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22 Giugno 2015

Quello che sta avvenendo è un passaggio culturale del quale noi siamo testimoni, non per forza protagonisti. L’aspetto realmente innovativo è il cambio di prospettiva rispetto al diritto, ai diritti. Le persone a Ventimiglia non si trovavano lì, bloccate, per incapacità, per debolezza, per bisogno di protezione o di solidarietà, ma per una questione di libertà.

Il pane e le rose: nuovi paradigmi culturali di migrazione

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L’immagine che ha fatto il giro del mondo per raccontare le nuove frontiere dell’Europa viene dai Balzi Rossi, gli scogli di Grimaldi che incorniciano il confine marittimo tra Ventimiglia e Menton. Quelle falesie sono un luogo simbolico, che ha rappresentato una tappa fondamentale della storia della civilizzazione.

C’erano terre che volgevano le spalle al sole, sconfortate… terre in perpetuo desiderio.
Francesco Biamonti

Nell’epoca neozoica, quei dirupi a picco sul mare erano stati scelti dall’uomo di Cro-Magnon come sito per custodire i morti. In quelle grotte, a pochi metri dagli scogli, sono state ritrovate statuette votive e i corpi di alcune sepolture.

Lì, quasi per la prima volta, la morte assumeva un ruolo fondamentale nella vita dell’uomo preistorico, l’inizio dei rapporti complessi, del rispetto per i corpi e per i defunti. Un passaggio di civiltà, si direbbe, che oltre 250000 anni fa, aveva permesso il superamento dell’uomo di Cro-Magnon e l’inizio del periodo dell’Homo Sapiens.

L’ironia della sorte vuole che proprio quel luogo, carico di significati, sia stato il teatro di un evento del quale ancora non si distingue la portata, ma che rappresenta uno snodo fondamentale di riflessione sulla libertà di circolazione in Europa. 13 Giugno: un gruppo di migranti viene fermato alla frontiera di Ventimiglia dalla polizia francese che vieta il transito nel territorio d’oltralpe.

migrazione

Bloccati in Italia, i migranti (un gruppo misto con prevalenza di eritrei e somali), anziché cercare riparo e accoglienza, decidono di sostare sugli scogli, manifestando per la libertà di circolazione in Europa e per il (sacrosanto) diritto alla libertà di movimento. A Ventimiglia fa freddo, e quei luoghi – sempre accompagnati dalla luce calda e ambrata del sole ligure – sono invece incorniciati dai colori della burrasca.

Il caso vuole che non si intravedano le case arancio e rosa antico tipiche della riviera, quelle con gli scuri verdi, che hanno reso la Liguria celebre per poeti e pittori. Quegli scogli ricordano all’improvviso altri sbarchi, altri attracchi: a Lesbo, a Lampedusa, a Calais, lo sfogo dalla Francia, l’imbarco per l’Inghilterra. Il mare si somiglia, e così l’esposizione dei migranti. Questa volta, però, non si arriva dal mare.

Non è un approdo, ma un passaggio. Lo scoglio diventa avamposto, picchetto. All’imbrunire, il freddo e il mare la fanno da padrone. I migranti vengono aiutati con delle coperte termiche, per non interrompere la protesta ma sopravvivere alle intemperie. Il risultato è una fotografia potentissima, che fa il giro del mondo: ci sono le falesie, gli archi della ferrovia, le grotte, il museo archeologico, i piloni di cemento della frontiera presidiati dalla Gendarmerie. In primo piano, sugli scogli, con il mare carico di vapore per il vento e per la macaia, e un centinaio di macchie d’argento aggrappate come conchiglie alle rocce.

In un momento in cui è l’essenzialismo a farla da padrone, le produzioni di discorsi e riflessioni sui transiti e le migrazioni trovano la loro collocazione in quella fotografia. Da una parte la retorica dell’esclusione, quella securitaria che alza i muri, evoca ruspe, si trova rappresentata dalla scelta politica (poi smussata nei giorni recenti) della Francia. Sono gli argomenti che sostengono il controllo alle frontiere, l’accesso differenziato tra richiedenti asilo e migranti economici, il calcolo delle quote, le pratiche dei respingimenti.

