Io mi vendo, ma tu paghi i miei dati

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Jennifer Lyn Morone si è registrata come impresa nell’albo dello Stato del Delaware ed è diventata la Jennifer Lyn Morone Spa. Il nuovo battesimo le ha permesso di diventare un’impresa incarnata che venderà le informazioni prodotte dalla sua vita. “I dati personali valgono molto di più quanto pensiamo” sostiene. Così ha elaborato un’applicazione open-source per rendere possibile tale valorizzazione. Si chiama Database dell’Io (DOME: “database of Me”). Qui l’individuo è sicuro che i dati siano classificati e profilati affinchè l’impresa di se stessi possa venderli, prestarli, investirli e generare il profitto. DOME ha una funzione addizionale chiamata “La piattaforma”: un intermediario attraverso il quale individui, comunità, organizzazioni e macchine possono fare transazioni sul valore prodotto.

Le multinazionali sono considerate individui, ma godono di vantaggi superiori rispetto a quelli degli individui in carne ed ossa. Hanno aiuti fiscali, incentivi da parte dello Stato che non producono nuova occupazione, aumentano la ricchezza personale degli imprenditori. Jennifer pensa che se i diritti non vanno all’individuo, ma all’impresa, allora l’individuo diventa impresa e si prende i diritti. Lei non sopporta che le imprese sfruttino le risorse pubbliche e siano basate su una proprietà che non possiedono: le informazioni personali e i dati privati. E noi siamo schiavi dei dati, ma non lo sappiamo.

Teniamo alla nostra privacy, ma quando produciamo dati li regaliamo a Facebook, Google o Amazon per metterci in vetrina e avere il quarto d’ora di celebrità al giorno, sentirci appagati quando un drone porterà una cena giapponese sul nostro balcone. Su questi paradossi si fonda la rivoluzione digitale in cui viviamo.

Mi vendo!

Pensiamoci. Non c’è nulla di strano nel vendersi in questa società allucinata e soddisfatta di sé. Lo star system globale lo fa normalmente: David Bowie, Madonna, Kim Kardashian o Chiara Ferragni sono il brand di se stessi, imprenditori dell’Io. Jennifer Morone eleva all’ennesima potenza questa condizione e sostiene che ciascuno può ottenere una rendita dalle proprie risorse: le esperienze accumulate, le capacità presenti e le caratteristiche biologiche, fisiche e mentali come il corredo genetico, il lavoro, la creatività, il sangue, il sudore e le lacrime. Ciascuno di questi elementi sono merci da mettere in vendita sul sito personale.

Jennifer ha esposto la sua collezione di dati in una galleria d’arte di Londra e l’ha messa in vendita. C’era la sua laurea, i dati sulla salute, il numero della sicurezza sociale. I prezzi erano in fondo modesti: da 100 a 7 mila sterline. Sul suo sito crescono considerevolmente. Nell’asta permanente online variano da un minimo di 11 mila dollari (l’eredità paterna) a un massimo di 535 mila dollari (la vita da zero a 18 anni). Sono stati in pochi i collezionisti a prenderla sul serio. Nessuno ha comprato. Jennifer si disse scandalizzata: “Lo trovo veramente assurdo”. Jennifer, un po’ assurdo lo è, ammettilo.

La proprietà in persona

La provocazione di Jennifer Morone va presa sul serio, anche per capire i suoi limiti politici. L’artista sostiene che i suoi dati personali siano una proprietà personale – la proprietà in persona di cui parlava già John Locke nel 1690. Tutti dovrebbero valorizzarla sul mercato, attraverso un “reddito di base universale” o attraverso “servizi diretti” come la salute o la casa. Se in una società capitalista siamo considerati proprietari di qualcosa, ma non tutti possono detenere ricchezze materiali o rendite finanziarie, allora valorizziamo tutto quello che siamo, a cominciare dai nostri tessuti, memorie, relazioni, percezioni, sensibilità o conoscenza. Gli economisti definiscono questi elementi come “beni non rivali”: sono unici, ma possono essere usati più di una volta e da più persone, senza che questo imponga una proprietà esclusiva. I dati rientrerebbero in questa categoria, se non fossero invece espropriati dai tecno-feudatari del Web 2.0.

