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10 Luglio 2015

Diversamente da molti altri settori del lavoro sociale, l’Altra economia offre opportunità di impiego a molti tra i profili professionali ordinari laureati o specializzati dalle istituzioni formative tradizionali.

I nuovi mestieri dell’Altra economia

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Che cosa vuol dire diventare un operatore della cosiddetta “Altra economia”? Significa formarsi e lavorare come se la cosiddetta “Economia” con l’iniziale maiuscola funzionasse, almeno sulla carta, come dovrebbe. Come se tutta l’energia fosse rinnovabile e pulita. Come se la produzione fosse sostenibile e modellata sui bisogni materiali e immateriali essenziali delle persone. Come se l’agricoltura fosse orientata ad alimentarci tutti bene e a sufficienza, senza pregiudicare l’ambiente né la sopravvivenza delle future generazioni.

Come se il commercio fosse un canale di scambio equitativo e relazionale. Come se la conoscenza e l’informazione fossero comunità vive di condivisione, di crescita e di elaborazione. Come se la cultura, l’intrattenimento e il turismo ci servissero a divertirci e a progredire, a godere senza imbarbarire. Come se l’economia, insomma, non fosse vorace accumulazione distruttiva, ma strumento per aprire le porte di casa gestendo i beni comuni con la stessa cura e dedizione con cui amministriamo il nostro particolare. Un’impresa a dir poco titanica, se pensiamo che la misura comunemente più conosciuta dell’economia reale, cioè il Prodotto interno lordo globale, ammontava nel 2013 a 72mila miliardi di dollari, mentre l’intangibile mercato dei soli prodotti finanziari derivati valeva, sempre stando alla stessa fonte, almeno dieci volte tanto.

Eppure sono oltre cinquant’anni che questa avventura va avanti, e impiega, tra i suoi mille rivoli, solo in Italia oltre un milione di persone nei suoi settori più noti: energie rinnovabili, riuso e riciclo, software libero, agricoltura contadina, commercio equo e solidale, turismo responsabile, finanza etica. È un’economia vecchissima e sempre nuova quella solidale, spiegò agli inizi degli anni novanta Jean Louis Laville, sociologo francese, in cui al centro ci sono i bisogni, non i profitti, e nella quale nuovi imprenditori, sociali e non, rinunciano ad accumulare capitali ma creano attività e nuova occupazione a partire dalle persone, quando i loro diritti non vengano soddisfatti appieno dallo spazio pubblico.

E proprio per questa sua apertura all’evoluzione sociale, assistiamo negli ultimi anni all’infiltrazione dei principi alla base di queste pratiche “storiche” tra le pieghe della crisi e alle radici della disoccupazione. Le frontiere più interessanti sono rappresentate, infatti, dagli spazi di co-working, dalle esperienze di mercato non mercato e di recupero di fabbriche e spazi produttivi e di laboratori urbani per la riconversione ecologica dei nostri territori. Progettualità nelle quali l’Altra economia si confronta con la crisi aprendo opportunità

Diversamente da molti altri settori del lavoro sociale, l’Altra economia offre opportunità di impiego a molti tra i profili professionali ordinari laureati o specializzati dalle istituzioni formative tradizionali. Il settore delle energie rinnovabili, ad esempio, che si occupa della diffusione degli impianti e della formazione all’utilizzo delle fonti energetiche non esauribili, impiega da tecnici installatori a ingegneri progettisti, fino ai responsabili amministrativi, ai formatori, agli esperti di comunicazione e marketing. Settore in espansione negli anni scorsi anche grazie agli investimenti pubblici spesi nella diffusione di queste pratiche per l’abbattimento delle emissioni climalteranti, oggi accusa una forte contrazione del numero di aziende attive, e dunque di lavoratori, conservando una propria vivacità.

Il mercato del riuso e del riciclo in Italia impiega almeno 80mila persone, occupate sia nella rivendita degli oggetti che altrimenti sarebbero finiti in discarica, sia nelle riparazioni di vestiti, scarpe ed elettrodomestici. Secondo la Camera di Commercio di Milano sono ormai 3283 gli esercizi commerciali dedicati, una stima però che non tiene conto dei 4mila negozi di usato in conto terzi e il sommerso: migliaia di ambulanti, bancarellari e venditori presso i mercatini che, soprattutto nelle grandi città, sopravvivono proprio grazie al commercio dell’usato senza poter emergere dalla sostanziale illegalità.

