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24 Settembre 2018

Imprese sociali e welfare culturale. La sfida di Officine Culturali a Catania

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Da dove siamo partiti: prendersi cura dei luoghi, coinvolgere le persone

Nel 2009, un gruppo informale di studenti universitari e neolaureati provenienti da un laboratorio di comunicazione dei beni culturali voluto dalla allora Facoltà di Lettere dell’Università di Catania, decise di proporsi come soggetto attivo ed organizzato per le attività di fruizione della loro sede universitaria. Una cosa abbastanza inusuale, si potrebbe pensare: se non fosse che la loro sede universitaria era un ex monastero dei benedettini di 4 secoli, su 4 ettari per 4 piani, ai margini del centro storico della città, monumento nazionale dal 1869, parte del sito UNESCO “Late Baroque Towns of the Val di Noto (South-Eastern Sicily)” dal 2002 e bene rilevante per l’architettura contemporanea nel suo progetto Guida redatto da Giancarlo De Carlo, l’architetto che negli anni ‘80 del secolo scorso fu incaricato dall’Università di Catania del suo recupero e della sua visione di rifunzionalizzazione. Non era poca roba, tutto considerato.

culturale

La fruizione delegata, primo prodromo del partenariato

L’Università non poteva svolgere quelle attività in forma diretta, avendo come missioni primarie la ricerca e la didattica, né c’erano le condizioni di attivare i cosiddetti servizi aggiuntivi (Art. 117 del codice dei beni culturali), in assenza di operatori interessati e di condizioni di mercato tali da giustificare un investimento profit in tal senso. Dopo una ricognizione la Facoltà optò per affidare alla associazione Officine Culturali, fondata da quelle e altre persone, le attività di comunicazione e fruizione del complesso architettonico, a patto che non vi fossero oneri per l’ente pubblico e anzi si prevedesse un ricavo percentuale sugli incassi eventuali. Quella che poi sarebbe stata chiamata Terza Missione degli atenei, quel corpus di attività che le università intraprendono per aumentare i propri effetti positivi a favore dei territori che li ospitano, in termini di benessere, inclusione sociale, occupazione ed economie, prendeva forma nel rapporto convenzionale tra la associazione e l’Università e nelle attività realizzate quotidianamente.

E così sono successe un po’ di cose

L’azione congiunta di Officine Culturali e dell’Università di Catania ha quindi generato complessivamente un’adesione crescente e convinta della comunità locale, sempre più consapevole della natura di bene comune del Monastero e dei suoi utilizzi possibili, mediante visite guidate, con circa 180mila visitatori accompagnati in 8 anni, spettacoli teatrali site-specific, presentazioni di libri, attività per le famiglie, attività tra le associazioni, concerti, workshop e focus group sugli spazi urbani e pubblici circostanti; bambini e ragazzi di ogni età sono stati coinvolti a migliaia ogni anno nella partecipazione ad attività educative e nella co-creazione di contenuti; sono stati attivati processi inclusivi volti ad abbattere barriere architettoniche, sociali, economiche e cognitive: tutto questo negli anni ha radicalmente cambiato la percezione del complesso architettonico da parte della città, attivando sentimenti di integrazione, partecipazione, coinvolgimento e cittadinanza consapevole.

L’associazione è riuscita inoltre gradualmente a stabilizzare 10 dei suoi soci con Contratto Collettivo Nazionale del Lavoro Federculture e a tempo indeterminato, prevalentemente donne. Ciò con non poche difficoltà derivanti da un flusso di ricavi prevalentemente riconducibili alla bigliettazione di quelle attività di tipo “market”, in un settore (fruizione del patrimonio storico artistico) tendenzialmente in contrazione per ciò che concerne i consumi culturali, che nel quinquennio 2011-2015 ha registrato il -4,1% per valore aggiunto e nel periodo 2016-2017 il -4% per occupazione, più di 2mila posti persi (Symbola, 2016, 2018).

Sostenibilità solo a mercato, altrimenti “ti prendi cura” la domenica

Al racconto dei risultati ottenuti corrisponde sempre un lavoro invisibile dietro le quinte, fatto di ascolto dei bisogni, individuazione dei problemi, progettazione di azioni e soluzioni, comunicazione, informazione ed esecuzione di attività (tante, estese e inarrestabili), la loro amministrazione e la loro valutazione e rielaborazione. Tutto quel monte ore che corrisponde a tante tante giornate di tempo-lavoro, divenendo un combinato efficace di professionalità e continuità. Possibili, quei risultati, solo se dei professionisti li perseguono per lavoro; impossibili se il loro raggiungimento venisse affidato solo al volontariato nel tempo libero: perché quel “lavoro”, se svolto da professionisti nel loro tempo libero non potrebbe essere continuativo (i professionisti professerebbero la propria professione altrove durante il loro tempo-lavoro, dedicando al volontariato una minor parte nel tempo libero); se invece fosse affidato a non professionisti, magari molto dediti al volontariato (cosa di per sé pregevole per la spinta civica che la anima, ma oggetto di un ragionamento adeguato, magari in altra sede), potrebbe essere esteso nel tempo ma appunto non svolto in maniera professionale. Ed ecco una bella contraddizione tra tempo-lavoro e tempo libero.