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Dall’altra, la retorica cristiana del pane e della solidarietà, che unisce da Bauman alle politiche di prima accoglienza nelle stazioni e nei centri. La evoca il sociologo polacco dalle colonne de “La Repubblica”: “Siamo chiamati a unire e non dividere. Qualunque sia il prezzo della solidarietà con le vittime collaterali e dirette della forze della globalizzazione che regnano secondo il principio Divide et Impera, qualunque sia il prezzo dei sacrifici che dovremo pagare nell’immediato, a lungo termine, la solidarietà rimane l’unica via possibile per dare una forma realistica alla speranza di arginare futuri disastri e di non peggiorare la catastrofe in corso”. La esaltano presidenti e politici in pellegrinaggio alla stazione.

Non è mia intenzione criticare la risposta fondamentale ad un bisogno, la generosità dei gesti e il tempo speso nell’aiuto, ma credo che a questo punto la riflessione richieda una prospettiva più ampia, meno legata all’emergenza, unica modalità con la quale, da quasi 25 anni, vengono affrontate le migrazioni.

A partire dai primi sbarchi degli anni Novanta i transiti in Europa e le stabilizzazioni dei cittadini non europei sul territorio sono sempre state vissute come un’emergenza e come una minaccia alla sicurezza. I numeri – di allora e di oggi – si assomigliano. Si stima che dal gennaio 2011 al maggio dello stesso anno siano giunte sulle coste dell’Italia circa 28000 persone in fuga dai conflitti in nord Africa allo scoppio delle primavere arabe.

I giornali e i politici anche a quel tempo avevano gridato all’insostenibile emergenza. “Siamo davanti ad un esodo biblico e di fronte a questo l’Europa non sta facendo nulla. Tace: non ho sentito il presidente Barroso dire qualcosa. L’Italia è stata lasciata da sola (…) le persone che scappano da un Paese allo sbando hanno diritto a una protezione internazionale”. Così apostrofava l’emergenza il Ministro dell’Interno Maroni, sulle colonne de “Il Corriere della Sera” del 14 febbraio 2011.

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E ancora, su “l’Avvenire”, il 15 febbraio dello stesso anno: “Se va avanti così rischiamo di superare gli 80mila arrivi. È per questo che l’intervento è necessario e urgente. Questa crisi è come il terremoto d’Abruzzo, per questo abbiamo mobilitato la protezione civile.”

Infine, il commento di Laura Boldrini, al tempo rappresentante per l’Italia all’UNHCR: “L’Italia ha già dato prova d’essere pronta a gestire flussi migratori importanti. Negli anni ’90 decine di migliaia di albanesi sbarcarono da noi al crollo del regime. E nel ’99 arrivarono sulle coste pugliesi 35 mila kosovari. Non so valutare le minacce di Gheddafi. Posso dire però che il flusso tunisino ha già una componente europea. I migranti tunisini sono giovani, hanno motivazioni economiche, dicono di voler esercitare il loro diritto alla libertà, non credono al cambiamento politico del paese e temono che la fuga del turismo aggravi la povertà. La maggior parte guarda alla Francia, all’Olanda, non all’Italia” (La Stampa, 22 Febbraio 2011).

La Tunisia del 2011 sono la Siria, l’Eritrea e la Libia nell’immaginario e nella rappresentazione dell’emergenza di oggi. Anche quattro anni fa i governatori di alcune regioni (oggi come allora, Zaia) si rifiutavano di accogliere le persone sostenendo che la maggior parte fossero clandestini, finti profughi.

La crisi di quell’anno è stata risolta solo ad aprile, quando il governo si è deciso a concedere la protezione umanitaria temporanea, della durata di sei mesi, a tutti coloro che fossero cittadini tunisini arrivati in Italia prima di quella data. Non si esclude che la strategia del governo anche stavolta sarà simile: regolarizzare tutti sulla base di una forbice temporale e permettere così la circolazione europea, by-passando i problemi sull’identificazione legati al regolamento di Dublino II.

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Questa soluzione, che potrebbe essere il possibile asso nella manica del premier Renzi, risolverebbe molte delle questioni. Quelle legate al che fare dell’emergenza, quelle connesse all’Italia, paese di transito, quelle politiche, per cui si accetta il transito ma non la stabilizzazione sul territorio. L’Italia e i suoi cittadini sarebbero i buoni, coloro che concedono i documenti per magnanimità, derogando anche alle leggi europee. Di tutta risposta, la destra populista inizierebbe ad evocare, oggi come allora, le ruspe.

