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4 marzo 2016

I supereroi sono reazionari. A proposito del potere

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Umberto Eco ha osservato che le storie dei fumetti funzionano un po’ come i sogni: la stessa trama di fondo si ripete all’infinito, quasi in maniera ossessivo‐compulsiva; nulla cambia, e anche quando l’ambientazione delle storie si sposta dalla Grande depressione alla Seconda guerra mondiale alla prosperità postbellica, gli eroi – Superman, Wonder Woman, Lanterna Verde, il Dr. Strange – restano apparentemente in un eterno presente, senza mai invecchiare, sempre gli stessi. La trama è la seguente: il cattivo – un boss della malavita, più spesso un potente supercriminale – si imbarca in un progetto di conquista del mondo, distruzione, furto, estorsione o vendetta. L’eroe viene avvisato del pericolo e capisce che cosa sta succedendo. Dopo vari tentativi e dilemmi, all’ultimo minuto, l’eroe sventa il piano del cattivo. Il mondo torna alla normalità fino all’episodio successivo, quando si ripete esattamente la stessa cosa.

Pubblichiamo un estratto da Burocrazia di David Graeber (Il Saggiatore)

Non ci vuole un genio per capire di che cosa si tratta. Gli eroi sono reazionari. Qui «reazionari» va inteso in senso letterale: si limitano a reagire agli eventi; non hanno progetti propri (o, per essere più precisi, come eroi non hanno progetti propri. Nei panni di Clark Kent, Superman prova continuamente, e invano, a portarsi a letto Lois Lane. Nei panni di Superman è puramente reattivo). Di fatto, i supereroi sembrano del tutto privi di immaginazione. Bruce Wayne ha un sacco di soldi ma evidentemente non sa come spenderli, tranne che per progettare armi sempre più tecnologiche e fare un po’ di beneficenza ogni tanto. A Superman non viene mai in mente che potrebbe risolvere facilmente il problema della fame nel mondo o scavare città magiche nelle montagne.

Quasi mai i supereroi fanno, creano o costruiscono qualcosa. I cattivi, invece, scoppiano di creatività. Hanno piani, progetti e idee. All’inizio, senza nemmeno accorgercene, siamo portati a identificarci con loro. In fondo, sono quelli che si divertono di più. Poi ci sentiamo in colpa, torniamo a identificarci con l’eroe e ci divertiamo ancora di più a guardare il Super‐Io che a forza di botte riporta l’Es ribelle a più miti consigli.

Naturalmente, appena si prova a ipotizzare la presenza di un messaggio in un fumetto, partono le obiezioni: «Ma sono solo forme di intrattenimento a buon mercato! Non pretendono di insegnarci niente sulla natura umana, sulla politica o sulla società, sono l’equivalente della ruota panoramica del luna park». E ovviamente, in una certa misura, è vero. La cultura pop non esiste per convincere qualcuno di qualcosa. Esiste solo per il piacere. Eppure, guardando più da vicino, ci si accorge che molti progetti di cultura pop tendono a trasformare quel semplice piacere in una specie di teorema. I film dell’orrore ci offrono un esempio particolarmente rozzo del modo in cui funziona questo meccanismo.

Un film dell’orrore, di solito, è una storia di trasgressione e castigo: nei film slasher, che sono probabilmente la forma più pura del genere, ridotta all’osso e senza chiaroscuri, la trama segue sempre lo stesso svolgimento. Come ha osservato molto tempo fa Carol Clover nel suo magistrale Men, Women and Chainsaws («Uomini, donne e motoseghe»), il pubblico inizialmente viene spinto a identificarsi con il mostro (la telecamera segue letteralmente il suo punto di vista) mentre fa a fette le «ragazze cattive», e soltanto in un secondo momento comincia a guardare il mondo con gli occhi dell’eroina androgina che alla fine lo ucciderà.

La trama è sempre una banale storia di trasgressione e castigo: le ragazze cattive si comportano in modo peccaminoso, hanno rapporti sessuali, scappano senza denunciare un incidente stradale, magari sono soltanto teenager stupide e fastidiose, e per questo vengono sventrate. Quindi, la brava ragazza dall’aria virginale sventra a sua volta il colpevole. È tutto molto cristiano e moralistico. I peccati saranno anche veniali e il castigo totalmente sproporzionato, ma il messaggio finale è: «Certo che se lo so no meritato; tutti ce lo meritiamo. Dietro la nostra facciata di civiltà siamo tutti fondamentalmente corrotti e malvagi. Volete le prova? Fatevi un esame di coscienza. Non siete cattivi? Se non siete cattivi, perché vi divertite a guardare questa robaccia sadica?».

Questo è ciò che intendo quando dico che il piacere è una specie di teorema.

Al confronto, un fumetto di supereroi può sembrare tutto sommato innocuo. E sotto molti aspetti lo è. Se un fumetto si limita a dire a qualche milione di adolescenti che è normale avere un certo desiderio di caos e scompiglio, ma che alla fine queste pulsioni vanno tenute sotto controllo, le implicazioni politiche non sembrano particolarmente gravi.

