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29 Luglio 2015

Michele Magnani, Co-owner e Coworking Manager Multiverso, ricostruisce le dinamiche e le prospettive dei coworking in Italia

I coworking in Italia: un ecosistema

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Dopo gli articoli di Maurizio Busacca sul coworking come laboratorio dell’innovazione e come strumento per le politiche del lavoro si è aperto un proficuo dibattito al quale, da “operatore del settore”, vorrei contribuire descrivendo le caratteristiche specifiche del coworking nel nostro paese, anche attraverso alcune esperienze vissute con Multiverso.

La proposta di inserire i coworking tra le forme d’imprenditorialità sociale (Venturi & Zandonai, 2014) mi trova d’accordo.

Per ragioni diverse (scarsa mobilità sociale, l’arretratezza legislativa e ancor di più per una mentalità tutta da cambiare) in Italia i coworking svolgono un ruolo di profonda innovazione sociale.
Queste esperienze producono, nella vita e nella professione delle figure del lavoro autonomo del terziario avanzato, un impatto significativo. Nel coworking i freelance hanno trovato casa o se vogliamo cittadinanza. il riconoscimento di una professionalità e soprattutto Il miglioramento della qualità della vita professionale e personale dei freelance è un elemento di innovazione sociale che si riverbera anche sul tessuto socio-produttivo dei territori. Infatti dove nascono i coworking si determina una ripresa delle attività da parte di associazioni e reti che si riattivano in una dinamica collaborativa.

ecosistema coworking

Da un punto di vista generale la logistica e l’affitto di sale e desk dei coworking è una attività (fino a 800 mq) a bassa marginalità di per sé insostenibile. Un’attività no-profit pura e semplice in cui i ricavi vanno a ricoprire i costi, che trova la sua ragion d’essere nella costruzione di un community di professionisti che generano opportunità lavorative gli uni per gli altri e creano una condivisione di saperi e competenze che definiscono in qualche modo una nuova organizzazione del lavoro.

Quindi è il capitale sociale che genera valore nell’ecosistema creativo del coworking, che viene messo in essere dai coworking manager preposti a questo obiettivo, elementi che coniugati ad un pensiero strategico (De Biase) rappresentano il plus nel capitalismo relazionale

Le organizzazioni collaborative

In questo momento molte delle comunità collaborative dei coworking stanno diventando vere e proprie organizzazioni collaborative. In Italia c’è stato negli ultimi due anni un cambiamento rilevante: da spazi orientati alla progettazione, gestione e organizzazione delle dinamiche e delle relazioni interne i coworking sono riusciti a proiettarsi all’esterno con l’obiettivo di commercializzare i propri servizi/prodotti/progetti.

Sul piano culturale l’incidenza in termini d’innovazione sociale che possono avere queste strutture è gigantesca. Essa vale in relazione alla PA, alle PMI, ma anche in rapporto a settori tradizionali di business ad alto valore aggiunto che ancora faticano a posizionarsi su questo terreno, pensiamo alla valenza del turismo, del cibo e dell’artigianato per un paese come l’Italia. Purtroppo non ci sono ricerche empiriche e inchieste che monitorino questo elemento e sarebbe invece strategico reperire fondi pubblici e privati per un’osservazione di questo processo.

I coworking come organizzazioni collaborative sono apparsi di fronte ai miei occhi nella Non Conferenza nazionale del 2014 che si è svolta proprio a Firenze, in cui alcune delle “vecchie” reti di coworking, parliamo di quelle nate tra i 3/5 anni fa, ripensano la propria attività: si assiste ad un processo di internazionalizzazione del business o della rete di spazi; si aggiunge alla gestione della community offline una gestione on line della stessa, con piattaforme dedicate. In quella sede ho ascoltato anche molti coworking in startup nati già come modello misto, generale e verticale, in cui questi elementi convivono e si compenetrano dentro una dinamica virtuosa. Tale percezione andrebbe suffragata con dei dati su un campione molto più vasto di coworking.

Il coworking in Italia, con le sue professionalità, peculiarità territoriali e core-business diversificati, dopo una prima fase di “incubazione” si è proiettato finalmente nella società e nel mercato come tutti gli altri fenomeni della sharing economy.

Un’impresa a rete che poggia su due fattori diversamente distribuiti per ordine e grado nel loro equilibrio a seconda delle esperienze, ma sempre consustanziali l’uno all’altro. Infatti convivono produttivamente la dimensione sociale e quella del business.

Le interazioni tra i freelance sono determinanti in quel processo di formazione continua descritto da Busacca che spesso si attua anche in uno scambio alla pari. A questi scambi si affianca la fatturazione, ovvero uno scambio di lavori e opportunità tra coworkers che alla fine dell’anno fanno decidere ad un freelance se restare o meno.

In Italia spesso e volentieri la dimensione comunitaria è stata il tratto principale nella nascita di queste esperienze. Questa dimensione però, se da una parte migliora la qualità della vita dei fruitori consegnandogli un elemento di “cittadinanza attiva” rischia di diventare un elemento di marginalizzazine se pensa di poter bastare a se stessa.