Se diventiamo capitalisti di noi stessi, sostiene Jennifer, possiamo condividere la ricchezza espropriata dei nostri dati e sconfiggere la miseria prodotta dal capitalismo. Possiamo determinare i costi di produzione, l’energia e il tempo necessario. Visto che siamo i padroni troveremo soddisfacenti i margini di profitto.

L’uso del tempo, o dell’energia, come unità di misura della nostra produzione sulle piattaforme è un indicatore diverso dal godimento, l’irritazione, il narcisismo, il rancore, l’emulazione e la competizione: tutti i valori che governano la produzione dei dati sulle piattaforme. Questo è il modo per misurare il valore prodotto dalla nostra forza lavoro. Così potremmo arrivare a un “migliore modello di vita efficiente”.

Ma quando saremo diventati “efficienti” vivremo una vita più libera? O sarà solo più “efficiente” rispetto a un modo di produzione che resta lo stesso? Il ragionamento di Jennifer Morone si svolge nella cornice anarco-capitalista, quella del capitalismo digitale. La sua è una critica all’economia politica 2.0. Come altre artiste contemporanee, Laurel Ptak ad esempio, ha posto il problema del salario e del reddito a partire dalla proprietà del proprio lavoro. Lo fa in termini liberali, non a partire dalla facoltà della forza lavoro intesa in termini marxiani.

La differenza è enorme. Possiamo anche essere proprietari dei dati che produciamo, e non è escluso che la legislazione sulla privacy arriverà a stabilire questo principio a partire dalle carte fondamentali dei diritti. E, un giorno, sarà anche possibile venderli come si fa oggi con altre merci. Ma questo non basta. La soluzione non è diventare capitalisti di se stessi, ma liberare la nostra forza lavoro.

Abbiamo in comune la forza lavoro

Potremo anche essere proprietari dei nostri dati – in una società che non è esattamente quella capitalista – ma ciò che permette ai dati di essere prodotti – la forza lavoro, appunto – non sarà mai di nessuno perché è di tutti.

Noi non siamo proprietari della nostra forza lavoro. E non perché non ci appartenga. Per Marx la forza lavoro è una facoltà dell’essere umano. Per un essere umano non esiste nulla di più proprio di una forza lavoro. La forza lavoro non è una proprietà perché la sua caratteristica è quella di essere di tutti e di nessuno. La forza lavoro è comune. La mia non esaurisce quella degli altri. E viceversa: gli altri non possono possedere la mia. La forza lavoro in comune è sempre pronta ad essere di qualcun altro perché non è mai proprietà di qualcuno in particolare. Questo significa individuare un regime politico capace di rendere inappropriabile, anche allo stesso individuo, ciò che lo rende unico e libero.

Negli ultimi anni si è molto parlato di “beni comuni”. Questa nozione può essere fuorviante: la facoltà, la forza lavoro, la vita non sono “beni”, né “cose” o “merci”: sono potenze irriducibili al discorso patrimonialistico e al riduzionismo giuridico, economico o psicoanalitico.

Teniamo l’essenziale del discorso sui “beni comuni”, è uno strumento che permette di superare il problema della proprietà privata dei dati. Invece di schiacciare l’individuo sulla proprietà – “vogliono essere pagato in quanto proprietario dei miei dati” – bisogna rendere inseparabile la forza lavoro da quella degli altri: insieme produciamo ogni valore d’uso, anche quello della proprietà. Per questa ragione è necessario prendersi tutto il valore che noi produciamo, già oggi, con la forza lavoro che è di tutti e di nessuno.

