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4 Settembre 2019

Una modesta proposta perché gli incontri letterari siano utili alla comunità e non di peso per il Paese

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Uno spettro si aggira per l’Italia, è lo spettro di uno scrittore, e tutte le librerie della penisola si sono coalizzate per respingerlo. Lo scrittore è capa tosta, però. Non molla l’osso perché ha una missione, sente le voci come Giovanna D’Arco e non sta fermo un momento, firma migliaia di libri all’anno. Il problema è che poi vuole presentarli. Ma la presentazione di un libro più che un evento mondano-culturale è diventata un supplizio medievale.

È sotto gli occhi di tutti che alle presentazioni non si va perché si vuole, ma perché si “deve”. Perché l’autore è un amico/parente/collega. Perché se non ci vado “pare brutto”. Perché l’autore mi fa pena. Nella maggior parte dei casi, però, la gente si dà malata o inventa scuse come a scuola. E quali che siano i motivi, il risultato è sempre lo stesso: centinaia e centinaia di scrittori e scrittrici che cercano di camuffare l’imbarazzo, fotografati da soli o quasi, accanto alle pilette dei loro libri. E con loro, altrettanto imbarazzati e delusi, i librai che hanno messo su l’evento strombazzandolo sui social. Ma il problema è che pubblicizzare un incontro letterario allontana invece che attrarre. Funziona al contrario: se ne parli in giro la gente segna la data per ricordarsi di non passare dalle tue parti nel giorno designato.

Il punto è che la stragrande maggioranza degli incontri letterari sono una tortura. E questo è uno dei miserabili non detti che ammorbano l’aere delle italiche e auliche plaghe invase da scrittori, poeti e auto-pubblicatori. Eppure dovremmo tutti esserci rassegnati all’idea che se pure hai scritto un libro, non è detto che tu sia capace di presentarlo. Se non sai parlare in pubblico; se non ti sforzi di buttare giù una scaletta, due appunti; se ti intestardisci a leggere ad alta voce ma non sai leggere, o se peggio fai leggere a qualche attore con il birignao; se pensi che “ritmo” sia una vecchia macchina della FIAT; se sei uno di quelli che “per me esistono solo i classici” e “che tempi, che tempi”, ma il tuo ego ti ha portato ugualmente a scrivere; se pensi che tutto ti sia dovuto perché tu sei l’Autore; se non hai capito che “scrittore” non significa “oratore”, potrai anche aver firmato un capolavoro, ma non dovresti assillare le librerie pretendendo di presentare te stesso, la tua ascella pezzata e la tua opera.

Non c’è solo lo scrittore, però, a cui vorrei parlare oggi. Perché in questo crimine ci sono due colpevoli, l’autore e il libraio. Caro libraio indipendente, ma anche caro libraio di catena con lo spazio-eventi, dico proprio a te: perché ti ostini a presentare Tizio, se hai letto il libro e hai constatato che si tratta di un monolito inscalfibile, una muraglia di interminabili supercazzole più ostinate del temibile tiki-taka? Come hai potuto pensare che quell’insalata di parole vomitata fuori tempo massimo potesse piacere a persone che la sera prima hanno visto una puntata di Breaking bad?

Non sto dicendo che il libro di Gesualdo Toponi, L’arte di mesmerizzare i cuori infranti, pubblicato da Ombelico edizioni, sia così brutto. Sto dicendo che non tutti i libri entusiasticamente recensiti da quarantenni animati da astratti furori siano presentabili nella tua onesta libreria di provincia. O ti inventi qualcosa, qualcosa di nuovo, oppure meglio lasciar perdere.

Perché ci sono libri che se presentati si trasformano in macchine della morte. Vi ricordate Hellraiser? C’è questo cubo di Lemarchand, che se manipolato evoca i cenobiti, demoni sado-masochisti della sofferenza. Devo aggiungere altro? Cari librai, lo sappiamo che il dolorismo tira alla grande sui giornali e sul web. Ma se usciamo dalla bolla virtuale e presentiamo un romanzo dolorista in libreria, a provare dolore quasi sempre sarà il pubblico. Meglio evitare, allora, per concentrarsi sul lato commerciale. Sembra bieco ma non dovremmo mai dimenticare che le librerie fanno cultura vendendo i libri. Un’equazione in cui le parole “cultura” e “vendendo” sono indissolubili.

Da scrittore di nessuna fama e libraio appassionato, concludo questo mio intervento sperando che chi fa il mio mestiere o ha il mio stesso hobby si sforzi di lavorare un po’ di più su se stesso, smettendo di prendersela con il resto del mondo. Se nessuno legge, un po’ la colpa è anche nostra e delle mappazze che consigliamo a persone innocenti. Conosco alcuni librai geniali, e alcuni autori molto bravi che sono grandi oratori.

Tutti gli altri, per il loro bene e per il bene del sistema editoriale, dovrebbero astenersi. Gli scrittori ne guadagnerebbero in dignità. E i librai, senza l’assillo dei mitomani, potrebbero dedicarsi con maggiore attenzione alla vendita anche di quelle opere un po’ difficili da leggere, ma a cui non mancherebbe un pubblico, se solo le energie della libreria non venissero prosciugate dallo stanco rituale del reading. Da quel sacrificio della gioia di vivere in nome di una cultura superiore e non bene identificata a cui sempre meno gente è disposta a prestarsi, per fortuna.

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