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18 dicembre 2017

Quando arriverà un momento nel quale non saremo più messi continuamente alla prova consolidando competenze, per poi capire che quel che manca non è un affinamento di quelle, ma un interlocutore, un sistema che le riconosca, includa e metta a valore?

Il Re è nudo: lavorare nella cultura

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Lavorare in ambito culturale, coniugando musei e innovazione si è lentamente, quanto inesorabilmente, rivelata impresa sgangherata e fallace. Non ha nemmeno più l’aura poetica del donchisciottesco. Ho deciso con questo anno di chiudere la mia Partita Iva, insensato giogo con tocchi di mistero e sorprese da levare il fiato e il sonno.

La mia conclusione, sul versante della sostanza, del contenuto, dopo anni, è che il momento della acerba libera professione non descrive una transizione maieutica, propedeutica, di passaggio verso posizioni più consistenti, ben disegnate, con un mandato strutturato.

Anzi. La mia esperienza è che, collocata di traverso, esterna e sempre obliqua alle organizzazioni, sempre scomodissima, mi trovo in un gioco perverso a ripetere le medesime cose, ad affrontare le stesse sterili discussioni con rappresentati delle istituzioni a vario titolo, che continuano a considerarmi figura giustapposta e accessoria, senza mai riconoscere proprio in questo un limite. Insomma copro – giocoforza malamente – buchi dei quali non si intendono definire natura e profondità.

Ora qualche considerazione sull’aspetto remunerativo dell’impresa.

Qui tutto si è rotto: patto generazionale? Davvero può apparire etico il carico del 35% su un fatturato che, anche lordo, non garantirebbe altro che un’autonomia di stenti? Davvero alle partite IVA spetta di pagare le pensioni altrui quando è evidente quanto il sistema non regga, non reggerà e non ci garantirà alcun diritto in seguito?

Dal punto di vista della quotidiana gestione finanziaria dell’esistenza, si tratta di una pianificazione di resistenza strategica nella quale si procede via via per sottrazione: niente auto (ma a che serve questo strumento borghese e inquinante?), niente pilates (suvvia, è da babbiona milanese), niente dentista (questa la pagherò carissima), niente esami del sangue (sto bene, non si vede?), basta lezioni di inglese (ho tempo, se voglio, di studiare anche in autonomia; volontà ferrea). Viaggi? Non è il caso. I musei lontani oggi sono fruibili via web. Esiste per quello, e se non lo uso io…

Mi fermo perché non è all’icona della piccola fiammiferaia che avevo intenzione di puntare. Tutt’altro.

Fateveli quattro conti, tutti quanti. Si parla dei giovani come problema sociale, e porelli è vero, senza se e ma. Ma qual è il destino dei quarantenni (io oramai sono più verso i cinquanta, a dirla proprio tutta, in questo momento verità) affannati su mille “lavoretti”, in una diabolica mistificazione del “libero professionista”, ammaliati dal gioco delle tre carte per confondere lordo e netto, che di fatto hanno introiti, pur con tanto impegno, al di sotto o prossimi alla soglia della povertà?

Mi domando davvero se questa sia una consapevolezza condivisa.

Includo nel filone “lavoretti”, ci tengo, lo charme velenoso e autoreferenziale dell’insegnamento a contratto nei corsi universitari: sei chiamato a coprire un vuoto di competenze del sistema di formazione; gratificato (ah, che onore) dalla conferma intellettuale; ricevi in cambio un compenso risibile, per incassare il quale servono sette, otto mesi -o più- e montagne di moduli cartacei e digitali. Parlo di istituzioni pubbliche e private, ciascuna col proprio criptico codice amministrativo. Perché dovrei finanziare le università italiane? Gli studenti pagano la retta prima di cominciare.

Quando arriverà un momento nel quale non saremo più messi continuamente alla prova, in fieri continuo, consolidando competenze, per poi capire che quel che manca non è un affinamento di quelle, ma un interlocutore, un sistema che le riconosca, includa e metta a valore?

La logica conclusione è che l’oggetto di tali competenze non è di interesse, almeno non “politico”, e quindi non sono certo considerate strategiche.

“In ogni momento, assieme a ciò che viene considerato naturale fare e dire, assieme a ciò che i libri, i manifesti pubblicitari in metropolitana e persino le barzellette ci prescrivono di pensare, ci sono tutte quelle cose di cui la società tace senza rendersene conto, desinando ad un disagio solitario chi quelle cose le sente senza saperle nominare. Un silenzio che un giorno si rompe, d’un tratto o poco a poco, e delle parole cominciano a sgorgare sulle cose, finalmente riconosciute, mentre al di sopra si vanno formando altri silenzi.” Annie Ernaux, Gli anni.

Il momento è da creare o, almeno, le parole del disagio. Eccole, dunque le mie parole. Mi sento in una fase di maturità, biologica, professionale e di competenze. Non intendo in nessun modo essere [più] complice (ignaro o soddisfatto, e nemmeno insoddisfatto) di un vischioso e inadatto strumento amministrativo. Non sono io, ad essere inadeguata.

Lavorare con la partita IVA -ed essere autonomi, addirittura “liberi” – significa ben altro: dare contributi cognitivamente rilevanti da un lato (non certo prestarsi alle mille varianti di data entry) e, dall’altro, essere retribuiti con qualche decina di migliaia di euro l’anno.

Volete una stima sensata? Vivendo a Milano, e con famiglia, direi una cinquantina. Almeno. Obiezioni? Critiche?

Sono una filosofa della leggerezza, e attenuo piccoli disagi acquistando un rossetto di Mac. Chi vuole farsi avanti per dire che è sbagliato lo argomenti bene, perché si inerpicherebbe su sentieri rischiosi. Potrei reagire in modo poco urbano. Perché il punto è che voglio poter scegliere e pagare di tasca mia quel rossetto. E non solo. Non è un dettaglio.

Accettare di non vedere riconosciuto il proprio ruolo professionale, attraverso la sua descrizione puntuale, il suo mandato, la sua retribuzione significa tout court commettere un’irrimediabile suicida ingenuità, sperperare nella mancanza di rispetto le proprie energie, producendo livelli di frustrazione che ammalano tutto, senza possibilità di soddisfazione.

È indispensabile e improcrastinabile innescare il cambiamento a partire da lì. Il momento è da creare, dicevo. Ecco, non da sola, certo. Ma parto da me.

Ne sono consapevole. Resta da affrontare la gran domanda: ”e ora? se devi fare qualche lavoro?”. La risposta è che questo è un manifesto (arruffato, ma sempre manifesto): dico no ai “lavoretti” (detesto financo il suono della parola) e prendo posizione.

Sono qui, competente e matura, appassionata e capace. Se qualcuno scorgesse nel mio profilo la risposta ad una lacuna in una organizzazione, semplicemente mi dovrebbe scegliere e fare una proposta onesta e trasparente. Un gesto di fiducia e circolarità. La possibilità di dare un contributo rilevante e di senso.

Non è più momento di fare l’amante dell’uomo sposato.
Corteggiamento, anello, promesse e rispetto.
Ruolo e retribuzioni adeguati, insomma, fuor di metafora.

Non gioco più a fare finta, coprendo iniquità colossali e volgari. Basta. L’alternativa? Sgombero per ricostruire. Ho da leggere tanto, da imparare, che una vita non basta. E non è proprio un lavoretto.

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