Soprattutto perché il messaggio porta con sé una sana dose di ambivalenza, come in tutti i film d’azione in cui il protagonista passa buona parte del tempo a sfasciare centri commerciali di periferia e simili. A chi non piacerebbe sfasciare una banca o un centro commerciale almeno una volta nella vita? E, come ha detto Bakunin, «L’impulso di distruzione è anche un impulso creativo».

Ciononostante, sono convinto che, almeno nel caso di molti supereroi dei fumetti, il caos ha implicazioni politiche molto conservatrici.

I supereroi in costume combattono i criminali in nome della legge, anche se a loro volta si muovono al di fuori di un ambito strettamente legale. Ma, nello stato moderno, è lo status stesso della legge a essere un problema. Alla base c’è un paradosso logico di fondo: nessun sistema può generarsi da solo. Qualsiasi potere capace di creare un sistema di leggi non può a sua volta esserne vincolato. Perciò, la legge deve venire da qualche altra parte.

Nel Medioevo la soluzione era semplice: l’ordine giuridico era creato da Dio, un essere che, come chiarisce l’Antico Testamento, non è vincolato da leggi né da un codice morale riconoscibile (anche qui, è perfettamente logico: chi ha creato la morale non può, per definizione, esserne vincolato). O, se non direttamente da Dio, dal potere di un re con investitura divina. I rivoluzionari inglesi, americani e francesi cambiarono tutto con l’introduzione del concetto di sovranità popolare: il potere che un tempo era in mano ai re adesso passava a un’entità denominata il Popolo. Nasceva così un problema logico immediato, perché il Popolo è per definizione un gruppo di individui accomunati dal fatto di essere vincolati da un dato corpo di leggi. In che senso, dunque, il Popolo può aver creato quelle leggi? Quando la domanda fu posta dopo le Rivoluzioni inglese, americana e francese, la risposta sembrò ovvia: attraverso quelle stesse Rivoluzioni.

Questo però faceva sorgere un ulteriore problema. Le rivoluzioni sono atti di violazione della legge. Sollevarsi in armi, rovesciare un governo e creare un nuovo ordinamento politico è del tutto illegale. Anzi, non c’è niente di più illegale. Per le leggi con le quali erano cresciuti, Cromwell, Jefferson e Danton erano chiaramente colpevoli di tradimento, e lo sarebbero stati anche se avessero provato a fare la stessa cosa vent’anni dopo sotto i nuovi regimi da loro creati. Le leggi, quindi, nascono da un’attività illecita.

C’è dunque un’incongruenza di fondo nell’idea moderna di governo, che presuppone che lo stato abbia il monopolio dell’uso legittimo della violenza (solo la polizia, o le guardie carcerarie, o una sicurezza privata debitamente autorizzata han‐ no il diritto legale di picchiare i cittadini). Per la polizia è legittimo usare la violenza perché fa rispettare la legge; la legge è legittima perché si fon‐ da sulla costituzione; la costituzione è legittima perché viene dal Popolo; il Popolo ha creato la costituzione attraverso atti di violenza illecita. La domanda, allora, è questa: come si fa a distinguere tra il Popolo e una semplice folla inferocita?
Non c’è una risposta chiara.
L’opinione più moderata e rispettabile tende ad allontanare il più possibile il problema.

La giustificazione di prammatica è che l’epoca delle rivoluzioni è finita (a parte forse in posti dimenticati da Dio come il Gabon, o magari la Siria) e che oggi è possibile cambiare la costituzione o le norme giuridiche con mezzi legali. Questo ovviamente significa che le strutture di fondo non cambieranno mai. Prendiamo per esempio gli Stati Uniti, che continuano a mantenere un’architettura dello stato – con il suo collegio elettorale e il suo sistema bipartitico – che, pur essendo molto avanzata nel 1789, adesso fa sembrare noi americani, agli occhi del resto del mondo, come una specie di versione politica degli amish, che girano ancora con cavalli e carrozze. E significa anche che noi americani fondiamo la legittimità dell’intero sistema sul consenso del Popolo nonostante l’unico Popolo a essere stato consultato a riguardo sia vissuto oltre duecento anni fa. Almeno in America, il Popolo è morto da un pezzo.

Siamo quindi passati da una situazione in cui il potere di creare un ordinamento legale derivava da Dio a un altro in cui veniva dalla rivoluzione armata, per poi arrivare a un altro ancora in cui il potere è radicato nella tradizione – «Queste sono le consuetudini dei nostri antenati, chi siamo noi per dubitare della loro saggezza?» (e, ovviamente, un numero non trascurabile di politici americani dice a chiare parole che lo rimetterebbe molto volentieri nelle mani di Dio).

