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La realtà è un vortice di informazioni nella mente

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Si dice a volte che tutti gli oggetti in movimento, non solo le creature senzienti, siano attivati dall’informazione. Un chicco di grandine in caduta libera «sente» le informazioni di un campo gravitazionale e risponde di conseguenza. Secondo la maggior parte delle definizioni, le informazioni funzionano attraverso uno scambio di energia; così, il pezzetto di ghiaccio che cade si sta in effetti correlando al campo nella misura in cui contribuisce alla massa del pianeta. In modo più evidente, voi stessi acquisite invariabilmente conoscenza attraverso l’assorbimento di energia, per esempio quando intercettate un flusso di fotoni (come le parole su questa pagina, veicolate da luce riflessa) o riconoscete un significato in determinate variazioni di pressione dell’aria (un «ciao» gridato da un amico). Se si definisce informazione tutto quello che è coinvolto in scambi causa‐effetto, allora le interazioni informative sono continue e onnipresenti, a tutti i livelli.

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Pubblichiamo un estratto da Oltre il biocentrismo (Il Saggiatore)

Alcune persone ritengono che gli scambi informativi non debbano necessariamente coinvolgere un osservatore dotato di un sistema sensoriale, come nel caso di una cometa che «risponde» al vento solare orientando la propria coda in verso opposto al Sole. Se è così, allora praticamente tutto è informazione, e le singole discipline scientifiche vi applicano le proprie categorie e sistemi di nomenclatura. Alcune sono effettivamente rilevanti per la coscienza e per la consapevolezza, almeno a livello teorico. Ma se si interpreta ogni possibile scambio di energia in ambito fisico, chimico e biologico come un trasferimento di informazioni (per esempio, il legame degli atomi di idrogeno con l’ossigeno per formare una molecola d’acqua, che avviene in meno di un millesimo di miliardesimo di secondo), il concetto diventa così vago da abbracciare un insieme di eventi pressoché illimitato.

D’altra parte, se usassimo la parola conoscenza, lo scambio dovrebbe coinvolgere un organismo senziente. Poiché però, secondo il biocentrismo, tutto rientra nel dominio della coscienza e nulla esiste oltre gli osservatori, preferiamo usare informazioni, in senso lato.

Lasciandoci alle spalle tutte queste definizioni e classificazioni, andremo a esplorare i sistemi coscienti su base animale; vedremo inoltre come vi si intreccia la tecnologia attuale, impartendo ritmi di acquisizione della conoscenza straordinariamente elevati, tanto da mettere alla prova le capacità di assorbimento del cervello dettate dalla sua stessa architettura.

Anche se la coscienza riserva molti profondi misteri, non è scorretto definirla una valanga di informazioni nel cervello, esso stesso un amalgama tra i meccanismi di codifica cosiddetti esterni e quelli cosiddetti interni, che permettono alla mente di creare un vasto mondo per comprendere le cose su più livelli.

Molti di questi algoritmi informativi non richiedono apprendimento; sono congeniti, presenti ancor prima della nascita. È sorprendente constatare di quali complesse azioni multitasking siamo capaci noi animali solo in base a quanto è programmato geneticamente. Perfino le piante non devono essere istruite, ma rispondono automaticamente a vento, gravità, direzione della luce, presenza d’acqua e svariati altri input. A ogni modo, la prima questione basilare nello scambio delle informazioni riguarda il metodo: il fatto, cioè, che l’acquisizione della conoscenza sia diretta o indiretta. È informazione diretta, per esempio, il calore del Sole sulla cute. Non serve alcun linguaggio simbolico o mediazione: il calore solare viene percepito direttamente, attraverso il sistema nervoso; la sua realtà, pertanto, è incontestabile. (A dire il vero, per i contestatori tutto è potenzialmente discutibile.

In questo caso, a voler essere pignoli, si percepisce solamente il fatto che gli atomi della cute vibrano a un ritmo più elevato; chiamiamo calore questo movimento più rapido degli atomi. Il moto vibratorio è stato accelerato dalle radiazioni solari infrarosse, che gli esseri umani non possono percepire con la vista. Così, quando ci godiamo il calore del Sole durante una giornata primaverile, quello che stiamo percependo veramente è il ritmo vibratorio più elevato degli atomi dell’epidermide, causato da una forma invisibile di luce. In ogni caso, si tratta di un’esperienza diretta.)

