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15 Gennaio 2016

Informazione culturale, bussole per nuovi mondi

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Oggi l’informazione culturale è diventata polimorfa, ubiqua, partecipata, grazie alla rete l’offerta e lo scambio si sono moltiplicati, si sono moltiplicati i canali di trasmissione e gli strumenti di ricezione, e un giovane cresce con un’idea molto meno strutturata del campo culturale. Rispetto a questi processi sino a qualche anno fa i due timori principali mi sembra fossero quello della frammentazione delle informazioni e quindi del pubblico della cultura, e quello di una rifeudalizzazione dei saperi, una nuova compartimentazione potenzialmente portatrice di nuove esclusioni.

Oggi, anche in questo campo, le preoccupazioni sembrano invece orientarsi verso i rischi di strapotere dei grandi player globali. Facebook, Google, Amazon, ma specialmente il primo stanno riuscendo a diventare i grandi mediatori dell’informazione, con una funzione non dissimile da quella che svolgevano un tempo le poche riviste e giornali. Gatekeeper peraltro diversi rispetto a ieri – quelli di ieri sono stati talvolta definiti gabellieri (Sinibaldi 2014) – perché mi pare che ieri le dinamiche esclusione/inclusione fossero più esplicite, più evidenti e smascherabili, oggi l’apparente libertà di scelta che la rete ci offre potrebbe nascondere vincoli e catene più difficili da svelare.

Pubblichiamo un estratto da Info Cult (Franco Angeli) a cura di Lella Mazzoli e Giorgio Zanchini

Il riflesso della profondità della trasformazione e della varietà/vastità del campo è leggibile anche attraverso lo spettro delle reazioni di chi è parte del campo culturale, perché lo studia, perché vi lavora, perché più semplicemente lo frequenta come fruitore. Molteplici gli atteggiamenti, impossibile riportarli tutti, qui si darà conto delle tendenze di fondo, concentrandosi in particolare su quella che potremmo definire resistenza.

Una resistenza che assume forme diverse, che vanno dalla ripulsa all’attesa sospettosa, al semplice smarrimento. Alcune voci meritano a mio avviso di essere sintetizzate o citate. Sono sovente intellettuali in senso classico, scrittori, storici, letterati, spesso di grande livello, cresciuti nel sistema culturale del ‘900, in società in cui il campo culturale era strutturato su gerarchie leggibili, su campi recintati, su un’offerta limitata, controllabile, governabile. Ma anche su esclusioni, distinzioni, separazioni. Sono voci alle quali il paesaggio contemporaneo può comprensibilmente sembrare il campo di Agramante.

Chi esprime con chiarezza le sue riserve è Alberto Asor Rosa (2009; 2015). Siamo – scrive – di fronte alla liquidazione delle forme tradizionali della cultura intellettuale, si va chiudendo una storia intellettuale cominciata sotto i Lumi e protrattasi sino agli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso. La civiltà massmediatica, non più fondata sulla preminenza del testo scritto, rappresenta un passaggio persino più radicale della rivoluzione di Gutenberg.

Nella sua analisi Asor Rosa sembra complessivamente attribuire alla cultura di massa, all’industria culturale e al suo strumento più pervasivo, la televisione, il ruolo di grande intellettuale collettivo e persuasore di massa, l’arma che marginalizza la parola scritta e il ruolo del pensiero critico e degli intellettuali, ma poi sposta la riflessione sulla «crescente e smisurata diffusione degli strumenti di informazione […] che determinano nel mondo forme sempre più omogenee del viver e del pensare» (2009, p. 97). In un testo più recente (2015) questo processo viene definito il tramonto del moderno. È venuta meno – scrive – una società letteraria degna di questo nome, e con essa tramonta la tradizione letteraria come idea, persuasione che in letteratura e nelle arti, come del resto in ogni attività mentale umana, per partire in una qualsiasi, nuova direzione, sia necessario guardare innanzitutto al passato, ripensarlo e superarlo ma mai ignorarlo. Oggi le dinamiche sono completamente diverse: «la polverizzazione degli aggregati culturali collettivi o semicollettivi, che hanno contraddistinto dalla metà del XVIII fino alla fine del XX secolo le attività intellettuali, culturali, letterarie e artistiche, produce indubbiamente l’emergenza, pressoché assoluta, delle scelte individuali. Nella società di massa, paradossalmente, ognuno è costretto a cercare da sé, non ci sono alleanze possibili. Però questo non significa il trionfo dell’individualismo e della libera scelta: se mai il contrario. Regole e statuti valgono ormai per tutti, sovrastano le scelte individuali con la rigidità di un sistema che ha già imposto ab imis e a priori le scelte di fondo» (Asor Rosa 2015, p. 373).