Questa, come ho detto, è la visione moderata. Per la sinistra radicale, e per la destra autoritaria, il problema del potere costituente è ancora molto vivo, ma l’approccio alla questione fondamentale della violenza è diametralmente opposto. La sinistra, scottata dai disastri del xx secolo, ha sostanzialmente preso le distanze dalla sua antica esaltazione della violenza rivoluzionaria, privilegiando forme non violente di resistenza. Quelli che agiscono in nome di qualcosa di più alto della legge possono farlo proprio perché non si comportano come una folla inferocita. Per la destra invece – e questo vale dall’ascesa del fascismo negli anni venti – l’idea che ci sia qualcosa di speciale nella violenza rivoluzionaria, qualcosa che la differenzia dalla mera violenza criminale, è puro vaniloquio.

La violenza è violenza. Ma questo non vuol dire che una folla inferocita non possa essere il Popolo, perché la violenza è comunque la fonte dell’ordinamento politico e sociale. L’esercizio efficace della violenza è sempre, a suo modo, una forma di potere costituente. Ecco perché, come osserva Walter Benjamin, non possiamo che ammirare il «grande criminale»: perché, come abbiamo letto per anni sui manifesti dei film, «si fa la legge da solo». In fondo, tutte le organizzazioni criminali cominciano inevitabilmente a sviluppare un loro (spesso elaborato) codice di norme e regole interne. Vi sono costrette per controllare quella che altrimenti sarebbe una violenza del tutto cieca. Ma, dal punto di vista della destra, la legge è sempre e soltanto questo. È un mezzo per controllare la violenza che essa stessa pone in essere e che attraverso la violenza viene fatta rispettare.

Ecco spiegata, dunque, l’affinità per certi versi sorprendente tra delinquenti, bande criminali, movimenti radicali di destra e rappresentanti armati dello stato. Alla fine parlano tutti la stessa lingua. Si fanno le regole da soli sulla base della violenza. E quindi condividono grosso modo gli stessi valori politici. Mussolini avrà anche spazzato via la mafia, ma i mafiosi italiani idolatrano Mussolini.

Oggi ad Atene c’è un’attiva collaborazione tra boss dei quartieri abitati dagli immigrati, bande fasciste e polizia. In questo caso, si tratta di una chiara strategia politica: di fronte alla minaccia di una sollevazione popolare contro un governo di destra, la polizia prima ha smesso di vigilare sui quartieri vicini alle gang di immigrati, poi ha cominciato a dare il suo tacito appoggio ai fascisti (il risultato è stato la rapida ascesa di un partito apertamente nazista; pare che alle elezioni del 2012 circa la metà dei poliziotti greci abbia votato per i nazisti). Ma è così che funziona la politica per l’estrema destra. Le nuove forme di potere, e dunque l’ordine, si formano proprio in quello spazio in cui le diverse forze violente che operano al di fuori dell’ordinamento legale (o, nel caso della polizia, appena dentro) interagiscono tra loro.

Che c’entra tutto questo con i supereroi in costume? C’entra eccome. Perché quello è precisamente lo spazio che occupano anche i supereroi e i supercriminali. Uno spazio intrinsecamente fascista, abitato soltanto da gangster, potenziali dittatori, poliziotti e teppisti, dove i confini tra un gruppo e l’altro sono sempre più sfumati. Alcune volte i poliziotti sono ligi al dovere, altre volte sono corrotti. A volte la polizia stessa scivola nel vigilantismo. A volte perseguita il supereroe, altre volte si gira dall’altra parte o lo aiuta. Cattivi ed eroi di tanto in tanto collaborano. Le linee di forza cambiano continuamente. Se per caso emergesse qualcosa di nuovo, sarebbe soltanto attraverso queste forze che cambiano. Non c’è nient’altro, perché, negli universi della Dc Comics e della Marvel, Dio, o il Popolo, semplicemente non esistono.

potere

Se esiste il potenziale per un potere costituente, dunque, questo può arrivare soltanto dai portatori di violenza. E, infatti, i supercriminali e i geni del male, quando non sognano soltanto di commettere il delitto perfetto o di seminare gratuitamente il terrore, sono sempre impegnati a progettare un Nuovo ordine mondiale di qualche tipo. Di sicuro, se Teschio Rosso, Kang il Conquistatore o Doctor Doom riuscissero effettivamente a conquistare il pianeta, verrebbero create subito nuove leggi, e non sarebbero molto tenere. Il loro creatore di certo non se ne sentirebbe vincolato. Ma la sensazione è che, per il resto, verrebbero fatte rispettare molto rigidamente.

I supereroi resistono a questa logica. Non aspirano a conquistare il mondo, se non altro perché non sono monomaniaci o malati di mente. Perciò rimangono parassitari rispetto ai supercriminali, proprio come i poliziotti sono parassitari rispetto ai delinquenti tradizionali: senza di loro non avrebbero motivo di esistere. Sono i difensori di un ordinamento giuridico e politico che a sua volta sembra spuntato dal nulla e che, per quanto imperfetto o degradato, deve essere difeso, perché l’alternativa è ben peggiore.

Non sono fascisti. Sono soltanto persone normali, per bene, dotate di superpoteri, che vivono in un mondo in cui il fascismo è l’unica possibilità politica.

Immagine di copertina: ph. Esteban Lopez da Unsplash

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