Di contro, le informazioni che avete appena letto non erano per nulla dirette. Avete introiettato la questione dell’infrarosso per mezzo di simboli – le parole – ciascuno dei quali significava qualche cosa di diverso da se stesso: la parola Sole non è il vero Sole. Una conoscenza simbolica di questo tipo è rappresentativa e, a differenza della conoscenza diretta, è soggetta a revisione e a possibili future migliorie. Non per questo, tuttavia, non è reale. Di sicuro nel vostro cervello, dopo aver letto il paragrafo precedente, si sono formate connessioni neuronali fisiche, reali, alcune in modo permanente, soprattutto se vi è parso interessante. Inoltre, quando un cameriere vi avverte che la piastra sul tavolo è incandescente, vi trasferisce informazioni altrettanto valide rispetto a quelle che avreste acquisito in modo diretto toccando inavvertitamente il metallo. I due metodi sono ugualmente validi in termini di efficacia nell’acquisizione della conoscenza. […]

Per quanto riguarda il metodo fisico di acquisizione dei dati, si cominciò a impiegare l’attributo analogico per descrivere i metodi di recupero e immagazzinamento delle informazioni solo quando emerse la necessità di confrontarlo con il nuovo linguaggio digitale (on/off , zero/uno, sì/no) dei computer e dell’archiviazione musicale, poiché i due metodi esauriscono le scelte possibili. Naturalmente, ci si può chiedere quale delle due etichette, analogico o digitale, si applichi alle architetture presenti nelle forme di vita di ordine più elevato, quelle dotate di sistema nervoso e cervello avanzati, per l’acquisizione, l’immagazzinamento e la trasmissione delle informazioni. Il nostro sistema operativo (mente e cervello) lavora in modo digitale o attraverso strutture analogiche? Si leggono in giro molte cose inesatte a riguardo.

È opportuno fare una breve introduzione sul significato di questi termini. In genere, i sistemi informativi analogici si avvalgono di onde di qualche tipo o di transizioni graduali da uno stato all’altro, come un impulso che cresce da zero, raggiunge un certo picco e quindi torna a scendere. Si tratta indubbiamente di un processo continuo. Tracciato su un grafico, ha l’aspetto di una serie di «colline» dal profilo liscio, senza fratture o interruzioni. I valori che può esprimere sono sostanzialmente in numero infinito. […]

Nella tecnologia analogica si può impiegare un microfono per registrare impulsi sonori (variazioni complesse della pressione dell’aria); questi ultimi assumono un insieme continuo di valori, sono tradotti in impulsi elettrici e vengono registrati su un nastro, per archiviazione, attraverso il riorientamento di minuscole particelle ferromagnetiche. In un momento successivo questo segnale può essere letto, inviato a un amplificatore e infine a una cassa, dove un altro magnete ne fa pulsare il cono a ritmi lenti o veloci, muovendo l’aria nella stanza per riprodurre la musica. L’intero processo incorpora un universo di possibilità, e questo è l’analogico. […]

Perché allora, a detta di molti, il digitale è superiore? Be’, le onde possono essere inquinate da rumore o degradarsi nell’archiviazione, mentre gli uno e zero saranno sempre uno e zero, e tendono pertanto a essere più immuni alla distorsione o alla perdita di dati nel corso del tempo. Inoltre, esistono algoritmi intelligenti in grado di cercare ricorrenze nei numeri e comprimerli, affinché occupino meno spazio di archiviazione. Questo non si può fare con le onde.

Quando si passa al funzionamento del cervello, è naturale immaginare che le operazioni che esso svolge siano anch’esse puramente digitali. A livello cellulare, si potrebbe immaginare che un neurone o «spari un segnale» – invii un impulso elettrico – oppure no, definendo così, apparentemente, un perfetto sistema operativo digitale. Inoltre, oggi che il digitale è tutto per il mondo geek, è naturale immaginare che i nostri cervelli ultra sofisticati debbano senz’altro funzionare usando la tecnologia più recente e avanzata. Nella vita reale, però – chi l’avrebbe mai detto –, le cose sono molto più complesse.

