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2 Novembre 2017

Il coraggio di essere barbari creativi

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Nel 1979 William Finnegan e Bryan Di Salvatore, su una vecchia Falcon mal ridotta, attraversarono l’Outback australiano partendo da Sidney e arrivando dall’altra parte a Darwin. Per le polverose e desertiche strade rosse non pavimentate dei territori del Nord incontrarono pochissime altre automobili e un vecchio vagabondo di nome Joe, distante ottanta miglia dalla casa più vicina.

La misurazione del tempo veniva scandita dall’autore di Barbarian Days (titolo magnifico, tradotto in Italiano come Giorni selvaggi e edito da 66th and Second, nonché premio Pulitzer 2016) attraverso il numero di lattine di birra che i due amici bevevano per arrivare da un punto all’altro della mappa. Sotto il sedile di guida erano infilati una cinquantina di vecchi numeri del “New Yorker”, comprati in una libreria dell’usato a Kirra e che all’occorrenza erano tirati fuori e letti ad alta voce: articoli, poesie, reportage.

L’autore racconta come nell’immenso cuore semidesertico australiano le parole di quegli scritti acquistassero un senso diverso, di come quelle frasi, unite alla polvere ferrosa della terra, si misurassero realmente con la vera essenza del mondo. La lettura nell’Outback alla fine diventa un test e articoli e giornalisti che prima, seduti comodamente in poltrona, sembravano geniali e affascinanti vengono spazzati via dalla natura selvaggia e desolante, si infrangono come onde sulla barriera corallina.

Sono gli anni 70 e Finnegan e Di Salvatore decidono di fare il giro del mondo in cerca dell’onda perfetta, partendo dagli Stati Uniti e affrontando tutto il Pacifico, in un movimento di improduttiva e smagliante bellezza attraverso Polinesia, Micronesia, Australia, Asia e Africa. A più di vent’anni di distanza Finnegan scriverà di quei fantastici due anni e mezzo di peregrinazioni acquatiche, vincendo un premio Pulitzer e resuscitando l’arte della narrazione. Ed è proprio questo che rende il libro un capolavoro e innesca nel lettore il bisogno di credere ancora nell’esperienza come pilastro portante della letteratura, un concetto che sembra ormai essersi sgretolato dietro scrivanie ordinate e precise, dove le parole acquistano sempre più un ritmo “fordistico”.

L’arte di narrare è una di quelle facoltà da sempre insita e connaturata all’essere umano, talmente intima alla nostra natura da sembrare “inalienabile” o almeno così la definiva Walter Benjamin nel 1936, anno in cui scrisse il saggio “Il narratore. Considerazioni sull’opera di Nicolai Leskov”. Nel suo scritto il filosofo tedesco si dilunga sulla tesi secondo la quale l’essere umano ha perso la propria capacità di scambiarsi esperienze e di conseguenza anche l’arte di narrare intravedeva all’orizzonte il suo ultimo tramonto.

Perché accade questo, perché la narrazione è destinata a perire? Volendo attualizzare le tesi di Benjamin e rapportandole agli odierni scaffali delle librerie nostrane, sembrerebbe proprio che il tedesco abbia fatto una riflessione completamente errata. Solo in Italia abbiamo una produzione di quasi settantamila nuovi titoli all’anno, tanto che si parla spesso di un paese con tantissimi scrittori e pochi lettori. Ma se ci addentriamo nello tsunami di titoli che ogni anno inondano il mercato, quante di queste opere sarebbero in grado di resistere all’Outback australiano, quante riuscirebbero ad attraversarlo indenni?

Naturalmente è difficile dare risposta a una domanda del genere, ma il fallimento cui senza dubbio andrebbero incontro ci porta quindi a chiederci: ci può essere letteratura senza vita? Dove quest’ultima rappresenta l’esperienza intesa come possesso di quello che ci circonda? In un’intervista rilasciata dopo l’uscita del suo libro Finnegan spiega le motivazioni che lo spinsero a partire: “Quello che mi interessava davvero era imparare nuovi modi di essere, evolvermi, sentirmi meno alienato, provare a farmi aderire la pelle e il mondo come fosse un guanto. Non cercavo l’esotismo, piuttosto l’assoluta comprensione della realtà così com’è”.

Le parole di Finnegan sembrano ricalcare, invertendole, quelle di Benjamin, infatti per quest’ultimo “il decadimento dell’esperienza e delle azioni ad esse legate rendono sempre più povera e priva di significato l’esperienza comunicabile”, cioè quello che uno scrittore può e deve trasmettere agli altri. Una storia è il risultato di stratificazioni diverse fatte di molte voci e di molti gesti, che vengono raccolte e rilasciate sotto forma di esperienza per gli altri. Benjamin sancisce una cesura drastica tra narratore e romanziere, dove il primo è colui che “sente” il mondo e lo traduce per gli altri, mentre il secondo si chiude a scrivere nel suo isolamento, dietro la sua scrivania. Il romanziere ha uno spirito conformista, benpensante, conservatore e quindi si inserisce a tutti gli effetti nell’alveo della società occidentale, dove tutto diviene la ripetizione dell’uguale, ripercorrendo modelli e visioni precostituiti.

I nuovi mezzi di comunicazione concorrono a esaltare la pratica conformista della scrittura e depotenziano la narrazione che viene da lontano, una narrazione vissuta e fondata appunto sulla sedimentazione della conoscenza, dove conoscenza non implica la precisione del sapere (altrimenti si tramuterebbe in mera informazione), ma un mezzo per “innalzare” l’animo umano alla meraviglia e quindi sottrarlo a quell’unica chiave di lettura che è la sottomissione totale ai paradigmi di una società egocentrica e tutta uguale. Un buon narratore deve avere come obbligo proprio quello di mostrare la meraviglia e un buon lettore, se avrà occhi per vedere, sarà in grado di giungere a una nuova visione della realtà e del mondo. Ma da dove nasce questo modo atavico e raro di narrare, cos’è che genera una scrittura in grado di definirsi non conformista, di mettere in subbuglio l’animo del lettore e di spingerlo a cercare nuovi modi e nuove immagini del reale?

William Finnegan dopo aver girovagato per più di due anni facendo surf, decide di tornare a casa e di guadagnarsi da vivere scrivendo. Il narratore “torna” a casa per scrivere, ma prima sente il bisogno di uscire e rapportarsi con l’esterno. Il viaggio, il volersi sradicare per ritrovarsi altrove, rappresenta comunque una forma di ribellione alla società sedentaria nella quale siamo tutti incardinati, tanto più se a spingerci a farlo è un’attività improduttiva.

Per Finnegan, come forse per molti altri, allontanarsi da casa e fare surf fu una scelta politica “anche se non del tutto consapevole, fu anche una scelta egoista perché fare surf significa non pensare ad altro, praticare un’attività improduttiva. Io amo il lato barbaro della vita, non ho mai amato l’Impero”. In questa frase di Finnegan risiede tutta la poesia del suo libro, perché non è un semplice romanzo, ma una narrazione che ci restituisce un nuovo concetto di “barbarie” e un nuovo significato di essa in positivo.

Oggi gli scrittori e tutti coloro che prendono parte all’espressione dell’arte potrebbero essere i nuovi barbari, saccheggiare i centri del sapere e restituirci la conoscenza in una nuova forma non omologata ritrovando il coraggio di uscire dalle fortificazioni “dell’Impero” e riscoprendo la vera essenza del mondo: la diversità.

Come William Finnegan dobbiamo ritrovare il coraggio di essere barbari, solo così la creatività potrà dirsi veramente tale.

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