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9 Ottobre 2015

Gilles Deleuze ha enunciato un pensiero senza centro, nomade, attento a non mettere radici, bensì a sviluppare rizomi su rizomi. Il nomade si muove sempre, senza cercare né trovare punti fermi, viaggia ai margini di un territorio geograficamente delimitato, si sposta a suo agio nel deserto in cui può plasticamente costruire e smontare quel che gli occorre per la conoscenza, per la vita, senza istituzionalizzare tappe, soste e presidi.

Il cerchio e la rete

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Il cerchio è una figura piana bidimensionale, geometrica, la cui circonferenza, stagliata nettamente, definisce e delimita una totalità chiusa. La linea di circonferenza non conosce esitazioni, è una vera e propria frontiera e chiude al proprio interno tutti i punti visibili e invisibili al di qua del confine con l’esterno. Qualsiasi connessione tra punti, qualunque moto interiore, è misurabile e localizzabile.

Tra tutti i punti, quello palesemente invisibile assume priorità: il centro. Non è necessario, infatti, che sia visibile, però la sua assenza rinvia al ruolo fondamentale della sua presenza: è esso che organizza lo spazio chiuso, strutturando e significando la circolarità.

Pubblichiamo un estratto dal saggio di Salvo Vaccaro contenuto in Il pensiero acentrico a cura di Luca Guzzardi

Questo accentramento è il perno di rotazione della figura, è quel punto geometrico produttore di molteplicità saldamente rilevante per l’identità del cerchio, è l’ultima autorità inquirente sulla sua pertinenza e sulla rilevanza dei suoi elementi, è quel motore immobile da cui si sfila il movimento di chiusura circolare.

La rete, per contro, evoca l’orizzontalità, l’assenza di gerarchie verticali: tutto è relato a tutto, sebbene ciò non provi automaticamente l’assenza di poli gerarchici. La rete è una modellizzazione olografica, nel senso che si replica costantemente e potenzialmente all’infinito, giacché è costituita da relazioni instaurate tra punti o polarità: l’autoreferenzialità connota localmente l’elemento reticolare sul piano globale.

Ragione acentrata

La rete, ha osservato Rosenstiehl, è «quel sistema in cui le trasformazioni locali hanno refluenze sul sistema globale», senza una cascata diretta deterministica giacché il locale è tale perché isolato in sé. Il punto di osservazione locale, in altri termini, è miope, letteralmente, cioè in grado di vedere l’intorno senza poter avere o ottenere una visione complessiva, inaccessibile dal suo punto di vista.

Da questo modello reticolare, possono discendere alcune considerazioni relative a elementi di un pensiero acentrato, di una razionalità acentrata. Essa è necessariamente limitata (bounded), e in ciò confluiscono tutte quelle osservazioni ormai acquisite che vietano processi estensivi per analogia, per generalizzazione del modulo di formazione e funzionamento dal locale al globale, per saturazione totalizzante, per teleologia guidata dalla totalità.

Una bounded rationality convive con la propria miopia praticando trasformazioni immediatamente rilevanti senza costruzioni di catene logiche, bensì analizzando in coordinazione sequenziale pochi casi di agire localmente interrelati. Un pensiero acentrato conosce costantemente un livello di autoriflessività cui ricorre nell’analisi dei propri effetti pragmatici sull’impatto performativo. La riflessione cognitiva su di sé in quanto osservatore è parallela alla riflessione cognitiva sul contesto trasformatore e trasformato per via dell’agire locale.

All’interno di una ragione limitata, miope, che si muove secondo ritmi di cognizione legati a processi comunicativi e istruttivi degli effetti innescati dalle dinamiche reciprocamente autonome di punti locali in un sistema a rete, la possibilità reciproca di intercognizione, al fine di pervenire a sistemi di coordinamento appresi e non meramente vincolati a potenziamenti funzionali-operativi, è legata alla libera incursione tra soglie di confine che delimitano artificialmente saperi disciplinati.

