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11 settembre 2017

Non si tratterà solo di chiedere ai cittadini di identificare le statue della storia più difficile, ma occorrerà coinvolgerli anche nella costruzione dei nuovi simboli del presente. 
C’è una rabbia che possiamo solo intuire e la democrazia e la parità sono l’unico destino che ci auguriamo sappia scioglierla.

Identità collettiva. In cerca di simboli del presente

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Charlottesville, Virginia. Martedì 5 settembre il Consiglio comunale ha votato per la rimozione della statua del generale Thomas “Stonewall” Jackson dal parco in cui si trova. Probabilmente, sarà collocata in un museo. Stessa sorte per quella di Robert E. Lee attorno alla quale si erano concentrate le dimostrazioni per la sua difesa da parte dei suprematisti bianchi. I rispettivi parchi saranno re-intitolati alla Giustizia e all’Emancipazione.

La questione americana che si gioca intorno ai monumenti dei confederati (oltre un centinaio per tutti gli Stati Uniti solo le statue più controverse), restituisce l’urgenza di affrontare una disuguaglianza irrisolta a partire da azioni che ne possano lasciare intravedere una progressiva risoluzione. Abolita la schiavitù dei neri, l’America vive ancora in un’epoca di percepibile malessere e razzismo per il quale le statue dedicati a coloro che combatterono per il fronte sudista negli anni della guerra civile paiono a molti un affronto vergognoso. Per tutti restano comunque l’oggetto di un contesa connotata di simboli, per altro già assegnati all’estrema destra.

Queste rappresentazioni paiono così opporsi negli intenti alla visione di un futuro fatto di giustizia sociale, a maggior ragione invocato in un momento storico in cui la presidenza americana si muove in direzione opposta. Eppure, questa comprensibile preoccupazione pare talvolta tradursi in una polarizzazione oltremodo semplificata che ne distorce la percezione a partire da un pregiudizio: un bias per il quale se Trump e gruppi chiaramente xenofobi suggeriscono di conservare le statue, allora la risposta corretta sarà necessariamente rimuoverle. Ma un conto è una concezione politica (priva talvolta anche di giustificazioni etiche), ben altro è la prassi di una azione che può anche assumere significati diversi.

Ovviamente esistono posizioni più sfumate. Le principali oscillano fra l’abbattere le statue, mantenerle nel loro luogo originario o spostarle altrove, ma non saranno singole decisioni a dettare criteri validi per ogni contesto. L’ipotesi di collocare le statue all’interno dei musei pare possa offrire un buon compromesso per una disamina articolata e critica della storia, seppure incontri da parte di alcune istituzioni una certa resistenza. Simile sorte, con forte accento interpretativo, quella per cui lasciarle dove sono, associando loro nuove targhe e percorsi di visita e approfondimento.

Molti sono i nodi critici relativi a una questione che, nella fattispecie del caso americano, impone al contempo scelte immediate e pragmatiche, nel vincolo di specifiche leggi statali che in ogni caso limitano l’azione delle comunità locali che non vogliono rimanere indifferenti.
Il dibattito, però, arriva da lontano per monumenti che possono essere chiaramente una statua ma anche un luogo, un oggetto, un edificio, una festività. Se recentemente la questione della rappresentatività è passata alla cronaca ponendo l’accento sulle prime di fatto, da decenni, mette in discussione l’evidenza di capisaldi – talvolta immateriali – che attraversano piani di diritto diversi e narrative mai unidimensionali. 
Perché tutto è politico e contestabile: lo potrà essere fare festa per il Columbus Day ma anche passeggiare svagati in una calda giornata di sole a gennaio, fatta salva la superficialità di chi dimentica quanto sia grave la questione ambientale che attraversa i cambiamenti climatici.

Viene così anche da chiedersi se la grande rivoluzione non debba essere agita da altre rivoluzioni minori ma più profonde e semantiche. Perché la narrazione urbana sarà sempre inesatta o comunque parziale rispetto alla restituzione di un’identità collettiva (perché, ad esempio, la maggior parte delle statue raffigurano solo uomini, mai donne? Quanto, in questo caso, il non detto ne avvalora una critica alla storia? O meglio, il dato rafforza la memoria collettiva oppure la interroga?).

Di certo, se rimuoveranno le statue sarà chiaramente leggibile la risposta coerente ad un desiderio di legittimità civile, la stessa che ci si auspica possa avere, un giorno, valore al di sopra delle parti. 
Allo stesso tempo, però, per quella contraddittorietà che anima spesso i discorsi complessi, l’alternativa di rimuoverle e abbatterle, o la censura operata da un telo, per quanto simbolica, potrà anche essere controproducente. Per assurdo, viene anche da domandarsi se persino collocarle al museo non sia un renderle invisibili a tutti coloro che quel luogo non lo frequentano privandoli una riflessione sulla città quale spazio espositivo capace di accettare lo stratificarsi, pur sempre educativo, dei pieni e dei vuoti.