Per la Rete nazionale operatori dell’usato, intervistata nel rapporto, una mappatura puntuale risulta assai problematica a causa dell’informalità alla quale sono costrette il 70% delle attività in attesa di una riforma complessiva del settore. Il software libero è anch’esso settore complesso da mappare: gli ultimi dati sono relativi alla banca dati Istat (aggiornata al 2011) sull’industria italiana e si parla di meno di 6mila imprese, per circa 200mila addetti. Il Rapporto Foss 20136 sul mercato del software libero in Italia condotto dal Linux professional institute Italia, tuttavia, fotografa un universo di micro e piccole imprese, fatte essenzialmente di sviluppatori e programmatori, oltre la metà delle quali aveva registrato un buon aumento delle attività nel 2012 (44%) e prevedeva di fare altrettanto nel 2013.

La Fao ha scelto di celebrare nel 2014 l’anno dell’agricoltura contadina, grazie al fatto che, secondo i suoi dati, essa dà da mangiare a oltre il 70% degli abitanti del pianeta. In Italia il settore del biologico non arretra davanti alla crisi: il rapporto 2014 della Coldiretti ha stimato un fatturato complessivo di circa 3,1 miliardi di euro e un aumento del 3% degli operatori: sono 49.709, di cui 40.146 produttori esclusivi, 5.597 preparatori compresi quelli che vendono al dettaglio, 3.669 le aziende impegnate in entrambe le attività e 297 sono gli importatori del settore.

Sulla spinta della forte richiesta di terra da parte dei giovani, dopo quarantacinque anni, ad esempio, la Regione Lazio ha lanciato il primo bando “Terre ai giovani”, con cui ha messo a disposizione degli imprenditori agricoli, con un meccanismo premiante per i giovani fino ai 39 anni, 320 ettari del patrimonio agricolo pubblico. Nell’ambito di questa iniziativa è previsto lo stanziamento di 150mila euro per le start up, 500mila euro per la parte investimenti, garantiti presso le banche dal patrimonio dell’agenzia regionale per l’agricoltura Arsial.

C’è più lavoro anche nel mondo del commercio equo e solidale, che tra organizzazioni importatrici di prodotti più giusti e botteghe del mondo, i punti vendita a essi dedicati, secondo il Rapporto 2013 redatto dall’assemblea delle realtà certificate Agices ha visto il numero dei propri dipendenti crescere nel quinquennio 2007- 2011 del 25% per attestarsi a quota 4971, privilegiando i contratti di lavoro dipendente che rappresentano l’84% dei costi per il lavoro nelle organizzazioni.

I profili più ricercati in questo settore sono gli addetti alla vendita, ma anche i formatori e qualche esperto di cooperazione allo sviluppo, che sono, però, più richiesti come volontari che come dipendenti. Alcune realtà, soprattutto le centrali di importazione, impiegano in Italia anche logisti, addetti alla trasformazione e amministrativi.

La Banca Etica e le Mutue auto gestite, o Mag, insieme agli altri strumenti di finanza etica in Italia fanno in totale circa sessanta realtà. La sola Banca Etica, a quindici anni dall’apertura del primo sportello, ha oltre duecento dipendenti e 883 milioni di euro raccolti fino al 2014, a confermare che nonostante la crisi, le esperienze di buona economia – e in questo caso di buona finanza, diventata quasi una contraddizione in termini – moltiplicano l’occupazione. Il profilo più originale impiegato in queste strutture è quello del “banchiere ambulante”, che promuove la raccolta e cura i clienti dove non esistano una filiale o una sede dell’associazione.

Giova ricordare che questi strumenti sono nati per sostenere piccole e medie esperienze di auto-imprenditoria, e rappresentano per molti giovani l’unico canale attraverso il quale accedere a piccoli finanziamenti di startup. Data la sua storia e i suoi risultati positivi di mercato, l’Altra economia in quanto tale si è fatta largo nei curricula ordinari delle principali istituzioni formative con master e mini-corsi professionalizzanti.

La prima istituzione di formazione pubblica che, tuttavia, colloca in pianta stabile tra le sue attività l’economia alternativa è Agorà, la scuola del sociale, nata per iniziativa della Provincia di Roma. Alcune realtà private, come Avsi si sono specializzate in questo tipo di formazione, ma anche università pubbliche come quella di Roma Tor Vergata che promuove un master di primo livello “Lavorare nel non profit: management, comunicazione e finanza” con nozioni specifiche sulla finanza etica e cooperativa e sulla innovazione sociale. Per cercare lavoro in questi ambiti, invece, la fonte più diretta sono i media di settore: Vita non profit, Altreconomia, Valori.

Altra economia nel cuore della crisi

Oggi, nel cuore della crisi, questa buona economia è assediata: da imprese che si dicono green ma fanno solo marketing verniciato di verde; da altre responsabili in piccole pratiche e irresponsabili nel proprio core business, da tutto quel chilometro zero inquinato, quell’equo e tipico ingabbiato dalle stesse solite logiche di produzione e distribuzione, quell’assemblato poco trasparente e insostenibile.