La contaminazione tra elementi diversi è un gioco fisiologico in un pensiero acentrato che non conosce privilegi gerarchici in fatto di paradigmi vincolanti o schemi egemoni; ciò non vuol significare, però, un livello di indistinzione o peggio di confusione arbitraria tra concettualizzazioni eterogenee, giacché la riflessività ricorsiva specifica al livello di osservazione locale mette in atto sistemi di verifica metodologici che esaltano i contenuti di senso relativi a elementi locali, vietando per l’appunto che questi vengano d’acchito ridotti a forza a tappe di un processo superiore e derivati da fantomatici processi ordinatori e implementatori.

La riflessione autopoietica, a tal proposito, garantisce la possibilità di intercomunicabilità critica tra punti locali direttamente a contatto senza visti di censura né attestazioni di appartenenza a programmi allocati a livelli esterni al sistema autopoietico stesso.

Petitot ha osservato che uno dei problemi di un pensiero che voglia essere rilevante per la progettazione di un sistema sociale acentrato è dato dal modo in cui «elementi interconnessi, i quali tuttavia non possiedono delle rappresentazioni globali delle loro connessioni, possano nondimeno agire in accordo con questa struttura», senza provocare la disgregazione implosiva o la deflagrazione esplosiva. Sulla scia di tale considerazione, si impianta coerentemente una logica dell’orizzontale sostitutiva della logica gerarchica verticale.

L’orizzontalità include autonomie reali e non delegate da enti superiori, autonomie attente a realizzare autodelimitazioni rispetto ad autonomie altrui, secondo un ethos assolutamente convinto della possibilità di libertà all’interno di contesti plurali in cui sia in vigore altrettanta libertà. Il vincolo di libertà, paradossalmente, è rafforzativo delle libertà autonome rigettando una gretta visione quantitativa di un zero-sum-game.

Una società acentrata, secondo quanto evocato nella riflessione di Petitot, auspica uno scambio intercomunicativo tra ambiti autonomi che sfoci in un assetto interfederativo capace di equilibrare collettivamente squilibri dettati da posizioni di partenza disuguali. L’uguaglianza nella differenza è regolata da una compensazione dettata da sentimenti di solidarietà, quale precondizione linguistica, direbbe Jürgen Habermas, di un qualsiasi accordo interfederale basato sulla razionalità del dialogo e degli interessi funzionali. Il corno del dilemma conoscenza/interesse può trovare adeguata contestualizzazione non solo su un piano di valori che rafforzino scelte di libertà più ampie per tutti, ma viceversa anche su piani strutturati di sfere di libertà che incitano al radicamento di valori coerenti.

Ciò permetterebbe di sfuggire alle aporie fondatrici di un’etica assoluta sostanzialmente indecidibile quanto al primato di valori (solidarietà contro interessi conflittuali, funzionalismo contro stili di vita e legami societari) oppure di un sistema politico pattizio o consensuale che ripercorrerebbero percorsi già esplorati e battuti, da Hobbes e Locke sino ai giorni nostri.

Sul piano del potere, un sistema a rete acentrato dovrebbe comprendere sbarramenti alle estensioni di effetti di potere locali, vietando loro diffusione e salti di soglie per analogia. L’autoregolazione di tali sistemi difensivi a carico del collettivo societario, che scoraggiava fermamente, come nelle forme sociali preletterate, l’accesso e la stabilità di luoghi e carichi di potere onerandoli oltremisura e non premiandoli socialmente come oggi, porterebbe coerentemente a una decelerazione dei ritmi decisionali favorendo una partecipazione decentrata piena di possibilità decisionali effettive e non sancite solo in astratto.

Una conoscenza, da un punto di osservazione decentrato, non supererebbe certamente l’inaccessibilità a una posizione metafisicamente centrale, panottica, in grado di vedere l’insieme; però faciliterebbe la ricostruzione parziale di tranches di realtà più allargate, rispetto agli snodi autonomi di piccole trame reticolari, attraverso una discussione libera da interessi immediati e da ingiunzioni urgenti cariche di eccessive istanze decisionali.