Esiste un nome per questa politica: comunismo. Parola da ripensare, radicalmente, non solo rispetto al regime politico che abbiamo conosciuto nel Novecento, ma nel significato di “movimento che abolisce lo stato presente”. Il movimento cerca di tenere aperto il campo della politica come fa il discorso dei “beni comuni” rispetto alla produzione dei dati.

I dati sono lavoro

Le culture della rete contengono questa possibilità. Anche se le originarie aspirazioni di liberazione sono state rovesciate dal capitalismo digitale, questo non significa che la possibilità di riattualizzarle siano scomparse.

Jaron Lanier, pioniere della realtà virtuale e oggi critico dell’ideologia californiana del capitalismo digitale, affronta questi problemi nel suo recente Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account-social. Lanier sa di cosa parla: lavora per la Microsoft Research, pensa che il complesso digitale sia una FREGATURA, suggerisce soluzioni negoziali per riequilibrare il potere algoritmico che ci governa. Nell’ottavo capitolo del libro, ad esempio, Lanier parla di produzione di dati come lavoro, data as labour, e sostiene due cose.

La prima è essere pagati a pezzo. Con questo criterio dovrei passare tutta la vita a scrivere articoli come questo per accumulare un reddito modesto. La logica della reputazione e della visibilità porta al cottimo. È questa la gig economy, il futuro che ci attende. No, grazie. Bisogna invece negoziare l’algoritmo, fare contrattazione sociale, a partire da una base superiore al minimo vitale: il reddito incondizionato. Che si lavori, e non si lavori, il reddito va garantito a tutti, non alle piattaforme digitali.

Questa è l’unica soluzione per superare i paradossi di Jennifer Monroe e, in generale, dal pur interessante discorso del data as labour.

La seconda soluzione di Lanier è: paghiamo l’uso delle piattaforme, così avremo la possibilità di fissare un prezzo per la nostra produzione dei dati. Se Facebook, Google o Twitter non pagheranno, allora avremo il potere di condizionarli. Potremo scioperare e sottrarci al controllo delle mega-macchine. Fino ad arrivare a cancellarci in massa dai social network. In attesa che questo avvenga è preferibile cancellare i nostri profili. Deve passare la legge per cui è “semplice e normale essere remunerato se i miei dati hanno un valore”.

Quale organizzazione è capace oggi di creare un potere sociale che impone simili condizioni alla Silicon Valley? Nessuna. Nel capitalismo digitale siamo ridotti a folla. Con l’affermazione delle piattaforme la rete si sta chiudendo del tutto, come anche l’accesso alle sue infrastrutture. Tutto sarà a pagamento. E noi non avremo alternative: pagare, per accedere alla cittadinanza. Ma la cittadinanza sarà filtrata dalle piattaforme e organizzata dalle stesse élite contro le quali si muove, formalmente, la politica populista oggi.

Data workers del mondo uniamoci

Non scoraggiamoci. “Occorre una nuova cornice legale o regolatoria per salvaguardare gli interessi sociali“ in rete, ha scritto Tim Berners-Lee. Allora bisogna creare una campagna internazionale per chiedere il riuso delle risorse ottenute dalle multe della Commissione Europea a Apple (13 miliardi di euro) o Google (6,7 miliardi per due multe nel 2017) per finanziare il Welfare e il reddito di base a livello statale e a livello comunitario. Al di là dei singoli casi, il problema è intrigante. Oggi i soldi confluiscono nel budget comunitario. Non sono destinati a nessun investimento specifico, ma servono a ridurre le quote dei paesi membri.

