Almanacco > Inediti
17 Settembre 2019

Fermi alle Colonne d’Ercole: una proposta per ripensare la misurazione dell’impatto sociale

Scarica l'inedito in PDF!

Per scaricare l’articolo in pdf bisogna essere iscritti alla newsletter di cheFare, completando il campo qui sotto l’iscrizione è automatica.

Inserisci i dati richiesti anche se sei già iscritto e usa un indirizzo email corretto e funzionante: ti manderemo una mail con il link per scaricare il PDF.

Se inserisci il tuo indirizzo mail riceverai la nostra newsletter. Questa è la nostra informativa privacy

[recaptcha size:compact]

L’impatto sociale monopolizza sempre più il confronto sul futuro del terzo settore, anche se il tema non riguarda esclusivamente queste organizzazioni e il dibattito è animato soprattutto da soggetti esterni ad esso.

Il legislatore, in primo luogo, che ha inserito l’impatto sociale tra gli elementi caratterizzanti la riforma del terzo settore, suscitando un acceso dibattito tra gli addetti ai lavori che ha influito sulle diverse stesure della legge delega e dei decreti attuativi. E, in secondo luogo, a spingere sull’assunzione di una logica impact sono i finanziatori del terzo settore, sia quelli filantropici che quelli finanziari, come dimostra la proliferazione di fondi d’investimento a impatto sociale e relativi programmi di capacity building.

La missione di perseguire finalità di interesse generale richiede di adottare un approccio strategico

Non sono da dimenticare inoltre gli attori della ricerca, accademica e applicata, che hanno trovato intorno allo stesso tema sia un’occasione di confronto – spesso acceso – sugli approcci e sulle culture che lo sostanziano, sia un’occasione per intervenire come consulenti che contribuiscono a costruire strumenti e metriche per la misurazione d’impatto. Questa forte spinta esogena si accompagna a interrogativi interni ai soggetti di terzo settore e che sostanzialmente riguardano due aspetti.

Il primo consiste nel comprendere la reale efficacia degli interventi messi in atto soprattutto da parte di organizzazioni mature che, in alcuni casi, dispongono di leve organizzative, gestionali, economiche e di policy importanti.

Il secondo aspetto riguarda la capacità / volontà di agire a tutti gli effetti come “agenti di cambiamento”, investendo su innovazioni di prodotto e di processo e adottando a tal fine strategie di adattamento organizzativo interno. Una propensione volta non certo ad assecondare una moda del momento o peggio a subire un fenomeno di colonizzazione culturale, ma frutto piuttosto della consapevolezza che la missione di perseguire finalità di interesse generale, in particolare in questa fase storica, richiede di adottare un approccio strategico, oltre che un modus operandi, ispirato a generare intenzionalmente cambiamenti sociali positivi e duraturi. In estrema sintesi: impatto sociale.

L’impatto delle case di quartiere da un’angolatura insieme scontata e inedita

Questo campo così ricco di tensioni risulta particolarmente visibile in quelle realtà di terzo settore più esposte nei contesti socioeconomici e comunitari, meno legate a specializzazioni settoriali e più esplicitamente animate da intenti trasformativi.

Realtà dove, da una parte, risulta più complesso individuare i beneficiari – sia diretti che indiretti – e gli stakeholder, ma dove, d’altro canto, è più sfidante definire e misurare i risultati del proprio operato. Se infatti si utilizzano modelli valutativi basati sul semplice rendiconto delle risorse allocate dai finanziatori il rischio è di cogliere solo una parte di questa propensione generativa e quindi è necessario adottare approcci e metodologie capaci di catturare una molteplicità di ritorni – diretti e indiretti, intenzionali e inconsapevoli – rispetto a risorse che sono non semplicemente redistribuite ma prodotte e investite per abilitare e non solo servire i diversi interlocutori.

Una buona pratica in tal senso è rappresentata dalla rete delle Case di quartiere di Torino che negli ultimi anni si è cimentata in un percorso di individuazione delle proprie dimensioni d’impatto sociale e di loro prima misurazione con il supporto di Euricse.

Le Case di quartiere torinesi rappresentano un contesto ideale per osservare “l’impatto dell’impatto”

Durante il seminario di presentazione del primo rapporto d’impatto tenutosi lo scorso luglio sono emersi alcuni temi di interesse che proveremo a riassumere nei punti seguenti, assumendo un punto di vista tanto scontato quanto inedito: quello degli operatori sociali.

