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22 febbraio 2018

Il passato è il prologo. La nuova età dell’oro è adesso

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L’epoca presente è una sfida: tra le conseguenze buone e quelle cattive della connessione globale e dello sviluppo umano; tra le forze dell’inclusione e le forze dell’esclusione; tra la fioritura del genio e la fioritura dei rischi. Se ognuno di noi fiorirà o appassirà, e se il XXI secolo verrà ricordato nei libri di storia come uno dei migliori o dei peggiori dell’umanità, dipende da quello che noi tutti facciamo per promuovere le possibilità e mitigare i pericoli che questa sfida porta con sé.

La posta in gioco non potrebbe essere più alta. Ognuno di noi ha la pericolosa fortuna di essere nato in un momento storico – un momento decisivo – nel quale eventi e scelte della nostra vita detteranno le condizioni di numerose vite a venire.

Sì, è la presunzione di ogni generazione che induce a pensarla così, ma questa volta è vero. I processi a lungo termine parlano molto più forte di quanto possa farlo il nostro ego. Lo spostamento dell’umanità nelle città, iniziato circa 10.000 anni fa con i nostri antenati neolitici, è giunto a metà strada durante le nostre vite. Siamo le prime generazioni dell’epoca urbana.

L’inquinamento da carbonio ha portato i gas responsabili dell’effetto serra a concentrazioni che non si riscontravano dalla fine del Cretaceo; quattordici dei quindici anni più caldi mai registrati si sono verificati tutti nel XXI secolo.

Per la prima volta nella storia, il numero di persone povere nel mondo è precipitato (di più di un miliardo di persone dal 1990) e la popolazione totale è cresciuta (di due miliardi) nello stesso tempo. Gli scienziati, oggi, sono più di tutti quelli che sono vissuti fino al 1980, e – in parte grazie a loro – l’aspettativa di vita è cresciuta in misura maggiore negli ultimi cinquant’anni rispetto ai precedenti mille.

La storia viene fatta anche nel breve periodo. Internet, di fatto inesistente fino a vent’anni fa, ha unito un miliardo di persone nel 2005, due miliardi nel 2010 e tre miliardi nel 2015. Ora, più di metà dell’umanità è online. La Cina, dapprima autarchica, è esplosa, diventando l’esportatore e l’economia più grande al mondo. L’India la segue da vicino. Il muro di Berlino è caduto, e la sfida rappresentata dalle ideologie economiche che hanno definito la seconda metà del XX secolo è caduta insieme a lui.

Tutto ciò sembra storia antica quando viene confrontato con i titoli di giornale del nuovo millennio: l’11 settembre; i devastanti tsunami e gli uragani; una crisi finanziaria globale che ha lasciato senza parole i cervelli più pagati al mondo; un collasso nucleare nell’ipersicuro Giappone; gli atti di terrorismo da Montréal a Manchester; la «Brexit», il voto del Regno Unito per uscire dall’Europa; il voto dell’America per eleggere Donald Trump come celebrità al comando – e altri eventi che ci sorprendono in modi diversi, come l’esplosione dei cellulari e dei social media, la mappatura del genoma umano, l’avvento della stampa 3D, la rottura di vecchi tabù sul matrimonio omosessuale, la rilevazione delle onde gravitazionali e la scoperta di pianeti simili alla Terra che orbitano intorno a stelle non lontane da noi.

Sembra che ci svegliamo ogni giorno con un nuovo shock. E lo stesso shock è la prova più convincente che quest’epoca è molto diversa, perché è un dato che viene dall’interno. Lo shock è la nostra prova personale del cambiamento storico – una collisione psichica di realtà e aspettative – ed è stato l’inesorabile tema delle nostre vite. Ci turba e ci anima. E continuerà a farlo. Al momento non parliamo molto di geoingegneria, energia organica, macchine superintelligenti, epidemie create dalla bioingegneria, nanoimprese o «bambini su misura», ma un giorno non lontano – sorpresa! – potrebbe sembrare che non si parli d’altro.

Non sappiamo dove stiamo andando, e così ci lasciamo trascinare – addirittura maltrattare – dalle crisi improvvise e dalle ansie che queste ultime evocano. Ci ritiriamo anziché tendere la mano. In un’epoca in cui dobbiamo sconfiggere la paura con il coraggio, noi invece esitiamo.

Questo è l’attuale stato d’animo a livello globale. I governi britannico e americano, una volta principali promotori del libero scambio, ora incalzano i rispettivi cittadini contro di esso. L’industria, in tutto il mondo, sta accumulando o distribuendo livelli record di contanti, invece di investirli. Verso la fine del 2015 è stato stimato che le corporation globali trattenevano più di 15 trilioni di dollari in contanti e in forme equivalenti al contante – quattro volte tanto l’ammontare stimato una decina di anni prima.

Le aziende componenti l’indice S&P 500, come gruppo, hanno distribuito nel 2014 quasi tutti i loro profitti agli azionisti (tramite dividendi e riacquisti di proprie azioni), piuttosto che scommettere su nuovi progetti e nuove idee.

