economia non si fa problematica, ed è quando corre in discesa. Per il resto, in tutti i momenti di rallentamento o relativa lentezza, quando il segno + del PIL affronta una salita, lo scontento popolare da latente esplode in tutta la sua pericolosità. Per questo accade ciò che vediamo ora: la pace sociale scricchiola perché, è vero, siamo occidentali privilegiati che si lamentano di «problemi da primo mondo» mentre finalmente Asia e Africa escono progressivamente dalla povertà, ma ciò che conta non è il paradiso in cui viviamo, ma quello che ci aspettavamo di vivere.

Quest’importanza della differenza tra realtà e aspettative era già stata uno degli oggetti teorici su cui RAV (meglio abbreviare “Raffaele Alberto Ventura”, che altrimenti il doppio nome fa troppo élite) aveva già speso tempo e pagine del suo lavoro precedente: Teoria della classe disagiata.

Lì le aspettative altissime di noi sognatori, universitari, startuppari, artisti e ricercatori, (disattese da un presente di crisi economica e politica, ricatti lavorativi, populismo e ritorno in auge di tendenze autarchiche e autoritarie) hanno preso corpo e si sono spiegate, dando vita a un dibattito che oggi col nuovo libro tenta di prendere un altro passo, da saggio di economia politica sulla nicchia per la nicchia a saggio di filosofia politica su tutti i trend d’attualità più dibattuti.

Il tutto provando a tenere insieme multiculturalismo, terrorismo, crisi del tardo capitalismo, complottismo e diritti delle minoranze. Come nel libro più celebre di Thomas Hobbes, il Leviatano, il problema politico contemporaneo è quello di tenere insieme gruppi di persone (e di idee) contradditori, che tendono al conflitto: ecco quindi la necessità di qualcuno che tenga insieme, separati ma saldamente garantiti, il potere politico e quello religioso. Con la differenza però che oggi politica e religione sono frullati in un mix intricatissimo e pieno di false friends. L’esempio più lampante è il terrorismo islamista che non è prettamente religioso, come siamo abituati a pensarlo, ma identitario.

In ogni caso la madre di tutti i mali è, va chiarito, il livore, quello nato strisciante come nascono i rancori dalla gelosia: dall’inappagamento e dalla sindrome dell’abbandono.

Secondo Ventura inizialmente questo inappagamento è montato tra le prime vittime naturali della cinica ottimizzazione tipica di un sistema capitalistico che si affretta a soddisfare i sogni e le pretese di tutti: la sfortunatissima categoria di chi oggi si trova a cercare di fare mestieri inflazionati, deregolamentati e spogliati di protezioni e diritti, ma comunque ancora apprezzati perché, pur sconvenienti dal punto di vista del reddito, restano comunque vantaggiosi quando si tratta di posizionarsi in ambienti sociali. (E fin qui eravamo nel saggio precedente). Ma poi lo scontento dilaga, l’atomizzazione si diffonde come una macchia di inchiostro sulla società e si prende tutto il corpo sociale, infettandolo attraverso polarizzazione, rivendicazioni e partigianerie irrisolvibili. E questo è La guerra di tutti.

Tutto vero, e messo in luce con grande capacità di visione d’insieme. Ma diciamo anche che Ventura, però, occupandosi di questo malumore, se ne fa un po’ contagiare, soprattutto nel tono che sceglie: come quando finisce per cedere al nostalgismo e scrive che i politici oggi sono semplici curatori fallimentari, oppure quando parla di terrorismo che avanza (quando in realtà va scomparendo), di “tramonto del capitalismo occidentale” (e pure del suo “progressivo disfacimento”) che è un fatto non così oggettivo, diciamo.

A proposito della fondatezza delle tesi che annunciano la fine del capitalismo, leggi anche La presunta fine del capitalismo, di Adam Arvidsson

Questo lasciarsi permeare da un pessimismo già diffusissimo – e che è il primo genitore dei problemi descritti nel saggio stesso -, però, è l’unico difetto di un libro brillante, che tiene insieme le mille schegge impazzite dell’esplosione e del progressivo disfacimento della coesione sociale in Occidente.

Il tema dell’integrazione delle minoranze è forse uno di quelli su cui di solito dibattiamo nel modo più sterile e banale: pro-integrazione contro razzisti che la vorrebbero ostacolare. Ecco, ci sono livelli del discorso sul multiculturalismo che non si risolvono in qualche slogan: innanzitutto i problemi, l’integrazione, li ha. Non sono quelli che racconta CasaPound, quelle sono menzogne usate strumentalmente a fini propagandistici, ma esistono effettivamente delle discrepanze tra le necessità delle minoranze che si integrano e i sistemi sociali che dovrebbero accoglierle, come lo stato francese, in cui per esempio viene vietato il velo islamico nei luoghi pubblici. Da queste diatribe culturali e politiche nascono i problemi, e sono politici, non religiosi.