È possibile uscire dalla dicotomia il pane o le ruspe? Sì, ma è necessario superare la dimensione dell’aiuto solidaristico e la paura dell’altro. Perché colpisce l’immagine sugli scogli? Perché commuove? Perché in un solo momento risponde ad un duplice bisogno: l’infantilizzazione del migrante e la sua dimensione extra: extracomunitaria, extraterrestre.

Le coperte termiche, argentee, rendono la protesta sugli scogli molto più simile a Cocoon che alla marcia di Selma. Eppure, le ragioni per la prolungata sosta sulle rocce (poi sgomberata dalla polizia), mai chieste e mai riportate dalle cronache, avrebbero forse potuto spiegare come ci siano delle ragioni politiche molto poco aliene che hanno portato al sit-in dei Balzi Rossi.

Altre due fotografie, meno iconiche, sono state scattate sui medesimi scogli. I volti sono tagliati dall’inquadratura, ma si leggono chiaramente due cartelli. Il primo recita: “We need to pass”, il secondo, invece “we don’t need food”. E’ in quelle parole che va ricercata la vera novità del picchetto dei Balzi Rossi.

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Quello che sta avvenendo è un passaggio culturale del quale noi siamo testimoni, non per forza protagonisti. L’aspetto realmente innovativo è il cambio di prospettiva rispetto al diritto, ai diritti. Le persone a Ventimiglia non si trovavano lì, bloccate, per incapacità, per debolezza, per bisogno di protezione o di solidarietà, ma per una questione di libertà.

Ridurre il fenomeno migratorio al supporto e all’accoglienza ha, finora, indebolito (per non dire annullato) le posizioni politiche di coloro che arrivano. Sono, in questa argomentazione, persone bisognose. E tutto ciò che viene offerto, e concesso, richiede solo gratitudine. Questo argomento, di fatto, mistifica la questione più ampia e complessa delle relazioni economiche e di potere tra il nord e il sud del mondo, e mantiene una relazione di dipendenza tra il noi e il loro, sempre squilibrata. E’ la libertà di movimento, la possibilità di scegliere dove andare il cuore della questione.

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Certo c’è la prima necessità. Certo è importante che si risponda e si gestisca il bisogno di alimenti, la somministrazione e distribuzione dei presidi essenziali. Tuttavia, la prima necessità distrae dal nocciolo della questione, il vero cambiamento culturale in corso, sul quale è necessario e fondamentale il nostro contributo politico. “We don’t need food” centra il bersaglio.

Non si tratta di richiesta pietistica di aiuto, una concessione dell’Europa buona a coloro che transitano o che scelgono di muoversi nel suo spazio. Si tratta di una dichiarazione politica. La migrazione, parafrasando Foucault, è pratica di liberazione, che punta a realizzare reali pratiche di libertà. “We want to pass” è il simbolo della nuova protesta, che dall’Eritrea, dalla Somalia, dalla Siria, arriva fino alle grotte del neozoico.

Questa rivolta, più che agli sbarchi di Otranto, e a quelli delle primavere arabe, assomiglia alle lotte delle femministe di Lawrence nel 1912. Le lavoratrici, guidate da Rose Schneiderman, avevano proclamato uno sciopero. «What the woman who labors wants is the right to live, not simply exist — the right to life as the rich woman has the right to life, and the sun and music and art. You have nothing that the humblest worker has not a right to have also. The worker must have bread, but she must have roses, too. Help, you women of privilege, give her the ballot to fight with».

Oggi quegli slogan potrebbero essere tradotti così: “Ciò che il migrante che lavora vuole è il diritto a vivere, non semplicemente ad esistere – il diritto alla vita così come ce l’ha l’europeo ricco al sole e alla musica e all’arte. Voi non avete niente che anche il migrante più umile non abbia il diritto di avere. Il migrante deve avere il pane, ma anche le rose. Date una mano anche voi, europei di privilegio, a dare loro la scheda elettorale con cui combattere” o il titolo di viaggio con cui liberamente circolare.

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