È evidente che ciò comporterebbe un predominio temporale derivato dagli effetti di potere altamente tecnologizzati di una società complessa, laddove effetti depotenziati perché rilassati nei ritmi temporali porterebbe a processi federativi organizzativi e decisionali adeguati a contesti di vita autonomi e con uguali possibilità di intervento sul proprio territorio, valutando competenze e refluenze esterne. Una decelerazione degli effetti di potere andrebbe a vantaggio di una gestione orizzontale delle tecniche del potere stesso, diffuse e conosciute secondo una rigida rotazione di incarichi funzionali, vietandone cumuli di potere e di sapere, e diffondendo in rete quanto acquisito a livello di potere e di sapere.

Elogio dell’eccentrico

L’eccentrico si costituisce nello scarto dal centro, nello sgusciare dalla sua vischiosità, nella fuga dalla sua «attrazione fatale»; ma si costituisce anche nella ricerca sapiente di ciò che non è centrato, di ciò che non è accentramento. L’eccentrico aziona i propri comportamenti seguendo rotte e percorsi laterali, tangenziali, obliqui, deviati dalla posizione centrale costituita all’interno del sapere dato, interessandosi di tutto ciò che palpita oltre il centro senza che ne rimanga in qualche modo attratto, fascinato, sedotto. L’eccentrico non intende rappresentare un polo antagonista, un altro e diverso modo di centralità.

Le strategie eccentriche attivano una serie di processi leggibili in svariati campi del sapere, dalla letteratura all’estetica, ma anche dalla filosofia alla politica. Già la gratuità delle strategie eccentriche è un segno della radicale evasione-elusione delle centralità pesanti di una razionalità che si sente in dovere di legittimare il proprio contenuto finendo con legittimare soprattutto se stessa, le proprie morse sul reale. Ma alcune strategie eccentriche sono frutto di una vera e propria ricerca sperimentale, di un viaggio avventuroso, di una riflessione non meno profonda e dissonante. Qui ne sottolineeremo alcune gettandole all’attenzione del lettore. I nomi suggeriti sono indicatori e non certo padrini esclusivi delle strategie prese in considerazione.

L’aggiramento, lo spiazzamento, sono un primo momento di elusione del centro, quando il percorso del sapere preferisce seguire sentieri non interferenti con la mole del nucleo centrale, utilizzando le pieghe del pensare altrimenti. La negazione all’accesso di quell’apparato concettuale adoperato per edificare la posizione centrale che modula la centratura del sapere è il motivo saliente di un movimento di aggiramento, combinando gli elementi del sapere in quelle forme e in quegli esiti innovatori che spiazzano la centralità costituita.

Il rovesciamento della forma del pensare centrato è un’arma della critica, che ne utilizza gli elementi presenti per imprimere una forma inedita che scuote la posizione centrale perché utilizza l’apparato in modo differente. La forza d’urto è tale che il nucleo centrale può andare disgregato, avendo sovvertito il verso dei concetti elaborati per modellarli in altre forme. Spesso il rovesciamento di taluni elementi utili per la centralità si conclude con l’instaurazione di un’altra posizione centrale che assume le medesime funzioni accentrate delle prime, come nel caso di un mero avvicendamento funzionale di un paradigma.