(Se questa lettura vi risulta interessante, è perché in genere il cervello ama leggere di se stesso.)

Per prima cosa, perché un neurone raggiunga il suo obiettivo – stimolare o comunicare con un altro neurone (o con diversi altri) – non gli basta «premere il grilletto» una volta, ma gli serve piuttosto una serie di impulsi elettrici. Può modificare l’intensità della segnalazione, come pure la rapidità; una serie più rapida corrisponde a un segnale più forte. Tali variazioni producono un livello di complessità che va ben oltre una semplice situazione zero‐o‐uno; piuttosto, denotano un sistema attraverso il quale i segnali delle cellule nervose del cervello sono amplificati o smorzati, insieme alle frequenze che formano un continuum, il che significa che il cervello è una macchina analogica.

Ma non è tutto: la complessità non si limita a queste finezze nella segnalazione. In genere un neurone riceve segnalazioni elettriche da diversi altri neuroni; alcuni di questi segnali in ingresso possono essere eccitatori, altri inibitori. L’intera cascata di eventi è come una sinfonia, dove i singoli strumenti modulano le rispettive intensità in modi complessi. Così, quello che «decide» un particolare neurone – il suo output finale – è il risultato della somma di tutti i diversi segnali che riceve, che appartiene indubbiamente a un continuum e quindi non è affatto digitale.

Inoltre, non solo varia la frequenza o la potenza dei segnali elettrici, ma le connessioni siche tra un neurone e l’altro variano in numero e, anche in questo caso, entro un ampio spettro di valori irriducibili a una situazione sì‐o‐no. Un neurone può avere più di una sinapsi (punto di connessione), che può essere distante o vicina al corpo principale della cellula nervosa (il che conta) o può anche formare uno stretto fascio con molti altri, o comporre una connessione remota, più dispersa. Se le possibilità sono così tante già a livello di un minuscolo campione di tessuto cerebrale, l’insieme di tutti i modi in cui un segnale può manifestarsi è sbalorditivo. Per esprimere le diverse possibili connessioni cerebrali servirebbe un numero pari a uno seguito da più zeri di quelli necessari per riempire ogni riga di ogni pagina di questo intero libro. Non si esagera poi tanto se si afferma che il potenziale del cervello/mente, o la sua predisposizione alla varietà, sono illimitati.

La cosa diventa intrigante quando facciamo interagire con la nostra mente le tecnologie più recenti.

Supponiamo di voler sperimentare un film, magari in 3D. Proviamoci. Fino a non molto tempo fa questa tecnologia si avvaleva di un processo analogico, utilizzando la pellicola, dove ogni punto di ciascun frame poteva accogliere uno qualunque di un continuum di valori di luminosità o colore. Inoltre, i primi anni della cinematografia ci hanno insegnato che il frame rate originale, pari a 16 frame al secondo, era inferiore alla «soglia di fusione dello sfarfallamento», pari a 20 ash al secondo. Ovvero, mostrare 16 immagini diverse al secondo con un momento di oscurità tra l’una e l’altra, come accadeva all’epoca del muto, non era sufficiente per evitare che la mente cogliesse la separazione tra le immagini. Tutti percepivano uno sfarfallamento.

L’avvento del sonoro portò con sé anche un’importante miglioria sul piano visivo. Poiché la nostra mente «memorizza» e quindi fonde le immagini che si susseguono a una velocità superiore a circa 20 al secondo, i film passarono bruscamente da 16 a 72 immagini al secondo, il che creava un flusso continuo, senza più traccia di sfarfallamento o pulsazioni. In pratica, nei film ci sono solo 24 immagini diverse al secondo, ma ogni frame viene mostrato per tre volte prima che compaia, per tre volte, l’immagine successiva. Il punto è che la tecnologia va sempre progettata per funzionare in sintonia con i capricci della nostra architettura mentale, incluse le sue peculiarità.

