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14 Maggio 2020

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Il nuovo significato di ‘abitare’ deve partire da etica e comunità

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Pubblichiamo oggi il primo intervento di una serie – Le parole del biologico – pensata e realizzata insieme alla collaborazione e al contributo di Alce Nero.

Smart cities, rigenerazione urbana, gentrificazione, social mix, comunità. Quando si parla delle dinamiche contemporanee interne alle metropoli, le parole d’ordine sono sempre queste. Il rischio, però, è di concentrarsi su singoli fenomeni smarrendo una visione d’insieme, in grado di raccontare come stia complessivamente cambiando – e come dovrebbe continuare a evolversi in futuro – il nostro modo di abitare i luoghi: “Sono in atto dinamiche molto diverse e tra loro contrastanti, quasi contraddittorie.

Da una parte troviamo grandi centri e grandi città in continua espansione, in cui gli insediamenti vengono realizzati ex novo; dall’altra c’è stato un movimento che ha puntato sul ripopolamento dei centri minori, che però è rimasto in larga parte un auspicio, quasi un’utopia”, racconta a cheFare Rossella Muroni, ex presidente nazionale di Legambiente e oggi deputata.

Sociologa, esperta nei temi della sostenibilità ambientale nell’ambito turistico e di organizzazione dei servizi territoriali, poco più di un anno fa è stata al centro della cronaca per aver fermato da sola un pullman che stava trasferendo i migranti dal Cara di Castelnuovo in seguito al Decreto Sicurezza varato dall’allora ministro dell’Interno Salvini.

Che lettura dobbiamo dare di due fenomeni così differenti, come l’espansione delle città e il tentativo di ripopolare i centri minori?

Nel primo caso, l’espansione è anche legata alla bolla speculativa che abbiamo avuto in campo edilizio. Una bolla che ha convinto un’intera generazione di potersi permettere di pagare un mutuo e avere così una casa di proprietà, spostandosi appena fuori dal centro. Peccato che poi la bolla sia scoppiata e spesso questi insediamenti extraurbani o immediatamente periferici sono stati lasciati senza servizi e senza mobilità. Sono realtà che ostacolano, per esempio, i bisogni di una famiglia con bambini, perché sono aree che rendono ancora più complessa la gestione dei tempi e degli spazi. Nel caso del ripopolamento dei centri minori, invece, è innegabile come questo movimento sia spesso solo una suggestione. Per noi ecologisti si tratta di qualcosa d’importante ed è per questo che continuiamo a raccontarlo e a promuoverlo, anche perché portarlo a compimento permetterebbe di mettere in sicurezza un pezzo del nostro paese; ma finora poco si è mosso.

Perché non si riesce a dare linfa a questo ripopolamento?

Prendiamo il caso dei terremoti di tre anni fa (quelli che hanno devastato il centro Italia nella seconda metà del 2016, ndr). Sono tre anni che la ricostruzione non parte e in questo lasso di tempo, inevitabilmente, le persone fanno scelte di vita diverse. Quindi non solo non abbiamo ripopolato, ma non siamo nemmeno riusciti a bloccare l’emorragia. Certo, anche in queste situazioni possiamo assistere a esperienze virtuose: da presidente di Legambiente avevo per esempio lanciato il progetto “Alleva la speranza”, attraverso il quale aiutavamo giovani agricoltori e allevatori a restare nei loro paesi supportandoli con dei finanziamenti. Ma è più che altro un’operazione di principio: dobbiamo far vedere che una soluzione sarebbe possibile se la politica avesse il coraggio di fare sistema. Un’altra dimensione da affrontare, invece, è quella dei centri storici delle città che si piegano all’ospitalità turistica. Prima con i bed and breakfast e oggi con Airbnb, c’è un processo di moltiplicazione dell’offerta turistica, legata alla centralità, che ha moltiplicato gli attori che offrono accoglienza e ha avuto come conseguenza lo svuotamento dei centri storici.

Tra le nuove forme di abitare, invece, hai osservato fenomeni positivi e che si stanno consolidando?

