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3 Febbraio 2016

Se non si comprende che l’accelerazione dei processi è, di fatto, il processo, non si riuscirà a comprendere la prospettiva in cui si è posta la questione culturale nel passaggio d’epoca che viviamo. Viviamo sempre passaggi d’epoca, tuttavia questo che stiamo vivendo è un po’ più passaggio d’epoca di altri.

Innovatevi culturalmente

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L’innovazione culturale è un falso frame. È un oggetto inesistente, per quanto insistente. È un’espressione, che appartiene a una retorica e a un lessico di un minimo periodo di adattamento del sistema occidentale a una rivoluzione, consistente nell’affiancamento del digitale a ciò che è stato considerato analogico. In quanto è un adattamento, l’innovazione culturale non è un orizzonte ideale; semmai segnala uno spostamento della linea di orizzonte e una trasformazione di ciò che è considerato ideale.

In quale senso si innova? Cosa? A partire da quali condizioni? Che cosa sarebbe “cultura”? Si tratta delle premesse implicite della questione e va fatto notare che gli umanisti non sono stati in grado di rispondere a nessuna di queste domande, negli ultimi decenni. Ciò è vero, se e solo se riteniamo di applicare all’ambiguo termine, ovvero “umanista”, gli agi della condizione di cui ha goduto l’umanismo in epoca novecentesca, la quale ancora non è del tutto terminata, se si pone proprio il problema dell’innovazione culturale. Il secolo che porta ad applicabilità la trasformazione del biologico (per come si è inteso il biologico) sembra candidare le anime di chi reclama per sé uno stile o più stili, una tradizione, un canone, secondo un’idea assai limitata di trivio e quadrivio. È lo stesso secolo in cui la cosiddetta cultura umanistica ritiene di vedere strutturalmente i fenomeni psichici e quelli suppostamente mondani, come il letterario, quando le strutture profonde sono il pane di altri saperi che stanno conducendo ad accelerazione il processo di indifferenziazione tra psichico e mondano.

Se non si comprende che l’accelerazione dei processi è, di fatto, il processo, non si riuscirà a comprendere la prospettiva in cui si è posta la questione culturale nel passaggio d’epoca che viviamo. Viviamo sempre passaggi d’epoca, tuttavia questo che stiamo vivendo è un po’ più passaggio d’epoca di altri.

È molto difficile, nello spazio contenuto di un intervento scritto, descrivere il processo a cui si è accennato. Si può tentare con esempi e domande. Ci si trova a ricorrere a questi espedienti, a dire il vero abbastanza imbarazzanti, per il grado disarmante di disattenzione alle discipline scientifiche e a quelli che non possono più essere chiamati “progressi della scienza”. Anzitutto non è questione di progressione lineare; inoltre forse siamo all’interno di un disvelamento degli stati in cui è consistito e potrebbe andare a consistere il fenomeno umano. È vero che il discorso viene a esprimersi in modi davvero elementari e primari, grazie all’inverecondo stato dell’arte, che non è artistico e riguarda piuttosto il grado di acculturazione di quelle che furono classi e si ritennero intellettuali, le quali oggi appunto si sentono chiamate ad affrontare i punti qualificanti di possibili innovazioni culturali.

Sarà dunque unica la risposta che, personalmente, mi sentirei di fornire alle domande poste dall’oggetto fantasma, che è l’innovazione culturale: serve più divulgazione scientifica nei residui che furono le classi intellettuali. La profondità del processo di trasformazione (che una volta era percepito come: storia) è tale, da non permettere a una persona di pretendere qualsiasi comprensione del momento che vive, né storica né sovrastorica (un’altra chimera, ma appunto qui il discorso è elementare), senza avere presente almeno i sintomi che questo processo sta manifestando: e sono sintomi apparentemente di ordine scientifico. Dirò la cosa brutalmente: non esiste, per me, da anni, in Italia, un discorso culturale all’altezza dei tempi, svolto da nessun intellettuale cosiddetto umanista, che abbia attinenza con il presente, che per l’appunto è un presente di anni.

Ritengo una simile situazione, personale e collettiva, semplicemente indegna e omologa a un discorso del piccolo potere umano, sempre transitorio e sempre stabile: una sorta di fascismo antropologico che con i suoi trasformismi millenari permea la specie dai suoi primordi e, però questo bisogna appunto ragionarlo, potrebbe non continuare il suo indefinito monologo.

Nel 1997 il software e i computer Deep Blue della IBM sconfissero il campione scacchistico Garry Kasparov, in un arco di sei partite giocate con cadenza di torneo. Si trattava del culmine di un processo evolutivo, che portava agenti non umani, sia pure informati dall’uomo, che ne aveva costituito le architetture e gli sviluppi, in un àmbito considerato cruciale per la storia dell’intelligenza artificiale: la competizione nel gioco degli scacchi. Sono trascurabili, però restano indicative, le reazioni mediatiche dei tempi, perlomeno a livello nazionale italiano.

Il Web era nato allora da tre anni. Da dieci era apparso The society of mind di Marvin Minsky. In quel luogo testuale si mostrava il funzionamento di molte macchine intelligenti prive di mente, per come la mente poteva intendersi prima dell’orizzonte raggiunto della A.I.: queste macchine erano processi che costituivano insieme la mente cerebrale umana. Nel 1986 Eric Drexler aveva inaugurato l’utilizzo del termine “nanotecnologia” (in Engines of Creation – The coming era of Nanotechnology, che mi risulta intradotto in italiano, tanto per dire…).