Ma c’è un “ma”, e l’esperienza di Officine Culturali lo ha evidenziato assai chiaramente. Nei servizi di fruizione culturale del cosiddetto patrimonio minore, per intenderci quello che non è classificato come “grandi attrattori” (anche se di enorme rilevanza per qualcuno o per tanti), e soprattutto quando molti di quei servizi sono dedicati a pubblici di regola da un basso tasso di partecipazione (per diversi motivi), per quei servizi vige una regola aurea, ovvero che – al netto di inefficienze – il tempo e le energie indispensabili per produrre attività utili ad aumentare la partecipazione culturale sono assolutamente maggiori dei ricavi necessari per soddisfarli redditualmente appieno, se tali ricavi sono affidati esclusivamente al mercato (attività “market” li definisce ISTAT) degli utenti finali.

Quali utenti? Gli esclusi pagano?

Si potrebbero fare molti esempi, tra cui i servizi educativi rivolti alle scuole. I minori in età scolastica hanno alcuni bisogni precisi, in primo luogo di attività volte alla produzione di conoscenza integrabili con i loro percorsi curriculari, e non di meno di avere dedicati linguaggi e metodi di apprendimento aggiornati, inclusivi e possibilmente piacevoli. Un vero e proprio pezzo di welfare culturale che gli operatori di musei, biblioteche, teatri, centri culturali si sforzano a rendere i più efficaci possibili. Ma le famiglie a cui quei minori appartengono considerano i servizi culturali spesso accessori o peggio ancora servizi di lusso, soprattutto quando fanno parte di quel 20% circa di “poveri” (assoluti o relativi, ISTAT 2018). Giustamente. E per quanto lo Stato italiano consideri la fruizione culturale un “servizio pubblico essenziale” (Dlgs. n. 146/2015), la progettazione e l’esecuzione di servizi educativi non esiste se non come servizio commerciale a mercato.

Per Officine Culturali ad esempio l’utenza scolastica, che costituisce il 22% dell’utenza complessiva, “pesa” il 5% sul totale dei ricavi: anche se i servizi educativi sono tecnicamente “market”, il loro rendimento è sostanzialmente “non market” (come le attività di circa il 69,4% delle non profit culturali italiane, ISTAT 2011), ed è giusto che sia così perché quel segmento di attività culturali afferisce all’educazione e all’istruzione, che notoriamente sono attività socialmente indispensabili e non (ancora) di mercato.

Tra Stato (indolente) e mercato (insufficiente), ecco il welfare culturale (delegato)

Quindi, riepilogando, non tutto il comparto culturale, o almeno non quello del “patrimonio storico artistico” (Rapporto Symbola, lo citavamo prima), è così forte economicamente come si urla ai quattro venti. Tanta “domanda” che piuttosto si traduce in bisogni, e tanti bisogni che spesso sono ignorati, o ancora sono parzialmente o per niente espressi. Ma ci sono: sono bisogni educativi, sono bisogni di conoscenza, sono bisogni di partecipazione, sono bisogni di inclusione e di integrazione, sono bisogni di qualità della vita, sono bisogni di socializzazione e di usi comunitari. E a questi bisogni (a questa “domanda”) spesso corrispondono quelle professionalità già raccontate, di operatori culturali nei luoghi della cultura (musei, monumenti, teatri, archivi e biblioteche, e tanti altri che sfuggono alle definizioni codicistiche) che si fanno educatori e mediatori, persone capaci in ascolto e con gli strumenti giusti. Ma che si confrontano con “partecipanti” o “utenti”, piuttosto che con “clienti”. Eppure, al contrario del settore dei servizi sociali, in questo welfare culturale ancora i decisori pubblici non vedono un servizio di pubblica utilità, almeno non così tanto da allocare risorse economiche per la loro progettazione ed esecuzione.

Ed ecco che spesso quelle organizzazioni che ricadono nel neologico mondo del welfare culturale sono dilaniate tra la velleità di voler realizzare una missione di pubblica utilità e di rilevanza sociale, e la necessità di far quadrare i conti, che vuol dire guardare il futuro attraverso una griglia di Excel e spesso essere costretti ad eseguire prevalentemente attività prestazionali e meno (o progressivamente per nulla) orientate alla produzione di valore, benessere, inclusione e coesione.

