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26 Giugno 2019

Illustrare il mondo per renderlo sostenibile: la neurosostenibilità vista con gli occhi di un’illustratrice

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Verso la fine del 2018, cheFare pubblicava un mio articolo, dal titolo Dalla sostenibilità economica alla neurosostenibilità. Nel pezzo provavo a sviluppare un ragionamento e una domanda, ovvero: il lavoro culturale, sempre più spesso precario, mal retribuito, pone nella vicenda quotidiana di molti, moltissimi, un tema cruciale, quello della sostenibilità economica della professione e, di conseguenza, della sua sostenibilità esistenziale, specie quando il lavoro comporta un carico significativo di ansia e fatica; ma che cosa accade quando il lavoro precario, o più lavori precari, più commissioni, con il relativo portato di stress e cronica incertezza, si combinano, per esempio, con un utilizzo intensivo dei device? E che cosa succede quando si è costretti ad accettare tutti i piccoli lavori che ci vengono offerti? Quanto a lungo è possibile sostenere un certo ritmo di vita e lavoro? Ecco che forse, mi dicevo, si pone un tema ulteriore: quello della neurosostenibilità del lavoro culturale.

Il pezzo è stato molto letto, condiviso e discusso. Segno che qualcuno si è riconosciuto e che la questione esiste. Perciò abbiamo pensato di provare ad allargare la discussione, inoltrando sette domande a persone e amici che lavorano nella cultura, nella conoscenza, nella formazione etc. Crediamo che valga la pena parlarne, che occorra testimoniare, sollevare una discussione pubblica e che questo spazio, infine, sia il luogo giusto per iniziare.

Elisabetta Bianchi, neurosostenibilità

Dopo le prime tre interviste abbiamo rivolto le nostre domande a Elisabetta Bianchi, illustratrice, nata a Crema da qualche anno a Milano dopo una breve parentesi in un collettivo di illustratrici a Bergamo. Elisabetta è una illustratrice freelance e associa alla sua professione più mondi dalla moda alla grafica dal cinema all’editoria. È curiosa, ma anche un po’ spaventata ma ben determinata a non mollare anche perché non è ancora tempo di bilanci.

Quanti anni hai e che lavoro fai?

Ho 28 anni, sono nata a Crema e lavoro come freelance e ufficialmente posso definirmi un’illustratrice anche se poi faccio molti altri lavori più o meno affini. Mi occupo infatti sia di grafica che di cinema e anche di fotografia. Mi piace più che altro l’idea di poter espandere l’illustrazione in più ambiti, senza dovermi specializzare, ma sperimentando e mettendomi alla prova. Questo è un aspetto divertente e liberatorio che mi permette di curiosare diversi luoghi di lavoro, poi certamente la necessità di dovermi sostentare mi obbliga anche ad essere “curiosa” a superare i confini di quella che dovrebbe essere la mia professione o più semplicemente l le mie aspirazioni.

“disegnare era ancora una cosa che mi piaceva, ma che non mi sembrava un vero lavoro”

Tempo fa hai scelto un certo percorso di studi e professionale. Quali erano in quel momento le tue ambizioni e i tuoi desideri?

Ho sempre disegnato ed è sempre stata in qualche modo una cosa con cui sono cresciuta. Però quando ho scelto il liceo artistico non immaginavo un lavoro o una professione, ma inseguivo semplicemente il bisogno di approfondire una tecnica e una passione.

Certo finito il liceo ho vissuto un vero e proprio dramma esistenziale [ride ndr] perché per la mia famiglia, ma anche per me, per come ero cresciuta il lavoro era fare cose come il medico, l’architetto, l’avvocato. Fare un lavoro artistico non mi sembrava una cosa seria, era complicato spiegarlo ai miei e anche a me stessa. Mi faceva paura dire che volevo fare l’artista. Poi alla fine mi sono iscritta a graphic design a NABA anche perché un po’ dava l’idea di un lavoro strutturato e tecnico. E anche se non facevo altro che infilare disegni nei miei progetti non avevo ancora la consapevolezza che sarebbe stata per davvero quella la mia strada: disegnare era ancora una cosa che mi piaceva, ma che non mi sembrava un vero lavoro.