In politica, sia l’estrema destra (che cerca di invertire la tendenza all’apertura della società verso omosessuali, immigrati e responsabilità globali) sia l’estrema sinistra (che cerca di invertire la tendenza all’apertura della società verso il commercio e l’impresa privata) godono di successi elettorali in una buona parte del mondo sviluppato.

Negli anni novanta, la parola «globalizzazione» era onnipresente. Per molti significava un’unione globale, e rappresentava grandi speranze di un mondo migliore per tutti. Oggi, il termine è un anatema (eccetto per i politici, che imputano alla globalizzazione i problemi che non riescono a risolvere; vedi figura 1.2).

Quello che ci manca, e di cui abbiamo urgentemente bisogno, è una prospettiva. Con essa, possiamo vedere meglio il contesto che definisce la nostra vita e affermare in modo più efficace la nostra volontà sulle più ampie forze che sconvolgono il mondo.

Quando arriveranno i prossimi shock, potremo fare un passo indietro rispetto alla loro immediatezza e collocarli in un contesto più ampio, nel quale abbiamo più potere sul loro significato (e sulla nostra risposta).

I leader civili e politici hanno bisogno di prospettiva per creare una visione positiva che colleghi i grandi fattori di cambiamento alle nostre vite quotidiane.

Gli operatori economici hanno bisogno di prospettiva per dare un taglio al caos delle notizie e informazioni che ci bombardano quotidianamente e poter prendere decisioni competenti.

I giovani hanno bisogno di prospettiva per trovare le risposte alle loro grandi e urgenti domande e la strada verso le loro passioni. La prospettiva è ciò che permette a ognuno di noi di trasformare la totalità dei nostri giorni in un viaggio epico. Ed è quello che aumenta le nostre possibilità di far diventare, tutti insieme, il XXI secolo il migliore dell’umanità.

Ricerche su Google per «globalizzazione», 2004-2015

«La prospettiva è guida e porta, e senza questa nulla si fa bene.» Quando scrisse queste parole, Leonardo da Vinci (1452-1519) stava dando consigli agli artisti, ma avrebbe potuto facilmente dare consigli a tutta la sua generazione.  Contemporaneo di Michelangelo (1475-1564), Leonardo viveva nello stesso momento di scontro fatidico che il suo collega aveva catturato nel marmo. Per acquisire una prospettiva sull’epoca attuale, abbiamo solo bisogno di fare un passo indietro, guardare al passato, e comprendere: ci siamo già passati.

Le forze che cinquecento anni fa confluirono in Europa per scatenare il genio e sovvertire l’ordine sociale sono nuovamente presenti nella nostra vita. Solo che sono più forti, e globali.

Questo dovrebbe riempirci di speranza e determinazione. Speranza, perché in mezzo al caos il Rinascimento ha lasciato un’eredità che celebriamo ancora oggi, dopo cinquecento anni, come una delle più luminose. Anche noi possiamo cogliere l’occasione: possiamo rifiorire ancora, superando largamente in grandezza, estensione geografica e conseguenze positive per il benessere umano lo sbocciare del primo Rinascimento – o, addirittura, un qualsiasi altro momento di fioritura della storia.

Determinazione, perché questa nuova età dell’oro non arriverà mai in modo semplice. Dobbiamo conquistarla, sfidando apertamente le forze che la lacerano.

Nel 1517, Niccolò Machiavelli (1469-1527), uno dei principali filosofi del suo tempo e padre fondatore della scienza politica moderna, scrisse:

Chi vuol vedere quello che ha ad essere, consideri quello che è stato; perché tutte le cose del mondo, in ogni tempo, hanno il proprio riscontro con gli antichi tempi. Il che nasce perché essendo quelle operate dagli uomini, che hanno ed ebbero sempre le medesime passioni, conviene di necessità che le sortischino il medesimo effetto.

Siamo avvisati. Il primo Rinascimento è stato un periodo di cambiamenti radicali sconvolgenti che hanno spinto la società verso, e spesso oltre, il punto di rottura.

Ora, rischiamo di brancolare nel buio di nuovo, come individui, come società e come specie – e siamo già inciampati diverse volte. Ciò ha reso molti di noi cinici e timorosi del futuro. Se vogliamo raggiungere quella grandezza che ancora una volta è resa disponibile all’umanità, dobbiamo avere fede nella sua possibilità. Dobbiamo ampliare e condividere maggiormente i benefici del progresso. Dobbiamo combattere l’ignoranza con i fatti, e la paura con il coraggio. E dobbiamo aiutarci a vicenda per far fronte agli shock che nessuno di noi vedrà arrivare.


Pubblichiamo un estratto dal volume di Ian Goldin e Chris Kutarna, Nuova età dell’oro (Il Saggiatore)

Immagine di copertina: ph. Curtis MacNewton da Unsplash

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