Ci sono molte esperienze di rigenerazione urbana, ma anche un’idea di cohousing che si sta diffondendo e in cui si sperimenta non il possesso, ma la condivisione di servizi e spazi. In una società che invecchia come la nostra dovrebbe essere un asse portante: creare comunità attorno ai bisogni e attuare politiche di welfare meno costose ma più efficaci, anche basate sull’affettività, sulla cura del prossimo. Dobbiamo trovare il modo di fare rete, perché il cohousing – vale a dire quartieri o anche solo palazzi che si organizzano per condividere tempi, luoghi e servizi – è una delle rivoluzioni sociali più forti: il cittadino smette di essere un consumatore e diventa un attore protagonista del sistema che cambia.

In Italia abbiamo qualche problema con il cambiamento, ma il futuro potrebbe essere questo: comunità che diventano autonome per quanto riguarda la produzione energetica

Pensiamo anche al tema energetico: noi siamo stati cresciuti con l’idea che per accendere la luce basta premere un pulsante, senza avere alcuna consapevolezza di tutto quello che c’era dietro. Adesso nelle abitazioni italiane, secondo i dati di Legambiente, ci sono più di 800mila impianti di pannelli fotovoltaici; micro impianti energetici che permettono ai cittadini di non essere più consumatori, ma produttori di energia. Attraverso l’abitare siamo riusciti a invertire l’ordine degli addendi. Adesso abbiamo di fronte una grande sfida: nel nostro paese non è ancora possibile scambiare energia prodotta sul posto e venderla magari al proprio vicino. In Italia abbiamo qualche problema con il cambiamento, ma il futuro potrebbe essere questo: comunità – condomini o quartieri interi – che diventano autonome per quanto riguarda la produzione energetica. Abitare un luogo diventa così un pezzo di trasformazione urbana.

Abitare un luogo, come abbiamo detto, significa anche prendersene cura, che è poi l’essenza di uno stile di vita improntato al biologico. A questo proposito, secondo te che ruolo può avere l’agricoltura nella tua idea di città futura?

Alcune interessanti indicazioni di come l’agricoltura bio e sostenibile possa aiutare a prendersi cura e ad abitare i luoghi arrivano dalle esperienze sempre più diffuse di orti urbani. Che siano realizzati in riserve cittadine, parchi pubblici, cortili o terrazzi condominiali aiutano le persone a vivere meglio, a seguire uno stile di vita più sano, offrono una piccola integrazione al reddito e creano una comunità che intorno agli orti si riunisce e si scambia conoscenze. Rappresentano anche un modo molto pratico per riavvicinarsi alla stagionalità degli alimenti e alle ricchezza varietale di frutta e ortaggi che rende così speciale la dieta mediterranea. Ma non solo. Aree verdi e orti urbani aiutano poi a rendere più belle, ricche di biodiversità e resilienti le nostre città. E nelle scuole sono un metodo pratico e coinvolgente di educazione alimentare a 360 gradi.

Eppure di tutto questo si discute abbastanza poco. Soprattutto rispetto al gran parlare che si fa delle smart cities. Secondo te questo modello delle città intelligenti è sostenibile?

La tecnologia è uno strumento, non un fine. L’automazione e l’intelligenza artificiale ci aiuteranno tantissimo a rendere le nostre città più efficaci ed efficienti. Quello che però la politica non sta riuscendo a fare è mettere in connessione i molteplici piani del cambiamento. Ogni cambiamento non può davvero funzionare per il meglio finché non viene collegato agli altri processi in corso. Per esempio: va benissimo che con i sensori e l’automazione sarà possibile avere cassonetti che segnalano da soli quando è il momento di svuotarli, migliorando quindi il processo di raccolta dei rifiuti, ma ci sono tantissimi altri aspetti da prendere in considerazione: dobbiamo recuperare il suolo e combattere contro la sua impermeabilizzazione, dobbiamo riscoprire il valore dei centri sociali e dei luoghi di aggregazione e molto altro ancora. La tecnologia è solo un pezzo, non si può pensare che risolva tutti i problemi. Puoi creare delle smart city a tavolino, ma servono anche gli smart citizens. E fino a quando nelle nostre città andare in bicicletta sarà un’avventura, possiamo parlare quanto vogliamo di tecnologia, ma siamo di fronte a mondi diversi che non comunicano.