La pellicola funzionava bene ma, al giorno d’oggi, con una capacità sufficiente, ogni parte dei sensori ccd (charge‐coupled device) di una videocamera digitale codifica in forma binaria una tale quantità di queste stesse informazioni che il risultato non dovrebbe essere da meno. Ciò nonostante, la qualità dell’immagine è inferiore rispetto alla pellicola da 35 millimetri, anche nelle sale che impiegano i più recenti proiettori a 4K, ed è completamente sfocata nelle molte sale cinematografiche che impiegano ancora i proiettori a 2K. Tuttavia, quando la stessa immagine a 4K, composta da circa otto milioni di singoli pixel, è con nata sullo schermo di un televisore domestico, sia pure uno a 80 pollici, l’immagine osservata a distanze normali supera la soglia di risoluzione del sistema visivo occhio‐cervello, e risulta splendida per il livello di dettaglio.

Se il film è codificato in un dvd, dove cinquanta gigabyte di dati possono essere impiegati per un singolo film in Blu‐ray, per ottenere l’effetto 3D è sufficiente che ciascun occhio veda un’immagine diversa. Negli anni cinquanta si otteneva questo risultato con una pellicola in bianco e nero che aveva una versione in blu e una in rosso, proiettate simultaneamente; lo spettatore indossava occhiali rosso/ blu o rosso/verdi, in modo che ciascun occhio potesse vedere un’immagine e mai l’altra. I metodi odierni o impiegano occhiali in cui le lenti sinistra e destra filtrano la luce con polarizzazione rispettivamente verticale e orizzontale, oppure degli otturatori che oscillano rapidamente in modo che ogni occhio si alterni in sincronia con l’immagine sdoppiata rivolta a esso soltanto. Il fatto che questi metodi possano produrre un’autentica sensazione di tridimensionalità è istruttivo rispetto alla realtà.

Chiunque abbia una normale visione binoculare sperimenta la meravigliosa sensazione della profondità nel proprio campo visivo. La potente esperienza della terza dimensione fu generata con gli stereogrammi (o «stereo‐coppie») bidimensionali già nel diciannovesimo secolo, per mezzo dello stereoscopio, allora molto in voga, e ancora al giorno d’oggi in ogni sala imax dove si proietti un lm in 3D. In tutte queste situazioni le due immagini bidimensionali contengono informazioni di parallasse; le immagini, cioè, sono leggermente dissimili, proprio come quelle ricevute da ciascuno dei due occhi, che differiscono di poco, con gli oggetti più vicini traslati maggiormente, grazie al fatto che ogni occhio osserva le cose da un’angolatura un po’ diversa.

E tuttavia l’osservatore sperimenta un’incredibile profondità, proprio come se la vera scena tridimensionale fosse presente di fronte a lui o a lei. Morale: la magica sensazione di profondità deve emergere internamente, quando l’input visivo con le sue discrepanze di parallasse viene elaborato e presentato al livello cosciente del cervello. Ne consegue che anche il resto del mondo visivo percepito deve essere localizzato là, e non «là fuori», da qualche parte oltre il nostro corpo.

Vale la pena di ripeterlo: non c’è niente «là fuori», oltre la realtà costruita nelle nostre menti. Oppure, se ci fosse, sarebbe qualcosa di assolutamente misterioso e mai provato, di certo non il mondo con le sue automobili sfreccianti e gli alberi che si piegano al vento. Tutto quello che sappiamo e che possiamo conoscere è contenuto nella nostra mente/nelle informazioni elaborate nel nostro cervello.

Se sembra impossibile accettarlo, ricordatevi che, se dovesse esserci un precursore dei colori, della luminosità e della profondità tridimensionale del mondo visivo che siamo abituati ad apprezzare, qualche stimolo «esterno», non potrebbe trattarsi che di campi magnetici ed elettrici, vacui e invisibili, perché questa è la luce, in realtà.

Comprendere la realtà è un processo informativo continuo e non finalizzato. Ma tentare di concepirla da un punto di vista logico è un progetto diverso, un’impresa progressiva. Di certo, nessuna singola immagine mentale può rappresentare adeguatamente l’Essere. Una battuta finale o singola frase che possa esprimere con pienezza la conoscenza ultima resterà elusiva.

Ma un buon inizio è già il seguente: considerare l’esperienza cosciente, semplicemente, come un vortice di informazioni e, nello stesso tempo, abbandonare l’idea che esista qualcosa di davvero esterno.

Immagine di copertina: ph. Derek Owens da Unsplash