Forzando un po’ questa riflessione potremmo dire che si stanno formando analfabeti e sudditi bene informati, che è un’espressione in fondo figlia di due celebri interrogativi di Eliot: Where is the wisdom we have lost in knowledge? Where is the knowledge we have lost in infomation?

Anche rispetto a Internet Asor Rosa ha un atteggiamento sospettoso, si chiede se incrementi davvero la capacità di elaborare il pensiero, sospetta che produca frammentazione e dispersione, che indebolisca quei formidabili fatti organizzativi che sono stati i giornali. La loro scomparsa – aggiunge – equivarrebbe a una catastrofe civile.

Come si intuisce anche da queste poche righe il tono è di grande pessimismo, da ultimi giorni dell’umanità, e toni non dissimili, anche se talvolta più cauti, più aperti al futuro, si trovano in diversi intellettuali della stessa generazione. Pensiamo a George Steiner (2015) che usa un’espressione che parla da sé – dopo il logos –, o alla contrapposizione netta tra cultura dell’audiovisivo e cultura della riflessione di Mario Vargas Llosa (2013), o a Marc Fumaroli (2015), che lavorando sulle definizioni della cosiddetta Repubblica delle Lettere – a partire dalla Respublica letteraria degli inizi del ‘400 – si riferisce a un dialogo di tipo retorico, tra vivi e morti, un legame tra umanisti, un commercio di idee basato sulla rilettura, reinterpretazione, incremento, del patrimonio antico («le petit échiquier étroitement pa- risien ou festivalier, plus que jamais agité, dont les pièces du jeu annuel sont des centaines de romans, et la ricompense des parties gagnées, des dizaines de prix litteraires»). Un piccolo mondo che potrebbe persino far pensare a un social network ante litteram. È vero – scrive Fumaroli (2015) – ma con una differenza essenziale, è un gruppo che si riproduce per cooptazione, un forum di cooptati che attraverso il libero dibattito e il rispetto reciproco ha prodotto e produce naturalmente gerarchie, una comunità degli spiriti, che è cosa diversa dalle comunità di interlocutori di Internet presunti eguali.

Da storico, con le capacità di distanza critica dello storico, Hobsbawn parla di crisi della civiltà borghese europea (2013), l’epoca della separazione nelle arti e nell’alta cultura, corrosa da nuove tecnologie e consumo di massa. Tutto mi sembra rimandare alla domanda che incombe su tutti noi, ovvero come Internet e i new media abbiano modificato le nostre competenze, i nostri saperi.

Siamo parte di un’epoca che Peter Burke ha definito di esplosione della conoscenza, di rapida espansione e frammentazione dei saperi, non solo per il diluvio di dati che la rete mette a disposizione ma anche per l’aumento del numero di scienziati e studiosi, di libri stampati, di e- book. Internet sta erodendo ed eroderà sempre di più la tradizionale distinzione tra le periferie, “le province” e i centri del sapere delle grandi metropoli (2013). Un’epoca di crisi ed esaltazione epocale della conoscenza (Weinberger 2012), processi enormi e controversi, sui quali è prematuro esprimere giudizi, e i saggi di Robert Darnton sono in questo senso un ottimo breviario.