Che fare? Intanto gli strumenti

L’indolenza non può costituire l’orientamento prevalente che si riserva alle azioni di welfare culturale, ma ad oggi è la cifra di politiche pubbliche che ostinatamente disconoscono la pluralità di azioni in tal senso, orientando i già risicati budget pubblici (0,3% del bilancio dello Stato, Manifesto CAE 2018) al (necessario) mondo della tutela del patrimonio, alla sua gestione e a quello della produzione culturale (FUS, ad esempio), ma pressoché mai a quello della mediazione culturale, se non in alcuni casi di musei pubblici lungimiranti.

I soggetti privati come Officine Culturali che assumono la missione di rendere accessibile, comprensibile e partecipativo il patrimonio culturale, fino ad oggi non solo restano fuori da qualsivoglia strategia pubblica basata anche sul sostegno economico, ma soffrono una condizione di disconoscimento che li relega in zone grigie di pseudo servizi aggiuntivi a mercato, ma dove il mercato non c’è e ci sono solo forti bisogni sociali. Non solo, ma fino al 2017 le tante organizzazioni culturali prevalentemente welfare oriented quando dovevano tentare vie di sostenibilità strutturata (prestazioni e servizi “sinallagmatici” in cambio di corrispettivi, assunzioni di personale, sottoscrizione di contratti contropartuali, etc.), rischiavano seriamente di essere fraintese per mascherate organizzazioni commerciali, precipitando nel baratro della sanzione per rimanerne definitivamente schiacciate. O schiacciate da deboli flussi di ricavi, insufficienti alla gestione delle proprie strutture.

Se popolate da lavoratori professionisti, e con l’intenzione di affiancare e sostenere le attività “non market” per il raggiungimento della missione sociale con attività “market”, quelle organizzazioni dal 2017 hanno a disposizione almeno un nuovo strumento normativo e organizzativo.

Il riconoscimento, finalmente

Leggere elencate nel decreto legislativo 3 luglio 2017, n. 112 (“Revisione della disciplina in materia di impresa sociale”) tra le «attività d’impresa di interesse generale per il perseguimento di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale» (Art. 1, quello che puoi fare con la tua impresa sociale, per intenderci) le tue cose, quelle che fai quotidianamente, come (Art. 2) gli interventi di tutela e valorizzazione del patrimonio culturale e del paesaggio, la ricerca scientifica di particolare interesse sociale, le attività culturali di interesse sociale con finalità educativa, la formazione extra-scolastica, finalizzata […] al contrasto della povertà educativa, l’organizzazione e la gestione di attività turistiche di interesse sociale, culturale o religioso, quando leggi tutto questo capisci che finalmente il tuo mondo è stato innanzitutto ampiamente riconosciuto non solo come “petrolio” con cui “si mangia” anzichenò, ma come attivatore di relazioni sociali, mezzo per rafforzare l’inclusione dei tanti che non solo non partecipano culturalmente, ma sono proprio esclusi dai rapporti sociali. Leggi quel testo e ti viene voglia nuovamente di metterti al lavoro.

Riconosciuta l’utilità sociale, in cambio di agevolazioni

Non è facile pensare di farcela solo con il mercato delle attività di fruizione, questo è palese. Ma sapere che se ti dovesse andare bene, un po’ perché sei bravo, un po’ perché tiri spesso la cinghia, un po’ perché la congiuntura magari aiuta in quel momento, se tutti questi fattori astrali dovessero allinearsi e tu riuscissi a produrre un qualche utile al netto dei costi di produzione (lavoro per primo), sapere che – se palesemente reinvestiti nelle attività prevalenti che svolgi come impresa sociale (lavoro per primo) e non invece redistribuiti direttamente o indirettamente (Art. 3) – questo utile non è soggetto ad imposta (Art. 18), ecco, tutto questo davvero non è poco. Pensare ovvero che se riesci ad accantonare quell’utile, quello poi diventerebbe una tua riserva per gli anni successivi, ovvero un anticipo sul lavoro dei tuoi operatori, e una base per nuovi investimenti, ecco che brilla la prima importante novità economica della riforma. Non era così per una associazione, ed ora è tutto più chiaro e possibile.