Bisogna puntare a una riduzione dei consumi e a una nuova occupazione degli spazi

Altro esempio: un cavallo di battaglia delle smart city sono le auto elettriche. Il vero tema non deve però essere sostituire il motore a benzina con quello elettrico, ma ridurre l’utilizzo dei mezzi privati. Non dobbiamo immaginare che la trasformazione dell’abitare significhi continuare a vivere come abbiamo fatto finora ma con strumenti diversi: bisogna puntare a una riduzione dei consumi e a una nuova occupazione degli spazi. Ci vuole una visione d’insieme che colleghi i puntini e che tenga insieme la necessità delle auto elettriche con la diffusione delle colonnine per la ricarica e servizi come il car sharing per ridurre l’utilizzo di auto private. Altrimenti stiamo parlando solo ai ricchi, a chi l’auto elettrica se la può comprare e gestire in autonomia.

È un rischio a cui si fa spesso riferimento quando si parla di smart cities: che sia un modello che avvantaggia davvero soltanto le classi socioeconomiche più elevate.

Il grande tema della transizione ecologica è infatti anche questo: come possiamo assicurarci che nessuno venga lasciato indietro? Nel decreto crescita sono riuscita a far passare un emendamento, una piccola cosa ma che ritengo molto importante: l’autorizzazione affinché i comuni italiani possano utilizzare i fondi per l’efficientamento energetico anche per le case popolari, che finora non era consentito. È importante che le case popolari smettano di essere il luogo del degrado e dell’abbandono, ma diventino invece il luogo in cui si sperimentano delle nuove politiche. Se il problema è che gli inquilini non pagano l’elettricità perché non hanno i soldi, allora dobbiamo mettere dei pannelli sul tetto. Bisogna interrogarsi sempre di più sulle ricadute dei problemi sociali e sulla nostra capacità di problem solving; bisogna dimostrare che le politiche ambientali tengono sul piano economico e sono anche in grado di creare posti di lavoro, rispondendo contemporaneamente ai bisogni delle persone. Altrimenti i problemi economici verranno sempre messi davanti a quelli ecologici.

Un altro tema collegato a questo è quello dell’economia circolare: può davvero prendere piede e diventare anche un modello di abitare e consumare?

L’economia circolare è qualcosa di emblematico: è il centro della trasformazione ecologica. Io non penso soltanto al riutilizzo della materia, ma proprio a una trasformazione della società, in cui il cittadino smette di essere consumatore di un prodotto ed è invece a monte della catena. Come dicevo prima: se produco energia sul mio tetto devo poterla vendere. Se faccio la raccolta differenziata in maniera puntuale, devo pagare meno tasse. In Veneto vengono per esempio impiegate delle green card che sono in grado di stabilire, famiglia per famiglia, quanti rifiuti hai correttamente smaltito. Si possono utilizzare strumenti di questo tipo per premiare economicamente chi contribuisce al sistema; perché solo così possiamo dimostrare che un buon comportamento ambientale è vantaggioso sotto ogni punto di vista. Dev’essere una rivoluzione copernicana: per questo più che di economia circolare si dovrebbe parlare di società circolare.

Provando a unire i puntini di quanto detto finora, quale potrebbe essere il cuore di questo nuovo modo di abitare?

Per me, una forma di abitare che possiamo definire biologica parte dalla riscoperta del senso della comunità. In cui le nostre abitazioni smettono di essere dei confini, ma dei luoghi in cui si vive insieme. L’abitare del futuro dovrà avere la condivisione come parola d’ordine. Perché ciascuno deve avere una propria lavanderia? La condivisione può essere la soluzione a tanti problemi del nostro tempo, tra cui quello della solitudine. Siamo sempre connessi ma siamo sempre soli. Pensiamo anche alla gestione dei figli: è possibile che in un condominio non si possa trovare un modo di gestire i bambini in comunità, invece di dare per scontato che ogni singola madre debba farsi carico di tutto? Si possono ideare nuove soluzioni e in tante parti d’Europa già si sperimentano. Per noi, in Italia, si tratta anche di recuperare la nostra cultura tradizionale, in cui la famiglia è sempre stata una responsabilità collettiva e allargata: adesso è invece solo un affare di mamma e papà. Dobbiamo ripartire da qui se vogliamo ripensare il nostro modo di abitare: dalla condivisione, dalla comunità, dalla collettività.

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