A queste riflessioni, che sono peraltro molto articolate e talvolta condivisibili, aggiungerei una considerazione per così dire più prosaica, quasi psicologica. Come si diceva poco fa, con la rete il giornalismo ha visto cadere una delle categorie spazio-temporali che hanno fatto la sua essenza, la deadline, l’obbligo di chiudere un pezzo entro una certa ora, per essere parte di un prodotto conchiuso che va in stampa. Vale ancora per la carta stampata, ma sta diventando solo un tassello di un quadro articolato. Questa novità trova un rispecchiamento anche nelle nuove mappe. Ci sono generazioni che sono disabituate e resistono all’idea di non trovare un momento in cui le cose sono ferme, fisse, analizzabili e commentabili anche a distanza di giorni, settimane, mesi.

Accanto a queste resistenze esplicite, figlie in parte di una scarsa conoscenza delle dinamiche della rete, c’è poi il mondo di chi guarda con preoccupazione al modo in cui si stanno formando le generazioni dei nativi digitali, alle conseguenze sulle capacità di concentrazione e attenzione, accumulo di saperi, trasformazione delle informazioni in conoscenze, e per tutti si potrebbe citare la tesi di Nicholas Carr (2011): la quantità di stimoli della rete rende impossibile la concentrazione e produce una forma mentale me- no capace di esercitare ragionamenti in profondità.

Qui entriamo in uno dei campi nei quali massima è l’attenzione degli studiosi, già molto ricca la letteratura, e forse ancora premature le conclusioni. Una sintesi sarebbe superficiale, una posizione abbastanza condivisa è che il mondo online alimenti l’intelligenza fluida, agile, immediata, e il mondo offline l’intelligenza cristallizzata, la memoria a lungo termine che permette contestualizzazione e comprensione degli eventi (Greenfield 2015). Molto corpose sono ormai anche le ricerche sulle differenze nel mo- do di leggere e trattenere le conoscenze nella lettura su pagina scritta o su schermo. I primi sarebbero lettori più lineari, più intenzionali, meno distratti dal multitasking e da ricerche parallele (Baron 2015; Wolf 2010). L’uso di Internet starebbe inoltre riducendo il tempo di lettura e non il tempo de- dicato alla televisione. Come si intuisce sono questioni decisive per il nostro futuro, centrali per l’informazione e direi in particolare per l’informazione che si occupa di un settore complesso come la cultura, questioni sulle quali, va detto, le evidenze scientifiche sono ancora parziali e contraddittorie (Miconi 2013).

I risultati della ricerca sono stati sorprendenti. Lettori digitali e lettori di pagine scritte hanno avuto esperienze praticamente identiche

Non irrilevanti mi paiono i risultati di una ricerca della «Columbia Journalism Review» assieme al George Delacorte Center for Magazine Journalism (Bech Sillesen 2015). Le domande di partenza sono le questioni che interrogano il giornalismo contemporaneo: i lettori digitali saranno capaci di concentrarsi davvero su quello che leggono? La forza del giornalismo resterà la stessa laddove le persone leggono tutto sugli smartphone, sui tablet, sui laptop? I lettori svilupperanno le stesse connessioni e livello di empatia per la gente e le idee raccontate negli articoli?