L’origine etimologica del termine monumento deriva dal latino “monere” che significa, non a caso, sia ricordare che ammonire ed è solo frutto di ragionamenti di natura interpretativa distinguere se queste statue ci raccontino una storia o ci stiano suggerendo cosa pensare. La seconda prospettiva, certamente è quella più didascalica e accessibile ma non è per forza detto sia quella che più risponde ad una contemporaneità; un presente che esige anche l’aggiornamento delle funzioni storicamente assegnate ai luoghi, alle cose e alle metodologie per la sua decifrazione.

Altre esperienze consentono di mettere meglio a fuoco la complessità di un campo aperto, anche quando esplicitamente finalizzate ad orientare la memoria secondo una morale condivisibile: è il caso controverso delle Pietre di inciampo (Stolpersteine), famoso progetto di Gunter Demnig, artista tedesco che, in tutto il mondo, Italia compresa, ha collocato sui marciapiedi delle targhe d’ottone davanti alle case delle vittime della Shoa, riportandone alcuni dati minimi. Le pietre sono un invito a fermarsi, a inciampare, a riflettere, eppure per molti rappresentano soltanto un insulto: restano pur sempre oggetti da calpestare. Ovvero, alcuni ne rimuovono il significato assegnato al contenuto per dare maggior diritto all’oltraggio dato dalla funzione.

Ciò nonostante, questo resta un caso per il quale schierarsi è semplice: l’artista è contemporaneo e d’accordo con il realizzare un’opera commemorativa rispetto alla drammaticità dei fatti. Ma sempre Richmond, sulla controversa Monument Avenue, anche la statua della star del tennis afroamericana Arthur Ashe ha scatenato ampio dibattito: da chi sarà fatta la storia? Se non saranno i politici o i militari, dovranno comunque essere persone famose? A quali criteri associamo il successo?

A tutto questo, inoltre, sfugge anche una riflessione sulla legittimità delle opere e il vincolo ad una storia urbana e dell’arte; è la scelta, ormai diventata caso di studio, per la quale il Rijksmuseum Museum di Amsterdam ha scelto di aggiornare circa 8000 didascalie delle opere esposte e ne sta completando la rititolazione di un patrimonio digitale di oltre 200.000. 
Ovviamente il museo non ha rimosso alcun pezzo ma ha solo chiarito, alla luce del presente, il perché di certe connotazioni assegnate loro dalla storia. La parola negro, questa stessa ci insegna, oggi è sbagliata.

Secondo la concezione più diffusa, a prescindere da un diritto dell’opera (o dell’artefatto), i monumenti rafforzano l’identità collettiva ed è per questo che devono promuovere valori sociali condivisibili; ma la memoria, come insegnano gli studi del settore e i neuroscienziati, non è comunque mai riproduttiva ma esiste solo alla stregua di processi di ricostruzione e rielaborazione.
Perché non possiamo nascondere nulla sotto un telo, non sarà vedere o non vedere, il punto. Certo avrà un forte valore simbolico ma, in prospettiva, non è detto che sarà la soluzione. La soluzione, forse, la stiamo solo rimandando. Tutto potrà essere sempre distorto: il luogo, l’apparenza fisica, la finalità o il significato, la presenza o l’assenza. E’ la cornice culturale che deve uniformare rispetto all’uso di un significato contemporaneo e strumenti critici altrettanto ancorati al presente.

Le statue dei confederati, chissà, probabilmente saranno rimosse e collocate nei musei. Avranno chiare didascalie e la nostra coscienza sarà momentaneamente serena. Eppure così, forse, perderanno la forza di catalizzatori di un dibattito visibile. Perché come ha scritto qualcuno, un conto è avere quella statua in un parco, un conto è averne il ritratto su una maglietta. Diverso è realizzare oggi un monumento del generale Lee, oppure abbattere quello di allora, pure se realizzato in un’epoca successiva, violenta e segregazionista. 
Perché allora, se davvero avremo imparato una qualche lezione, non si tratterà solo di chiedere ai cittadini di identificare le statue della storia più difficile (come sta anche facendo pure con notevole apertura Di Blasio a New York) ma occorrerà coinvolgerli anche nella costruzione dei nuovi simboli del presente. Certamente chiedere ai cittadini di esprimersi è un atto propositivo, civile e coraggioso ma, allo stesso tempo, a quegli stessi cittadini sarà prima necessario fornire strumenti che li capacitino nelle scelte.

Quello che sta accadendo oggi, per assurdo, ha proprio questa forza: riaccendere un dibattito e diffonderlo, negli Stati Uniti, soprattutto in moltissime scuole. 
C’è una rabbia che possiamo solo intuire, potentissima, ed è evidente che la democrazia e la parità sono l’unico destino che ci auguriamo sappia scioglierla. Ma prescindere da come sapremo definire il paesaggio, accettandone chissà la progressiva differenziazione, varrà capire in quali azioni stia davvero la forza, anche quando non necessariamente visibile.

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