Tre anni dopo la vittoria di Deep Blue contro Kasparov, viene compiuta la decodifica del genoma umano, grazie al progetto HGP condotto a successo da Terrence Furey, Patrick Gavin, Jim Kent e David Kulp. Non soltanto appare chiaro che si era in un decennio di svolta, dunque, per quanto concerne un determinato tipo di scienza, ma, se si va a misurare a posteriori l’impatto in tempo reale di questa convergenza tra robotica e nanotecnologia e genetica, si rimane storditi dal fatto che il comparto culturale italiano, nella sua cosiddetta componente umanistica, non si sia accorto che si stavano vivendo giorni rivoluzionari, furibondi. Tutt’altro: veniva imbandita, da parte di questa comunità, una favola che va ben oltre l’inverecondia, per entrare decisamente nell’àmbito del danno, e si trattava della tesi surreale dell’evaporazione dell’esperienza, su cui tale sottocomunità sembra non avere esaurito di intestardirsi.

Si giocò dunque lo scontro e l’osmosi tra innovazione cosiddetta e supposta cultura, in quei giorni di trascurabile apocalisse del grottesco “millennium bug”, su cui d’altronde ironizzò pure, illegittimamente e al contrario, l’ultimo dei postmoderni americani, ovvero Tom Wolfe, nella sua lecture The human beast, scimmiottando il titolo La bête humaine di Émile Zola, il quale centodieci anni prima guardava alla pubblicazione del The Origin of Species di Charles Darwin. Mentre Zola erigeva un ciclo mitologico, ben distante dalla vulgata dell’oggettivismo verista in cui è stato tassonomizzato, Wolfe faceva per l’appunto ironia. In Italia, nel migliore dei casi, pure si faceva ironia.

Tre anni prima che Wolfe leggesse la sua bella tirata, partiva a Genova l’Istituto Italiano di Tecnologia, attualmente guidato da Roberto Cingolani, uno degli intellettuali italiani decisivi in questo passaggio d’epoca. Si può obbiettare che Cingolani non è un intellettuale, bensì uno scienziato; e si sbaglierebbe. È infatti vero che Cingolani è un fisico, però è vero che, dirigendo un progetto cruciale come l’IIT e prossimamente Human Technopole, è costretto ad agire all’interno della convergenza tra intelligenza artificiale (e, più latamente, robotica) e nanotech e genetica, da cui si sprigiona uno sviluppo tecnologico che è non più questione scientifica, bensì umanistica e umana in senso stretto. Se non si comprende che questi anni equivalgono a decenni, collassati uno sull’altro, tesi alla ridefinizione dell’umano e dell’applicabilità del fattore umano nel mondo, si perde il proprio tempo.

È stupefacente l’indifferenza generalizzata che manifestano in proposito le fasce “culturalmente impegnate” in un “lavoro cognitivo”, le quali di giorno in giorno presiedono a un lungo addio alle istituzioni a cui si erano abituate in pochi decenni di vita: l’editoria novecentesca, l’accademia novecentesca, la pubblicistica novecentesca, per non parlare dell’ormai inesistente spazio di discussione intellettuale novecentesca. A fronte di questo fronte, intellettuali con la formazione e l’impegno di Cingolani si stanno occupando da anni, da molti anni, di: che cosa sia la vita, che cosa sia il fenomeno umano, che cosa sia la mente umana, che cosa sia la coscienza, che cosa sia l’intelligenza, che cosa sia un testo, che cosa sia la tecnica, che cosa sia effettivamente fisico e cosa non tanto probabilmente virtuale. In pratica: la cultura umanistica.

Pochi esempi di fatti accaduti in questi mesi. L’agenzia AFP ha dato notizia il 6 novembre 2015 che il primo paziente umano è stato curato con una tecnica di editing genetico: una bambina di un anno e mezzo, che soffriva di leucemia, è stata curata ridisegnando in pratica il suo DNA . Il 10 dicembre 2015 al MIT una macchina ha superato il test di Turing (in una sua forma visuale). Il 27 gennaio 2016 si è informati che un software creato da Google, AlphaGo, ha battuto il campione europeo del gioco Go, assai più complesso degli scacchi, non essendo progettato per farlo, in base all’autoapprendimento ottenuto grazie a due reti neurali. Un team della Penn University comunica a fine gennaio 2016 di essere riuscito a produrre assoni artificiali in laboratorio, che risultano essere impiantabili in casi di danni cerebrali estesi o parziali.

Queste scoperte, questi fatti accaduti, parrebbero appartenere al regime dei progressi scientifici. Tuttavia investono il fenomeno biologico, psichico e pensativo. Non lo fanno come avvenne in passato quando la scienza imponeva mutamenti di paradigmi, in dialettica con le scienze umanistiche. È del tutto evidente che si tratta di pensare ciò che ancora non è pensato, il che pertiene la storia dei canoni filosofici e letterari e politici.

In questa giunzione si dà ciò che realmente è l’innovazione culturale: non altrove. È qui che ha senso pensare l’arte e la politica e il regno delle possibilità e delle azioni – tuttavia mutando quintessenzialmente l’approccio che in questi decenni la teoria e la critica umanistica hanno tenuto. Si sta svelando un umano e in questo disvelamento, che sfido chiunque a definire in termini di storicismo novecentesco tanto quanto in quelli di vago e perenne spiritualismo, proprio qui in questo sviluppo antropico, è necessario intervenire pensando.
Non esiste altra innovazione culturale.
Per esempio: esisterà ancora il gioco degli scacchi nel 2034? Che cosa è “gioco”?


Immmagine di copertina: ph. Etienne Girardet da Unsplash

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