Il lavoro nella sua automazione è destinato a essere una risorsa scarsa e a diventare marginale, irrilevante nella produzione della ricchezza

L’imprevedibile futuro dell’automazione del lavoro

Ray Kerzweil è un informatico diventato miliardario per alcuni programmi dedicati al riconoscimento da parte di un computer dei caratteri scritti su carta, alla simulazione del suono di strumenti musicali, alla gestione di archivi usati da medici per le diagnosi dei propri pazienti.

La sua è la storia di tanti altri computer scientist che hanno contribuito alla lunga parabola ascendente dell’industria digitale. Il suo nome è tuttavia citato con ammirazione da alcuni e con disprezzo da molti studiosi per la sua tesi della «singolarità tecnologica», in base alla quale lo sviluppo di una tecnologia non ha nessuna linearità, perché si arricchisce di elementi imprevisti che possono determinare il suo momentaneo declino e una successiva repentina accelerazione.

Kerzweil sostiene, a differenza di quanto affermano molti storici della scienza, che non è possibile prevedere le linee di sviluppo tecnologico. Possono essere immaginate, raffigurate, ma questo non significa che siano confermate nel corso del tempo. A sostegno di ciò cita molti casi di tecnologie considerate «rivoluzionarie» – l’ultimo in ordine di tempo sono i google glass – poi abbandonate precipitosamente. Questo non significa che non possono riemergere in un secondo momento, perché la tecnologie è ineffabile, quasi vivesse di vita propria. Accusato per questo di misticismo, l’informatico statunitense è però usato per analizzare il rapporto di causa ed effetto tra automazione e crescita della disoccupazione. La «singolarità tecnologica» funziona, infatti, un po’ come i buchi neri: puoi vedere il vortice che li caratterizza, ma è negata la possibilità di poterne vedere il centro.

Nessuno poteva prevedere il passaggio dai microprocessori al personal computer e da questo all’insieme dei dispositivi digitali che comunemente sono ormai usati. Per quanto riguarda l’automazione è certo che i robot, i computer cancellano alcuni tipi di lavoro, compresi quelli cosiddetti cognitivi, ma non è altrettanto certo che al loro posto ne saranno «inventati» altri in egual misura. Inoltre, e qui subentra un’altra legge della computer science, quella di Moore attestava il fatto che ogni diciotto, ventiquattro mesi la potenza di calcolo dei microprocessori sarebbe raddoppiata. Quel raddoppio si è verificato più o meno con regolarità e, unito all’analoga accelerazione produzione di software, ha portato alla cancellazione di milioni di posti di lavoro.

La tesi di Kerzweil e la legge di Moore attestano che lo sviluppo economico sarà contraddistinto da poco lavoro, perché oltre a quello manuale l’automazione riguarda e riguarderà sempre più lavori «intellettuali».

È questo il filo rosso del saggio di Martin Ford tradotto con il titolo Il futuro senza lavoro da il Saggiatore (pp. 339, euro 24), anche se il titolo originario era molto più inquietante, visto che alludeva all’«ascesa dei robot». Ma è anche lo sfondo di altri due libri. Il primo è di Klaus Schwab, presidente del World Economic Forum. Ha come titolo La quarta rivoluzione industriale (Franco Angeli Editore, pp. 208, euro 25) ed è stato salutato come il grido di allarme dei capitalisti sui rischi di implosione e di deflagrazione dell’economia globale se la politica non si fa carico della crescita della povertà e delle progressive disuguaglianze sociali attraverso misure di sostegno al reddito. Il terzo volume, che raccoglie saggi scritti da ricercatori e attivisti, è dedicato invece al Platform capitalism e i confini del lavoro negli spazi digitali (Mimesis, pp. 136, euro 14).

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