Elisabetta Bianchi, neurosostenibilità

Illustrazione di Elisabetta Bianchi

Alla fine del terzo anno invece dovendo scegliere che tipo di tesi fare e volendo star lontana da qualsiasi corso di specialistica che prevedesse “analisi sul brand” o cose simili ho capito che forse quello che mi piaceva era quello che volevo fare e che era anche possibile farlo, anche grazie all’appoggio di vari docenti che vedevano che il disegno era una parte importante di me. Ho così fatto una tesi insieme ad una compagna di studi in cui abbiamo immaginato una sorta di alfabeto musicale dei rumori e ho deciso di partecipare ad un master sull’illustrazione. E lì ho iniziato a scoprire il mondo professionale dell’illustrazione e a desiderare di farne parte.

Esiste un tema della «neurosostenibilità» nel tuo lavoro e nella tua vita? E come si manifesta? Con quali sintomi? Quali sono, a tuo parere, le cause?

Si indubbiamente. La neurosostenibilità è molto importante, attraversa la mia professione come tutte quelle professioni precarie e su commissione. Nel lavoro si è soli sia nel sostenere il “mestiere” in senso stretto che nel approccio e nella ricerca delle commitenze. Questo è un tempo necessario, ma anche un tempo sottratto allo studio e alla ricerca . La libertà di studiare, approfondire ed esplorare sono infatti elementi necessari a soddisfare la mia curiosità e a proteggermi dalle fatiche della sostenibilità, in un certo senso sviluppandomi neuropsicobiologicamente.

Elisabetta Bianchi, neurosostenibilità

Illustrazione di Elisabetta Bianchi

È una questione di cui parli con i tuoi colleghi e amici o è un tema tabù?

Si è un tema centrale. Non è un tabù né deve esserlo. Ne parliamo. Il confronto è un tema protettivo, oltre che un’ occasione costruttiva per la ricerca. Parlare e confrontarsi aiuta. Non bisogna far diventare il tema tabù negandolo o omettendolo, ma nemmeno esagerare: questa è la contemporaneità in cui viviamo: tocca a noi…

Rispetto alle aspettative e ai desideri con i quali hai intrapreso tempo fa un percorso professionale, oggi qual è il tuo bilancio? E qual è il senso del lavoro che svolgi? 

Il bilancio non saprei, ancora aspetto a farlo, mi concentro sul presente. A volte é un lavoro che necessita dei tempi lenti antitetici ai ritmi frenetici del mercato.  Il senso se si può dire cosi è forse la possibilità di raccontare ed essere forme diverse.

Elisabetta Bianchi, neurosostenibilità

Illustrazione di Elisabetta Bianchi

Quali sono le tue paure e le tue speranze per il futuro della tua vita e del tuo lavoro?

La precarietà è l’aspetto che più mi spaventa e preoccupa maggiormente.  Le speranze sono quelle di avere sempre la possibilità di continuare a fare il mio lavoro migliorandolo.

“l’illustrazione è il mio modo di stare nel mondo”

Quali sono le strategie che intendi porre in essere per rendere la tua vita migliore e per dare maggiore senso al tuo lavoro?

Finito il Master mi sono trasferita a Bergamo insieme ad un’amica anche lei illustratrice [Elenia Beretta], era anche un modo per stare unite, per farci forza. Poi è nato proprio un gruppo, un collettivo di illustratrici. A quel punto insieme siamo riuscite a costruire dei laboratori nelle scuole, abbiamo trovato uno sponsor, e soprattutto facevamo ricerca, ossia mettevamo al centro i temi per noi urgenti e da discutere attraverso lo strumento dell’illustrazione. Poi il gruppo in parte si è sciolto sempre per i soliti motivi di sostenibilità: io sono tornata a Milano, un’altra a Berlino. Ma quell’esperienza è stata fortemente formativa per tutte noi, abbiamo imparato a costruire relazioni di lavoro e a rapportarci con gli studi. È stato un po’ l’inizio per tutte noi.

Elisabetta Bianchi, neurosostenibilità

Illustrazione di Elisabetta Bianchi

Così oggi declino quella strategia in una continua diversificazione del lavoro e dei relativi committenti. Punto a utilizzare l’illustrazione, il mio mestiere per aprirmi strade in percorsi mai battuti prima, in mondi dentro ai quali ancora non è pensata l’illustrazione. Ma magari sono io che sono una mitomane! [risata, ndr] Insomma cerco di frequentare i mondi che mi incuriosiscono e mi interessano legandoli con l’illustrazione che è poi il mio modo di stare nel mondo.

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