I risultati della ricerca sono stati in qualche modo sorprendenti per gli stessi committenti. Lettori digitali e lettori di pagine scritte hanno avuto esperienze praticamente identiche. Hanno partecipato all’esperimento 64 volontari, tra i 18 e i 60 anni di età, laureati – particolare non certo secondario, spiegano i ricercatori, e vedremo dopo perché. Sono stati divisi in due gruppi, e a entrambi è stato fatto leggere un lungo pezzo (4.600 parole, circa 20-30 minuti di lettura) da una rivista, al primo gruppo online, al secondo in cartaceo. I due gruppi hanno dato risposte molto simili su tutte le questioni loro poste rispetto al pezzo letto. Stessi ricordi, stesso livello di dettagli ricordati, stesso coinvolgimento, stessa risposta emotiva, caratteristica importante se il giornalismo vuole essere anche strumento di servizio del pubblico interesse. Ma l’esperimento, per esplicita ammissione dei ricercatori, ha dei limiti: i lettori digitali erano in una stanza silenziosa, leggevano su laptop o postazione fissa, con Internet disabilitato, e gli era stato detto di leggere il pezzo dall’inizio alla fine, cosa che nell’esperienza reale si dà di rado. Poche distrazioni, insomma, laddove si presume – ma le ricerche sembrano confermarlo – che chi legge su digital device abbia una predisposizione mentale più alta a essere interrotto o distratto. Erano inoltre tutti istruiti, e solitamente questa è una categoria che risponde bene agli esperimenti.

Il risultato ha portato gli autori della ricerca a una conclusione di grande interesse: la vera differenza tra i due gruppi, tra i due modi di leggere, riposa nelle culture che si sono costruite attorno, nella predisposizione mentale. Se motivate in modo appropriato le persone si concentrano e rispondono nello stesso modo.

Nell’universo dei sospettosi, dei guardinghi, dei resistenti, c’è poi la galassia – più articolata e corposa di quel che si potrebbe pensare – di chi in- vita a smascherare, a decostruire i nuovi poteri, le nuove persuasioni, le nuove isole chiuse – per usare un’espressione del grande Tim Berners-Lee –, i social network che ci ingabbiano, i giardini recintati che ci illudono, e cerca di usare la rete come strumento critico, demistificatorio rispetto all’informazione culturale mainstream.

Resta maggioritaria però, mi pare, la posizione di chi nella rete vede uno straordinario strumento di apertura, emancipazione, scoperta, “democrazia culturale”, condivisione dei saperi e possibilità di scelta migliori: «quando la conoscenza entra a far parte di una rete, la persona più intelligente della stanza non è la persona che tiene la lezione davanti a noi, né la saggezza collettiva delle persone presenti, la persona più intelligente è la stanza stessa, la rete che unisce persone e idee presenti, e le collega con quelle all’esterno» (Weinberger 2012, p. XV). E non va scordato che all’interno di questa posizione c’è la coorte destinata a diventare dominante, ovvero la generazione di coloro che non hanno conosciuto la comunità culturale novecentesca, quel tipo di organizzazione dei saperi e dei poteri, e che probabilmente neppure si pone le questioni gerarchiche o di collocazione sulle quali si interrogano invece le generazioni precedenti. I risultati della ricerca, che discuteremo tra poco, mi sembrano testimoniare proprio questo. Si sta rafforzando quel gruppo sociale che si è soliti definire degli onnivori, una categoria da tempo familiare per la sociologia, che abbiamo peraltro imparato a maneggiare in modo cauto, perché non certo impermeabile a distinzioni, esclusioni, nuove o rinnovate gerarchie.

Nel saggio di Roberta Bartoletti all’interno di Info Cult si cerca di utilizzare la categoria degli onnivori per analizzare il consumo di informazione culturale e c’è un passaggio molto importante ai fini dei ragionamenti che stiamo portando avanti. È il livello di istruzione, il titolo di studio, la variabile che resa in maniera più importante sul consumo onnivoro di informazione culturale, di chi si informa da più fonti e con più frequenza, l’istruzione conta di più della classe sociale, dello status professionale, dell’età o dell’area geografica di provenienza, sono i consumatori più colti quelli maggiormente interessati a informarsi su tutte le attività culturali, alte o basse che vengano ritenute.


Estratto da Info Cult. Nuovi scenari di produzione e uso dell’informazione culturale (Franco Angeli) a cura di Lella Mazzoli e Giorgio Zanchini

Immagine di copertina: ph. Bank Phrom da Unsplash

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