Guardando infatti sia agli strumenti che, più in generale, agli obiettivi delle misurazione d’impatto sociale appare chiaro che il focus valutativo in questo ambito è posto su un insieme di fattori e di variabili che restituiscono un’ampia e complessa dimensione “ambientale” più che un’attività puntuale e, all’interno di questa, prevale un orientamento a cogliere gli esiti più che la progettazione e l’esecuzione dei diversi interventi.

Un orientamento quindi che, nel suo complesso, contribuisce non certo a marginalizzare il ruolo dell’operatore sociale, anzi, ma certamente a ridefinirne il posizionamento e, almeno in parte, l’esercizio del proprio ruolo anche all’interno delle organizzazioni e delle reti nelle quali queste figure professionali si trovano a operare.

E ancora una volta le Case di quartiere torinesi rappresentano un contesto ideale per osservare “l’impatto dell’impatto” su operatori sociali che spesso agiscono come costruttori e gestori di comunità imprenditive che agiscono attivamente non solo in qualità di utenti o consumatori, ma anche come cogestori di queste infrastrutture sociali.

Operatori sociali nell’occhio del ciclone valutativo

Un primo elemento di sfida per gli operatori sociali nell’era dell’impatto consiste in una presa d’atto semplice quanto carica di conseguenze: la rottura del monopolio della qualità della prestazione nel determinare la qualità complessiva del servizio. Negli ultimi decenni i modelli valutativi e, a cascata, gli approcci progettuali, i mansionari, gli assetti organizzativi, gli organigrammi, i piani di formazione, ecc. sono stati costruiti intorno a elementi qualitativi centrati sul servizio inteso come unità prestazionale rivolta ad una precisa tipologia di beneficiario e in qualche modo impermeabile rispetto al contesto.

La prospettiva dell’impatto sociale si basa invece sulla propensione a contaminare la prestazione rispetto all’ambiente e ravvisa proprio in questa interpolazione l’elemento cruciale intorno al quale definire la qualità dell’intervento.

Conoscenze che spesso sono mediate attraverso intelligenze collettive

Un secondo elemento di mutamento generato dall’adozione di un orientamento, quasi una forma mentis, verso l’impatto sociale riguarda l’“upgrade” dei meccanismi di apprendimento legati alla valutazione. L’apertura al contesto e l’orientamento al cambiamento richiedono una capacità di rielaborazione e apprendimento più articolata e complessa sia alle persone che alle organizzazioni perché si tratta di sintetizzare informazioni e analisi di diversa natura.

Conoscenze che spesso sono mediate attraverso intelligenze collettive che corrispondono non solo a comunità professionali omogenee secondo il classico approccio dell’apprendimento tra pari, ma sono composte da soggetti diversi non solo in termini di ruolo (utenti, operatori, finanziatori, cittadini, ecc.) ma di capacità di decodificare bisogni e aspirazioni diverse, oltre che apportare risorse altrettanto diversificate.

Terzo importante elemento di sfida riguarda il superamento di approcci al servizio sociale basati su logiche di gestione e di coordinamento facendo utilizzo di risorse, a vario livello, date, per fare spazio invece a un approccio che persegue obiettivi di trasformazione sociale. In questo passaggio risiede la formazione, o forse meglio il recupero, di quella dimensione di “radicalità” spesso invocata dagli esperti di impatto sociale e riferita sia alle strategie delle organizzazioni che all’operatività di alcuni ruoli chiave, in particolare di coloro che svolgono funzioni di interfaccia rispetto ai tessuti comunitari.

Al di là dei richiami generali, in termini più operativi potrebbe trattarsi di rigenerare due competenze basilari del lavoro sociale.

La prima consiste nella capacità di organizzare l’advocacy, assecondando un protagonismo dal basso più puntiforme e auto interessato che sempre più si manifesta sia nelle aree urbane che in quelle interne del Paese.

La seconda competenza da rimettere in campo riguarda la capacità tutta educativa di abilitare competenze gestionali e capacità di azione collettiva secondo schemi di imprenditività sociale che possono trovare un importante campo di applicazione in progettualità come può essere un hub comunitario all’interno del quale prevalgono meccanismi di coproduzione dei servizi e di cogenerazione dello sviluppo.