L’erosione radicale, invece, predilige lo scavo delle fondamenta consistenti sulle quali il sapere ha acquisito centralità, ovvero è diventato centrato nel suo modo di formazione e funzionamento. L’erosione radicale indebolisce le infrastrutture di base minando la plausibilità logica ed epistemica di quel sistema di pensiero che presidia la funzione di centralità data. La decostruzione praticata da Jacques Derrida sul testo è una forma di trattamento continuo e all’infinito che tritura gli elementi del testo sino a dissolverlo nella sua oggettività self-evident e a sottometterlo alle insidie delle procedure ermeneutiche, costitutivamente plurali e soggette alle vicende loquative e performative dell’avvicendamento di soggetti narranti. La decostruzione smaterializza il testo sino a farlo diventare emanazione rarefatta di procedure ermeneutiche che mutano storicamente con la proliferazione di interferenze e di rumori presenti nelle vicende testuali e intertestuali.

Ma l’erosione può giocare sull’eccedenza, sulla iper-uperfetazione barocca degli elementi costitutivi la centralità, condotti al punto di autodissolvimento, segnati dall’inviluppo logico in paradossi e dilemmi. Wittgenstein, a proposito delle teorie semantiche del linguaggio e per quanto riguarda le teorie psico-comportamentali, indica come una posizione di centralità possa essere centrifugata facendola esplodere sotto il peso di aporie costitutive e rimosse, sulle quali quegli elementi di razionalità tacciono perché non pregnanti a dispiegare coerentemente ed efficacemente i propri effetti di cattura e di lettura del reale ritagliato.

In tali occasioni, l’uso di particolari tecniche ricorsive rompe la circolarità tautologica di assiomatiche inerenti a sistemi di pensiero centrati per torcerle in uno sviluppo spiraloidale nel quale la ricorsività compie uno slittamento di significazione acquistando a ogni svolta un particolare rilievo qualitativo innovativo, che dona l’impressione di aggirarsi entro il raggio di performance del nucleo di centralità, mentre in effetti se ne distanzia per metamorfosi.

Analogo effetto di evanescenza di un senso inerente a determinati effetti di centralità viene conseguito attraverso tecniche di moltiplicazione all’infinito degli elementi di centralità, come è visibile, ad esempio, nella patafisica di Raymond Queneau, dove la ridondanza eccessiva ha l’effetto non confermativo ma dissolvente.

La patafisica, più in genere, come «scienza delle soluzioni immaginarie» non fa altro che adoperare concettualmente la strumentazione tradizionale facendola funzionare verso obiettivi assolutamente spiazzati rispetto ai contesti usuali e ai normali referenti canonici della scienza tradizionale, sovvertendo così gli effetti di codice dei paradigmi utilizzati.

Le strategie dell’ineffabile «gatto del Cheshire» in Lewis Carroll esemplificano quanto detto sul dissolvimento di un oggetto centrato secondo modelli di identificazione di uno stile rappresentativo, facendo giocare possibile e impossibile, plausibile e implausibile, reale e irreale in un vortice accelerato dove si confondono i livelli di osservazione e i livelli di parti di strumentari logici attivati.

Friedrich Nietzsche e Antonin Artaud, di contro, hanno seguito la ribellione consapevole e delirante delle griglie che ingabbiano la fluenza del sapere entro sistemi di controllo e di auto-regolamentazione. La rottura del cerchio, della circolarità chiusa in cui si rinnova il rito accademico di un sapere legittimato, acquista, in ambiente sfavorevole ove si consuma la rivolta, il carattere del delirio, nel senso etimologico cui ricorre la psicoanalisi, quando ne individua le manifestazioni nell’oltrepassamento di convenzionali e arbitrarie linee di soglia che confinano un catalogo di comportamenti compatibili al sistema.

Delirare è l’atto di oltrepassamento delle linee invisibili, ma non meno pesanti e presenti, nell’immaginario simbolico, che spesso assume la dimensione di una radicale dissacrazione del mito e del suo sistema di difesa. Una certa lettura francese di Nietzsche esalterà questo momento di deflagrazione delirante che deborda da tutti i lati un pensiero irruente violentato in sistemi disciplinari ossequiosi nei confronti dell’ordine costituito. L’oltre-uomo è il soggetto del delirio, quella figura urlante non reale che trama da un altrove un corpo straziato verso orizzonti inediti.

