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10 aprile 2018

Il valore culturale spiegato agli alieni. Come rendere quantitativo il qualitativo?

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Se vi trovaste davanti ad un alieno cosa fareste? Probabilmente la prima reazione plausibile potrebbe essere un urlo di terrore talmente forte da svegliare la signora anziana del piano di sotto. Del resto vi trovereste davanti ad un essere totalmente sconosciuto, probabilmente proveniente da qualche galassia lontana e senza la più pallida idea di come abbia fatto a viaggiare più veloce della luce per milioni di chilometri per arrivare sul nostro pianeta (per l’esattezza nel salotto di casa vostra). Sarebbe una situazione certamente insolita, che susciterebbe una naturale curiosità verso una presenza così diversa.

La curiosità è fatta di domande a cui teoricamente, se il nostro alieno ne comprende il significato, dovrebbero seguire delle risposte. Cosi arriviamo al punto: come comunicare con un alieno? Il problema non è solo linguistico, bensì dello stesso strumento di comunicazione (Watzlawick)

Attualmente ciò che noi definiamo innovazione culturale, ossia quella pratica in grado di far “vibrare” il nostro capitale immateriale, è aliena al lessico del vigente sistema economico-sociale. O viceversa. Vi è appunto un’incomprensione di base data dalla difficoltà di apertura e tolleranza tra due linguaggi evidentemente in contrasto. L’innovazione culturale pensa e si esprime in termini di valori che, parafrasando Clifford Geertz (1973), immaginiamo come particelle di significato che caratterizzano la nostra stessa essenza, il nostro modo di guardare il mondo. Essa non può evitare un continuo confronto con un sistema che, al contrario, favorisce e abbraccia la quantificazione e la misurazione dei fenomeni, essi siano tangibili o intangibili.

Dal Nord al Sud dell’Italia, con un orecchio rivolto alla più che mai vicina Europa, nuove esigenze e necessità emergono a gran voce, provocando un lento rinnovamento delle pratiche culturali. La sperimentazione e il coraggio della creatività emergono in maniera più o meno prevedibile, in contesti distanti, ma legati da storie di rottura.

Imprenditorialità e produzione culturale ballano timidamente insieme cercando la miglior sincronia. In questo ballo di confortanti azioni imprevedibili, emerge la necessità di una danza comune, guidata da un gran megafono in grado di sincronizzarne passi e voci. In altre parole, è arrivato il momento di comprendere quale azione immaginare per provocare un impatto sistemico.

La domanda perciò importante da porsi è: considerando il percorso fin qui intrapreso in maniera diffusa sul nostro territorio (in questo senso, vi è un importante contributo di Letizia Piangerelli, rispetto all’aggregazione di dati e numeri dell’ innovazione sociale e culturale in Italia) e alla luce delle singole esperienze, quale obiettivo l’innovazione culturale deve porsi per raggiungere una effetto sistemico? Come essa può contribuire all’evoluzione del settore culturale e, in ultima analisi, del sistema economico visto nel suo complesso?

Quali strumenti e quali pratiche sono azionabili per guidare questo percorso?

Nonostante l’innegabile entusiasmo e i numerosi tentativi accademici di rompere la barriera di confronto tra economia e cultura (negli anni ’70 i sociologi Ray and Sayer coniarono il termine “Cultural Turn” per indicare la nuova interazione economico-culturale), un “approccio culturale” (Klamer, 2017), ovvero basato sulla centralità dei valori umani come attivatori di pratiche e azioni, continua ad essere difficilmente praticabile secondo i modelli economici standard.

Sembra, infatti, evidente che un limite apparentemente invalicabile sia stato raggiunto: il linguaggio e gli strumenti economici attuali non sono applicabili perfettamente al settore culturale. In altre parole, abbiamo bisogno di pratiche adatte ad una conversazione di valore, in termini qualitativi, idonei ad esprimere e valutare l’impatto crescente delle imprese culturali sul capitale sociale ed economico dei territori.

Non è più sufficiente pensare la cultura come un capitale necessario per la salute del sistema economico nazionale, se a fronte di tale affermazione non segue una profonda riflessione sul perché di tale importanza. Citando Marianna Martinoni, “la cultura sia in grado di spiegare il suo valore aggiunto”. Per raggiungere tale risultato, è indispensabile comprendere l’alieno di fronte a noi ed individuare un traduttore adatto a convertire il linguaggio immateriale dell’innovazione culturale nell’esigenza di quantificazione dell’attuale sistema economico. Come rendere quantitativo il qualitativo?

La valutazione d’impatto socio-culturale è un ottimo esempio di tale sforzo. Questo strumento di analisi, valutazione e comunicazione dell’intangibile nasce dall’esigenza d’integrare la progettazione culturale e ottenere cosi un frame leggibile dell’effetto diretto ed indiretto (esternalità) di una determinata azione/progetto, su capitale culturale e sociale, nel breve e lungo termine. La complessità di tale operazione, data l’alta componente soggettiva nella valutazione di un’attività che impatta componenti immateriali del singolo e di una comunità, suggerisce una certa prudenza nell’applicazione della metodologia. La valutazione d’impatto qualitativo, infatti, non nasce dall’esigenza di dettaglio nella quantificazione del valore creato da un’organizzazione culturale, ma dalla necessità di “pesare” tale valore e trovarne il linguaggio più idoneo, comprensibile e puntuale.

Perché, quindi, è importante parlare di valutazione d’impatto culturale e sociale oggi? Tale strumento di misurazione può favorire una crescente attenzione verso la comunicazione e la ricerca di una strategia capace di valutare quel valore intangibile creato dai processi socio-culturali.

Potrebbe questo dare un contributo sostanziale alla ricerca accademica e al settore culturale? Sì. La valutazione d’impatto qualitativa ci aiuta a considerare la produzione di cultura oltre il tangibile e ragionare in termini di valore, crescita culturale e qualità, rafforzando cosi l’evoluzione dell’intero sistema. Potrebbe esso contribuire a tracciare una direzione comune, capace di amplificare la voce dell’innovazione culturale attraverso una nuova consapevolezza? Probabilmente, se attori ed innovatori locali adotteranno una narrazione comune per valutare e comunicare quel valore creato. Potrebbe la valutazione d’impatto essere lo strumento definitivo per una sostanziale riformulazione delle attuali regole economico-sociali? No. Pensare per compartimenti non aiuterà la crescita verso un sistema generativo e adatto alle qualità dell’uomo.

L’innovazione culturale deve riconoscere la propria centralità verso la ricerca di un organismo più equo ed adatto all’uomo.

Siamo in una fase di transizione, alla ricerca di nuovi protagonisti, attori e linguaggi. L’attuale confusione e ibridazione lasciano spazi per sperimentare, con la consapevolezza che solo uno sguardo lungimirante verso il rinnovamento delle nostre strutture economico-sociali potrà incanalare l’innovazione culturale verso un ruolo generativo, evitando cosi di cadere nella mera autocelebrazione. Un cambiamento trasversale e sostanziale significa prendere per mano gli angoli più remoti della società e gridare ad alta voce una consapevolezza nuova ed acquisita, un modo di pensare diverso, ma organizzato e consapevole.


Immagine di copertina: ph. John Baker da Unsplash

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