L’operatore sociale rappresenta lo snodo di processi valutativi complessi

In sintesi modelli alternativi di capacitazione che contribuiscono a ridefinire l’offerta dei servizi di welfare sociale e i relativi modelli di organizzazione delle attività traendo ispirazione più dalle capacità di coordinamento delle piattaforme digitali che abilitano una pluralità di apporti piuttosto che dai modelli burocratici e aziendali classici improntati alla standardizzazione dei processi.

Infine l’operatore sociale può svolgere un ruolo cruciale, come è emerso dalla discussione nei gruppi di lavoro del seminario torinese, anche per quanto riguarda la formazione del dato che contribuisce a misurare, o meglio approssimare, la dimensione d’impatto.

Nella fase attuale, infatti, le metriche adottate in campo sociale soffrono, oltre a una cronica sottovalutazione dei costi, anche di due limiti metodologici.

Diversi report intestati come ‘d’impatto” si fermano alle Colonne d’Ercole degli outcome

Il primo è la scarsa, per non dire nulla, capacità di generare dati “naturali” legati cioè ai comportamenti e alle azioni messe in atto dagli attori a vario titolo coinvolti nelle diverse azioni progettuali in termini di manifestazione di preferenze, apporto di contributi e risorse, generazione di feedback. Non esistono, o sono solo embrionali, strumenti di raccolta dati (data mining) e sistemi di elaborazione (basati su intelligenza artificiale e non) in grado di restituire in corso d’opera riscontri intorno ai quali operare approfondimenti che colgano dimensioni d’impatto vere e proprie. Ed è forse anche per questa ragione che diversi report intestati come “d’impatto” in realtà si fermano alle colonne d’ercole degli outcome, cioè di benefici ulteriori però ancora strettamente legati a quella dimensione di output che la logica d’impatto vorrebbe traguardare.

Il secondo limite, legato al precedente, riguarda le modalità di costruzione dei dati valutativi che spesso si basano su ricostruzioni ex post, sia per limiti contingenti nel far dialogare progettazione e valutazione, sia per limiti oggettivi legati alla complessità dei progetti. A questo limite si risponde solitamente attraverso approcci di autovalutazione che spesso vedono protagonisti diretti o indiretti gli operatori sociali, in quanto essi vengono chiamati a fornire le informazioni o ad agire come rilevatori presso altre fonti. Un ruolo cruciale e, al tempo stesso, ambivalente che sollecita la formulazione di una deontologia professionale dedicata.

Coltivare un rapporto dialogico tra operatori e valutatori

In sintesi, l’affermazione dell’impatto sociale come matrice delle politiche sociali evidenzia alcuni passaggi che sono, al tempo stesso, rilevanti e ormai inevitabili.

L’operatore sociale rappresenta lo snodo di processi valutativi complessi perché contribuisce a costruire la “materia base” in termini di dati e di conoscenza. Inoltre è chiamato a mediare con ricercatori e consulenti rispetto all’adozione di strumenti che forti di un rigore metodologico a volte imposto in senso top down contribuiscono certamente a far emergere elementi di lettura della realtà e delle sue modificazioni rilevanti, ma possono anche di fagocitare i processi di progettazione sociale.

Il rischio, in particolare, è di assistere a una sfrondatura di quegli elementi di incertezza e di inatteso che spesso contribuiscono a fare, in senso positivo, quella differenza che in molti oggi non solo auspicano ma ricercano attivamente attraverso il lavoro sociale.

Per questo un terreno d’incontro può consistere nell’esercizio di una capacità che è (o dovrebbe) essere patrimonio di entrambi ovvero il dialogo attraverso il quale non semplicemente mediare o adattare i rispettivi approcci e metodi, ma piuttosto generare una conoscenza che sia pienamente rispondente rispetto ai processi valutati.

La newsletter di cheFare

Le attività e gli articoli di cheFare nella tua mail

Ti piace cheFare?

Seguici su Facebook!

Questo articolo appartiene a:

Percorsi > Innovazione sociale

Potrebbero interessarti anche questi articoli

Cosa sono i nuovi centri culturali, l’avanguardia della trasformazione culturale

17 Ottobre 2019
Valentina Sommariva

Terremoto, distruzione tra territori e comunità: la ricerca militante di Emidio di Treviri

17 Ottobre 2019

No, non è la tecnologia che ci sta rendendo stupidi

14 Ottobre 2019