Gilles Deleuze ha enunciato un pensiero senza centro, nomade, attento a non mettere radici, bensì a sviluppare rizomi su rizomi. Il nomade si muove sempre, senza cercare né trovare punti fermi, viaggia ai margini di un territorio geograficamente delimitato, si sposta a suo agio nel deserto in cui può plasticamente costruire e smontare quel che gli occorre per la conoscenza, per la vita, senza istituzionalizzare tappe, soste e presidi.

Il viaggio marginale è radicalmente acentrato, interessandosi a risvolti e pieghe di un pensare riflessivo, rizomatico, che si estende non solo e non tanto in profondità quanto in superficie, toccando, senza stravolgere con le armi del pensiero artefatto, i misteri di un sapere che non vuole diventare scienza. Che si rifiuta di acquisire quello statuto programmatico baconiano di controllo della natura. Che rigetta altresì di invocare una scienza di cattura della realtà per ritagliarla a misura di lettura rappresentativa e di manipolazione empirico-sperimentale-laboratoriale.

Ai margini, cercando brecce nelle linee di confine artificialmente sovrapposte alle frastagliate coste di arcipelaghi complessi e compositi, si situa anche il percorso riflessivo di Serres, interessato da tutto ciò che collega e connette ambiti confinati di saperi. Serres è l’operatore di un andirivieni senza direzione unica e prestabilita tra diverse regioni di saperi, preoccupandosi di aprire varchi tra spazi delimitati, di far circolare elementi e frammenti appartenenti ora a questo ora a quel sistema istituito, rubando proprio come Hermes/Mercurio e trafugando elementi spuri innestati altrove.

Attraverso i passaggi aperti, i varchi squarciati, le piste battute, le rotte introdotte e le stime sperimentali avanzate, Serres gioca con un campionario di elementi avventurosi in cui non c’è possibilità di far sedimentare e cristallizzare posizioni di rendita sulle quali erigere fondazioni salde.

Infine, la genealogia nietzscheana rielaborata da Foucault ci offre una potente attrezzatura di decentramento dell’occhio osservativo, attento a particolari trascurati, negletti, dai quali ripartire per una serie di ricostruzioni di discorsi la cui combinazione evidenzia una procedura sofisticata e complessa produttrice di sistemi reticolari costitutivi di sapere e di potere.

Il decentramento delle indagini effettuate marca una pluralità immanente della trama sulla quale si articolano vari e talvolta contrapposti discorsi, che danno vita a reti elaborate di saperi al cui interno si delineano traiettorie, snodi e rilevanze gerarchicamente determinanti, seppure mutevoli nel tempo.

La scarnificazione delle procedure di verità, di quelle procedure, cioè, che producono effetti che quella particolare configurazione di saperi denomina come verità, facendo derivare da essa conseguenze di legittimazione e di verificazione/invalidazione, apparenta per un attimo Foucault con gli esiti più penetranti della teoria critica, quelli di Adorno, la cui dialettica negativa intende rompere con la forza del concetto, quel concetto forte che irretisce il pensiero entro una totalità falsa.

La dialettica negativa insegue la totalità di un sistema chiuso e dinamico al contempo, configurandosi come pensiero acentrato, aperto alle più spinte operazioni di decontestualizzazione sino a nudare il reale senza più apparenze socialmente mediate. Un pensiero libero non conosce centralità geometriche né assiomatiche di verità, bensì costruisce se stesso nella precarietà costante di un movimento dialettico tra essere e pensare, tra soggetto e oggetto, tra praxis e legein, tra poiesis e techne, senza che alcuno dei due poli riesca a istituzionalizzarsi, ma anzi applicando le risorse della critica contro le astuzie di una razionalità totalizzante che nella ricerca di un punto di consistenza sulla terraferma edifica le griglie che imbrigliano il volo senza meta del pensiero libero.

Immagine di copertina: ph. Léa Dubedout da Unsplash

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