Un’altra campagna potrebbe essere mirata per l’istituzione di una web tax continentale. Se ne parla molto, molti sono i problemi, soprattutto politici. I giganti del digitale, campioni dell’evasione e dell’elusione fiscale, vanno tassati sulla base dei dati prodotti dagli utenti delle piattaforme, non sulla base di quanti occupati hanno in un paese. Di solito, poche decine. In compenso hanno milioni di utenti. Se produrre dati significa lavorare, allora le piattaforme che guadagnano grazie ai loro utenti devono pagare. Chi? Noi. Visto che siamo produttori e consumatori, allora dovremo essere anche i beneficiari di un’attività oggi espropriata.

Senza una legge fiscale sovranazionale il regolamento sulla gestione dei dati personali entrato in vigore il 25 maggio 2018 in tutta Europa non sarà molto efficace. Poi viene il problema della proprietà delle piattaforme. Se queste sfruttano gratis il nostro lavoro, non sarà il caso almeno di riflettere sul fatto che noi siamo il contributo vivente per il godimento illimitato dei profitti dei padroni della rete? Pagare le tasse è un buon punto di partenza, ma visto che senza di noi non esiste la loro proprietà, non è forse giunto il momento di discutere l’esistenza di una proprietà non privata, ma comune o sociale, delle piattaforme?

Altra campagna: negoziare gli algoritmi e stabilire per ogni microtransazione dove la forza lavoro ha una parte preponderante. Prendiamo il caso dei ciclofattorini (“riders”) che lavorano nelle consegne a domicilio via piattaforma digitale. Ogni volta che si loggano alla piattaforma dovrebbe scattare un algoritmo che apre una posizione assicurativa e contributiva, calcola il valore della prestazione, riconduce il gigworkers a una contrattazione permanente e in diretta sul salario e i suoi diritti. Non è fantascienza. È già accaduto in Belgio. Per un periodo molto breve ci è riuscita Società mutualistica per artisti SMart, la più grande cooperativa dei freelance in Europa, con Deliveroo. Qui è lì si parla di smart contracts. Ecco questo ne è un esempio. Non ha funzionato perché il governo di centro-destra belga ha pensato di fare una defiscalizzazione per i lavoratori autonomi usata da Deliveroo per rompere unilateralmente l’accordo con Smart, il primo al mondo. Bisogna proseguire su questa traccia ed estendere l’accordo a tutte le attività produttive che passano in rete. Se noi produciamo dati su Facebook, allora possiamo capire l’immenso impatto che questo potrebbe avere sul capitalismo digitale.

Andiamo in fondo alla strada del data as labour. Se vendiamo la nostra forza lavoro, dobbiamo avere diritto di organizzarci come sindacato. Lo sostengono Eric Posner e Glen Weyl in Radical markets che richiamano un momento chiave nella storia del lavoro: l’auto-organizzazione operaia in leghe e sindacati. A livello globale, e nazionale, pensiamo allora a creare i nuovi sindacati dei lavoratori dei dati. Molti sono già gli esempi, nel campo dei videogiochi, in quello dei riders, o dei microlavoratori di Amazon. In Germania ci sta pensando la Ig-Metall, in Francia e in Belgio si pensa a nuove cooperative e associazioni mutualistiche che rovesciano il potere dei latifondisti dei dati e lo diffondono tra i loro produttori. Questi sindacati, coordinandosi tra loro, potrebbero contro-valutare i datori di lavoro, segnalando quelli che non pagano o che sfruttano. La negoziazione potrebbe superare la logica reputazionale e iperproduttivistica che domina sulle piattaforme introducendo il salario minimo.

In questa politica della forza lavoro – la proposta emerge anche dal dibattito sul data as labour – va aggiunta l’idea della pubblicizzazione dei servizi che trattano le identità digitali e quella della trasformazione delle infrastrutture usate dalle piattaforme private in servizio pubblico. Facebook e Google dovranno pagare la loro presenza sulle autostrade digitali mondiali a enti sovranazionali e alle autorità statali che, a loro volta, dovranno riconoscere la centralità della forza lavoro di ciascuno di noi.

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Immagine di copertina: ph. Joshua Coleman da Unsplash

Note