TODays Festival. Storia di una generazione postindustriale

A metà degli anni Zero una serie di fortunati eventi mise la sonnacchiosa città di Torino al centro del mondo. Parliamo dell’Olimpiade invernale del 2006, ma anche il concerto dei Daft Punk del 2007. Due fuochi d’artificio internazionali che hanno acceso degli inaspettati riflettori su una città che non era pronta a giocare da protagonista al tavolo delle grandi città “terziarie” del mondo. E infatti non ci ha giocato. Dieci anni dopo, una conclamata catena di errori e ingenuità istituzionali hanno cancellato Torino dai radar se non per qualche sparuto momento calcistico (not in my name, tra l’altro). Quella che per anni è stata la città laboratorio si è ridotta a un deserto. Quando si è trovata al bivio tra Seattle o a Detroit, la città ha scelto quest’ultima.

In questo deserto, però, ci sono ancora delle persone che hanno voglia di fare qualcosa. Laddove troviamo gli scheletri del regno che fu, si intravedono anche i germogli di un futuro possibile. C’è bisogno di pazienza, di ostinazione e anche, forse, di una non trascurabile dose di culo. Già è difficile, figuriamoci per quanto riguarda la musica, che in Italia, non solo a Torino, ha subito un processo di marginalizzazione totale nei consumi e nelle abitudini delle persone. Ecco perché manifestazioni come il TOdays – quest’anno giunto alla sua terza edizione e diventato ufficialmente grande – vanno accolte come si accolgono le oasi dopo aver vagato per giorni sotto il sole sostanzialmente a caso.

I festival funzionano se, oltre all’offerta musicale (che è il centro del discorso, ma nemmeno poi così tanto se è vero che in giro per l’Europa le manifestazioni vanno sold-out senza che sia uscito un solo nome), permettono ai luoghi che li ospitano di parlare e di essere. Come abitanti della città, siamo in dialogo costante con i luoghi che attraversiamo. E i luoghi non sono neutri. Da come vengono costruiti, da come vengono vissuti e da come vengono utilizzati deriva una visione politica. La Torino che fu si può ancora intravvedere nei luoghi periferici di Barriera di Milano, ex quartiere-dormitorio diviso tra edilizia popolare, appartamenti che hanno ospitato prima i meridionali che salivano per andare alla fabbrica, poi gli immigrati di varie generazioni e varie etnie, e scheletri post-industriali, archeologia di una gloria passata in cui la città produceva cose materiali. Ha quindi perfettamente senso che proprio in questo quartiere si rifletta e si lavori per lanciare dei segnali. “Abitare il conflitto”, direbbe qualcuno. E Gianluca Gozzi, direttore artistico del festival, parafrasa i Clash per raccontare la sua idea di cultura: “Non mi interessa il consenso, io cerco la tensione”. O qualcosa del genere.

Quella stessa tensione che si avverte nelle note potentissime del concerto di PJ Harvey, che apre la tre giorni con uno degli spettacoli più belli e intensi che si ha l’occasione di sentire da anni a questa parte. Non è un caso che The Hope Six Demolition Project sia un disco proprio ispirato alla riqualificazione urbana, alla gentrification e all’idea che il Capitale sarà comunque e sempre predominante nella scelta e nella pianificazione, spingendo chi non se lo può permettere ai margini (non solo culturali, ma proprio strutturali e geografici) della società.

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