Il coinvolgimento attivo dei lavoratori e degli utenti

Ora, potrà sembrare un po’ “vetero” (tanto siamo su CheFare e me lo posso permettere), ma pensare ad una impresa che per legge deve adeguatamente coinvolgere i «lavoratori, gli utenti e altri soggetti direttamente interessati alle attività» (Art. 11) della organizzazione, beh francamente mi sembra abbastanza rivoluzionario. Rimane un “disegno” semi verticale, con un management individuato (nel nostro caso) dall’assemblea dei soci e poi dallo stesso consiglio direttivo: ma l’essere “costretti” ad attivare meccanismi di consultazione o di partecipazione mediante i quali i lavoratori, utenti e altri soggetti direttamente interessati alle attività siano posti in grado di esercitare un’influenza sulle decisioni dell’impresa sociale, con particolare riferimento alle questioni che incidano direttamente sulle condizioni di lavoro e sulla qualità dei beni o dei servizi, tutto questo metterà i futuri imprenditori sociali davanti alla necessità di ripensare profondamente ai rapporti interni dell’organizzazione, interpretando la legge non come un dispositivo da ingannare con funambolici artifizi, ma come una grande opportunità di democratizzazione dei processi di generazione di cambiamento sociale, che è innovazione non solo per quello che produce ma anche per il come.

E ancora sul lavoro delle imprese sociali

Non basta il coinvolgimento, ma il decreto stabilisce anche che la differenza retributiva tra i lavoratori dipendenti dell’impresa sociale non può essere superiore al rapporto di uno ad otto (Art. 13), fissando così un range dove meritocrazie, esperienze, competenze e titoli possono convivere con la lotta ad abnormi sperequazioni. Cosa non da poco, si pone un tetto anche al ricorso ai volontari, di cui è ammessa la prestazione (se registrati in apposito registro) ma il loro numero, se impiegati nell’attività d’impresa, non può essere superiore a quello dei lavoratori. E devono essere per legge assicurati contro infortuni, malattie professionali e responsabilità civile. E ci mancava.

Ma chi si prende cura di chi si prende cura?

Detto tutto questo, rimane il nodo principale, che la riforma non riesce e non è stata messa in condizioni di sciogliere: ma a quale mercato deve abbeverarsi questa impresa, seppur sociale? Il rischio che un welfare (culturale, nel nostro caso), potenzialmente capace di impattare sulle fragilità sociali del nostro presente ma progressivamente delegato a privati pur competenti e con ottime intenzioni, sia debole per la sostenibilità del suo “motore”, quel rischio c’è, persiste e rimane in agguato. Gli “ultimi” e i “penultimi”, a cui una buona fetta del welfare (culturale, nel nostro caso) si rivolge, non possono diventare clienti, ma al più – riuscendo a rompere coriacee barriere – partecipanti. E se il mercato non è alimentato da clienti singoli (la domanda), e tra l’altro in maniera tale da giustificare la sostenibilità di chi organizza servizi adeguati (l’offerta), il meccanismo cigola e rischia di collassare.

Tutti sappiamo che nel settore del welfare sociale delegato il “cliente” è prevalentemente lo Stato: cosa accadrà a quegli ampi segmenti di organizzazioni “non market” del Terzo Settore (il 69,4% del totale, come già detto), che non navigano nell’oro delle imprese culturali e creative? Basti pensare che il comparto “patrimonio storico artistico” ha perso tra il 2016 e il 2017 il 4% degli occupati e il 3,6% del valore aggiunto (già citato Rapporto Io sono cultura di Symbola, 2018). Un quadro drastico ma da cui non si può prescindere, qualunque siano le scelte che persone ed organizzazioni intraprenderanno da qui in poi.

E ora il gioco si fa duro (ma regolato)

Officine Culturali, per conto suo, ha quindi deciso di acquisire la qualifica di impresa sociale, modificando con atto pubblico il proprio statuto e preparandosi ad adempiere a quanto previsto dal decreto. Questo non risolverà automaticamente le contraddizioni del settore del welfare culturale, ma consentirà quanto meno di lavorare con strumenti chiari, e con alcune agevolazioni e riconoscimenti che certamente aiuteranno le tante organizzazioni come la nostra. Il decreto 112/2017 è certamente uno stimolo ad affrontare le complessità sociali del nostro presente e le loro evoluzioni future con gli attrezzi dell’efficacia, dell’efficienza e della rilevanza tipici del management aziendale, con una leva (parziale) sul fronte della sostenibilità, grazie alle misure di agevolazione fiscale. Bisognerà però affrontare l’efficacia di questo strumento normativo con l’onestà intellettuale di valutarne gli esiti sul medio e poi sul lungo periodo, per non scivolare nelle stesse aspettative che accompagnarono qualche anno fa la grande bolla (retorica) delle start-up innovative

. È certo che le “nuove” imprese sociali di area culturale, regolate dal nuovo decreto, se accompagnate nel loro percorso di rilevanza civica, solidaristica e di utilità sociale da politiche di rafforzamento organizzativo e di sostegno economico, anche attraverso un mercato pubblico che riconosca nei servizi culturali un asset strategico ad alto potenziale di impatto sociale, potranno affrontare quelle sfide con una serenità maggiore, e forse potranno contribuire meglio alla trasformazione dei nodi sociali più complessi di questo nostro conflittuale presente.


Immagine di copertina: ph. Mpho Mojapelo da Unsplash

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