La religione tutt’al più è un pretesto per rianimare conflitti che crediamo sopiti perché risalenti a decenni o secoli passati, ma che invece sono vivissimi nella memoria dei posteri di chi li ha vissuti. Come il conflitto che per via di Brexit oggi si riaccende in Irlanda.

Per dirne un’altra, le seconde e terze generazioni di giovani francesi che oggi si ritrovano a compiere attacchi terroristici, o solamente ad appoggiare il Daesh, portano avanti il germe del conflitto scoppiato con la guerra franco-algerina degli anni cinquanta e sessanta. I conflitti non si spengono, nemmeno con la pace, ma rimangono silenti come fanno i virus, viaggiano nel tempo attraverso i ricordi, si trasmettono come un corredo genetico di generazione in generazione e quando le condizioni materiali, politiche ed economiche sono favorevoli si ripresentano uguali a com’erano secoli fa, se non peggio.

Cosa c’entrano le minoranze da integrare col terrorismo? Ventura scrive che «quando si trasformano dei gruppi sociali in nemici, si preparano le guerre civili di domani» e ha ragione. Prendiamo le minoranze religiose in Europa, oggi schiacciate dalla morsa fatta dalla necessità di convivenza da una parte e dall’obbligo all’integrazione dall’altra.

Queste periferie dell’impero cosa sono, se non delle bombe a orologeria alimentate a disagio e scontento? Proprio a questo servono gli attentati, a innescare una guerra che sia coinvolgente, che induca i più tiepidi, i più normali e pacifici, al mimetismo. Le destre radicali in ascesa oggi in Europa dopotutto sono il risultato degli attentati di inizio secolo.

L’undici settembre newyorkese servì proprio a questo: a far credere agli occidentali che l’intero mondo islamico li odiasse, quindi a innescare rappresaglie violente a firma atlantica, che a loro volta convincessero gli appartenenti al mondo musulmano che gli occidentali li odiassero.

E così via in un loop infinito in cui il livore si diffonde con scuse sempre più saldamente ancorate nella memoria dei futuri arrabbiati. L’importante non è la verità, cioè che i terroristi sono un ristrettissimo gruppo di beoti «con l’intelligenza di un posacenere vuoto», ma la potenza simbolica degli accadimenti, che attraverso il mimetismo trasformano il gesto scellerato di un ex spacciatore di periferia in una solenne dichiarazione di guerra tra nazioni.

Il politicamente corretto e la tolleranza verso i simboli religiosi e politici (la bandiera sudista negli Stati Uniti, per esempio) sono parte della stessa famiglia di simboli ad alto potenziale di polarizzazione.

Siamo la società del “trigger”: ci offendiamo come se l’essere offesi non avesse conseguenze drammaticamente serie

Siamo la società del “trigger”: ci offendiamo come se l’essere offesi non avesse conseguenze drammaticamente serie. I simboli come le bandiere che ricordano lo schiavismo esistono, non c’è molto da fare, e tentare di debellarli rischia di essere un pericoloso precedente con cui al simbolo di un perdente o di un attore sociale in minoranza non viene concesso né spazio né memoria condivisa, ma solamente lo status di vittima osteggiata e marginalizzata (uno status peraltro divenuto fondamentale per esistere in società e rivendicare a propria volta spazio, voce in capitolo e attenzione).

Il discorso è molto difficile da risolvere una volta per tutte: la bandiera sudista usata dai confederati va davvero vietata attraverso il potere di coercizione? O il volerla eliminare fa parte dell’escalation di rappresaglie di cui dovremmo avere più paura? Proprio qui interviene il Leviatano (quello di Hobbes) e prova a tenere insieme vincitori e sconfitti attraverso un patto, una promessa con cui ci si impegna vicendevolmente all’assurdità di dimenticare il passato e nello stesso tempo di ricordarlo. Idealmente si dimentica l’astio che ci fu, ma si conserva la memoria dell’evento.

L’astio però riemerge non appena il portafogli si fa più leggero, o magari con il semplice input di una banda di dinamitardi. E allora ecco che ci ritroviamo daccapo a questo articolo. Il livore è l’altro Leviatano, il terribile mostro dell’Antico Testamento, rappresentante il caos.

Ma è la conclusione del ragionamento di Ventura a fare più paura: è la natura umana, quella di un animale politico capace di memoria condivisa e socialità, a essere intrinsecamente pericolosa. «Non c’è nulla di “pazzo” nel desiderio di un giovane maschio adulto di far scoppiare il mondo. Semmai questo è il nodo più limpido di tutta la faccenda: siamo fatti così, siamo pericolosi, uccidiamo e stupriamo, per questo ci siamo dotati di una struttura chiamata civiltà.» E bisogna ammettere che come conclusione è ragionevole, ma una domanda viene spontanea: saremo capaci di mantenerla, questa civiltà?


Immagine di copertina da Unsplash: ph. Asan Halmasi

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