Un magma di contraddizioni che, a volte, porta molti a chiedersi se i settori “etici in premessa” in cui lavorano o vogliono operare, non offrano solo alibi ai grandi operatori per non cambiare nulla, oppure siano opere di testimonianza, isole etiche nello stesso, vecchio, business. Le istituzioni fanno poco o nulla: a livello nazionale non esiste uno strumento-quadro che sostenga questo settore, nonostante la sua resilienza alla crisi.

A livello territoriale, a oggi una normativa per l’economia solidale è operativa solo nel Comune di Venezia e nella Provincia Autonoma di Trento, è in fase nascente nella Regione Friuli Venezia Giulia, è arenata per ragioni economiche in Regione Liguria, Regione Marche, aspetta la ripresa nella Regione Lazio e nel Comune di Roma, è avviata da poco in Regione Emilia Romagna e in Val Venosta. Si evidenziano quattro tipologie di interventi: una definizione del settore dell’economia solidale, la concessione di spazi per la promozione dell’Es; la promozione della nascita di Distretti di economia solidale (Des) regionali o provinciali, l’introduzione di strumenti per misurare e incentivare il modello di “Economia del bene comune”.

Elemento comune a molte delle iniziative è la difficoltà nell’assicurarsi una prospettiva di medio-lungo termine: quasi metà degli interventi analizzati ha subito conseguenze dirette a seconda della fase politica perché legato alla “buona volontà” di pochi eletti. Eppure ci sono migliaia di persone che ogni anno che scelgo- no di fare “downsizing”, cioè abbandonare un lavoro remunerativo e prestigioso nel mercato formale, per ritrovare senso e direzione nell’Altra economia, e trovano un reimpiego grazie a strumenti online dedicati come Socialidarity.

Altre migliaia, però, poste di fronte alla fine del lavoro formale, alla chiusura della propria fabbrica o alla disoccupazione cronica, scelgono di far cambiare rotta alla propria attività. Il caso più conosciuto è quello dell’azienda Maflow di Trezzano sul Naviglio (Milano), segmento di un gruppo internazionale, che impiegava 320 persone per produrre componenti per gli impianti di condizionamento dei grandi marchi dell’auto. Poi, nel 2008, la delocalizzazione e la chiusura, se non fosse stato per 17 ex-dipendenti che a marzo 2013, dopo un percorso tutto in salita, hanno deciso di fare come i colleghi argentini negli anni della crisi.

Hanno recuperato la propria impresa che oggi, come cooperativa “Ri-maflow” ha avviato un’attività di recupero e riciclo dei rifiuti, in particolare elettronici, dalle ottime prospettive di tenuta. Una prospettiva che, forse, si aprirà anche per alcuni degli ex riparatori di treni e dei giovani precari che hanno occupato e fanno vivere le Ex Officine RSI, ora Officine Oz14 di Casalbertone a Roma. Sempre a Roma, Scup ha preso il posto della ex Motorizzazione di via Nola, e al suo interno vivono le palestre aperte al quartiere da istruttori stanchi di essere sfruttati dalle palestre chic, attività per bambini e counseling per famiglie precarie, di anziani, di migranti, e oltre alla redazione di Comune-info, portale per l’Altra economia e la decrescita, c’è anche il mercato mensile sociale, ecologico e solidale Ecosolpol, laboratorio d’autoproduzione e occasione di reddito per piccoli produttori e artigiani.

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Fuori dalla certificazione bio per scelta, ma naturali per storia con una forte presenza giovanile in espansione, esperienze come quelle di Genuino clandestino, rete nazionale che collega trasformatori e piccoli produttori agricoli, ripopola le campagne e rivitalizza i mercati di piazza e rionali ritessendo il rapporto sociale tra campagna e città. A Palermo, poi, c’è il co-working Re Federico, a quattro passi dal teatro Massimo, un nuovo progetto di comunità creativa e lavorativa dove oltre a lavorare insieme, si scambia, si vende, si baratta, ci si propone al mercato esterno anche insieme.

A Pisa le associazioni che animano il Municipio dei beni comuni hanno liberato il Distretto 42: l’ex distretto militare di proprietà del demanio, abbandonato da vent’anni al numero 42 di via Giordano Bruno, in pieno centro, ospiterà attività culturali, produttive, tra cui una ciclofficina, uno spazio artigiano, uno spazio di mercato. L’Altra economia di ultima generazione nasce qui: laboratorio di reddito, creatività e creazione culturale tra teatri chiusi, palazzi abbandonati, spazi dismessi, terre incolte, dove il lavoro è sempre laboratorio, e il futuro è sempre, in primo luogo, il tuo. Anzi: il nostro.

Pubblichiamo un estratto da Lavorare nel sociale. Una professione da ripensare (Edizioni dell’Asino, 2015) a cura di Giulio Marcon

Immagine di copertina: ph. LUM3N da Unsplash

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