I coworking sono infrastrutture che hanno bisogno di competenze strategiche per affrontare il mercato: modello di business, qualità delle commesse e del servizio prodotto, capacità di contrattazione, ricerca di finanziamenti. Ciò determina anche la possibilità di incidere per migliorare la qualità della vita lavorativa dei freelance.

Prima di definire le attività strategiche di Multiverso, alcune parole sulle modalità concrete del lavoro nel coworking. La community dei diversi frequentatori è costituita da alcuni cerchi concentrici che definiscono il grado di coinvolgimento delle persone. Come del resto la compagine sociale del coworking è definita almeno da quattro figure diverse che sono: il co-owner, il coworking manager, il collaboratore e il freelance coinvolto in diverse modalità e gradazioni.

Multiverso_Coworking_Network

Il lavoro in team è basato su condivisione di competenze e divisione di compiti, sostituisce la gerarchia verticale dell’azienda classica con un’organizzazione dinamica basata su capacità e autorevolezza. Questo determina un profondo cambiamento nell’organizzazione del lavoro, abbatte i costi di intermediazione in un contesto collaborativo in cui il project manager coordina l’attività attraverso una politica motivazionale e una spinta all’autonomia delle persone.
Un elemento interessante riguarda il rapporto con i collaboratori negli spazi di coworking.

A Multiverso abbiamo istituito uno scambio alla pari, in cui ad un freelance, che ha competenze e spesso anche soft skills adeguate, chiediamo di svolgere alcune azioni per il coworking nell’arco dell’anno (calendarizzate e con azioni specifiche). In cambio gli proponiamo il desk di lavoro con i servizi annessi, una community di professionisti e una priorità di chiamata nel caso ci sia una commessa che necessiti della sua specifica professionalità. In questa dinamica i collaboratori continuano a fare il proprio lavoro e nel tempo acquisiscono una serie di clienti che gli permettono di professionalizzarsi, vivere del proprio lavoro e in alcuni casi di essere assunti come dipendenti da alcune società di servizi.

La nuova organizzazione del lavoro e l’engagement

Per vivere e migliorare c’è bisogno di una sempre più grande capacità di engagement perchè la messa in connessione di professionalità e società è il moltiplicatore del valore economico e culturale. In tal senso Multiverso Coworking Network con la sua rete di spazi e professionisti ha creato: un circuito di lavoro comune, in cui attraverso delle job call creiamo occasioni di lavoro, proponendoci poi sul mercato come società “tutelando” il coworker che singolarmente avrebbe minori margini di contrattazione. ll network si basa su un modello che valorizza le differenze, le vocazioni dei territori e le peculiarità delle professionalità ivi insediate (e non sull’omogeneità), questo significa che ogni luogo ha un suo ambito professionale di intervento privilegiato, ma non unico, e ogni spazio è diverso sia in termini di design che di funzionalità. La logistica è condivisa, ogni aderente può appoggiarsi sulle 7 sedi odierne per ricevere clienti, usare sale riunioni e formazione, usare i coffee club (bar interni).

Infine il matching tra aziende insediate, freelance e aziende esterne: quest’ultimo elemento risulta strategico per le opportunità che possiamo offrire ai nostri insediati, cercando di sviluppare la domanda di servizi e consulenze da parte delle PMI verso i coworker, facilitando e portando a buon fine gli incontri, rispondendo alla duplice necessità di: cercare opportunità di lavoro per i coworker e contribuire all’innovazione sociale dei territori attraverso la digitalizzazione delle PMI.

La capacità di engagement dei coworking può ridefinire l’organizzazione del lavoro là dove non si limita a coinvolgere le persone o a mettere in relazione semplicemente domanda e offerta ma dove incorpora, permea, organizza e mette a sistema ambiti produttivi. La transizione al digitale che si sta compiendo e che nei prossimi 5 anni travolgerà l’attuale organizzazione del lavoro, ha bisogno non tanto e non solo di capacità tecniche ma soprattutto di una capacità di visione.

Per quanto ci riguarda i prossimi mesi saranno fondamentali per capire se saremo capaci nell’azione di engagement e matching, nell’apertura di nuovi ambiti di intervento e nell’utilizzo di nuovi strumenti. Elementi e dati che metteremo a disposizione della discussione in corso.

Le politiche del lavoro dovrebbero tener conto dei coworking principalmente per tre motivi: il primo che sono luoghi di professionalizzazione per un giovane che si avvia alla professione. Questo in parte comincia ad essere riconosciuto soprattutto dalle istituzioni locali, come nel caso dei voucher della Regione Toscana o del Comune di Milano. Tra l’altro in una modalità intelligente che finanzia direttamente il freelance e non la struttura. II secondo motivo: i coworking sono reti di fornitura di servizi con un alto tasso di innovazione sociale che impatta positivamente sulle città. Il terzo elemento riguarda il fatto che rappresentano sul piano culturale e materiale la dimensione futura del lavoro.
L’appuntamento di Novembre in cui per una settimana Milano sarà anche il centro delle attività e delle riflessioni dei coworking, sarà un’ottima occasione per capire cosa sta succedendo. La Collaborative Week! si svolgerà dal 7 al 14 novembre e comprende: Experimentdays, SharItaly, Coworking Europe Conference ed Espresso Coworking.

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